insomma La pagina bianca intimorisce appena la apri. Poi ti fidi di quel che pensi, e incominci a scrivere. Di solito senza perdere troppo tempo. Ma non  è sempre così, e questa è una di quelle volte, e non perché abbia una qualche ritrosia a scalpellare i monumenti: se vanno scalpellati (e l’operazione non è mai per demolire, ma per rimodellare – tuttavia tenete presente lo scalpellìo di Michelangelo sul naso del suo Mosè – inutile perché illusorio). Certo è che occorre aver buon senso per non scambiare verità con menzogne. [ Come invece avviene ormai frequentemente sulle reti social e su quelle televisive. Una recente indagine dice di vecchiette quali assidue frequentatrici di quei canali che parteggiano smaccatamente per il duce del futuro, nella nostalgia di quello del ventennio; e furoreggiano contro emigranti, e contro un papa che non se li prende lui! – e sono la maggioranza dei borghesucci che pure vanno in chiesa, come appunta dolorosamente ma puntualmente un polemista laico ]. Dunque, a proposito di monumenti: perché i cardinali  ricorrono così spesso ultimamente nelle cronache di chi non apprezza più il silenzio d’oro? L’uno (già scritto, ma repetita juvant fino a che non c’è chiara conversione) che invoca novene contro un Sinodo voluto dal papa, e dunque contro il papa stesso, anche se è di quelli che premettono sempre che loro al papa gli vogliono bene, così come si premette io non sono razzista, ma… ; l’altro che prega perché il papa non firmi quanto il Sinodo auspica rispetto ai viri probati, che si vorrebbero per nutrire di eucarestia quanti fin’ora non la possono vivere. E quest’ultimo è il cardinal Ruini, un sant’uomo e lo dico senza quella sottile ironia che accompagna le immagini dei santini di turno. Un uomo intelligente, che ha fatto storia nella chiesa italiana, ma. purtoppo, una storia di parte. Forse perché emiliano, dove i comunisti erano lo spettro di quelli sovietici? e dunque ancor più intriso dell’angoscia che slavi affamati di bambini calassero anche in Italia? Uno schieramento, che lo ha indotto a “scomunicare”  l’espressione di “cattolico adulto” usata dall’allora presidente del consiglio Prodi per dire una laicità politica rispetto a indicazioni di simpatie destrorse dell’allora capo dei Vescovi italiani. E gli fa dire ora che sventolare il rosario nelle piazze o sulle spiagge può essere il modo di un politico di mostrare una sensibilità religiosa! Unendoti i due periodi, un editorialista scrive: sua eminenza il cardinale Camillo Ruini crede in Dio e in qualunque peccatore si opponga alla sinistra. A suo tempo diede la sua benedizione a Berlusconi, oggi fa lo stesso con Salvini. Noi agnostici possiamo solo sperare che stavolta l’effetto sia più rapido. Nelle stanze ovattate dove giustamente coltiva la sua età di novantenne, è facilmente presumibile che non gli arrivino i respiri del tempo, quell’angosciante atmosfera che circonda le canoniche di preti smarriti da una indifferenza pari al dirompere di uno spirito antievangelico. Pontifica su un atto di Chiesa, quale è un Sinodo, e benedice – pur con qualche distinguo prelatizio – chi è a capofila del dissesto del capitolo 5^ dell’evangelista Matteo, e dunque dell’intera buona notizia portata dal Nazzareno.  Resi incapaci, i battezzati, di abitare il Vangelo da una ossessiva predicazione partitica che sbuccia gli argomenti più egocentrici per la pancia di un popolo: che dire bue sarà politicamente scorretto, ma vero. Cari porporati, lasciatevelo dire da un vostro mancato collega cardinale (se tanto mi dà tanto…): il martirio di cui è segno il rosso del vostro abito, potrebbe essere quello di accettare di vivere una stagione di Chiesa che non capite. Ma che non per questo è meno vera della tante altre gloriose del passato, dentro le cui pieghe vi credete salvati.    8 novembre 2019

MalintenzionatiDi uso comune nel linguaggio esortativo di genitori preoccupati: per una uscita serale, per frequentazioni non convincenti, per situazioni abitate da individui poco limpidi. Almeno, una volta era così, e così si diceva. Ora per vero lo si sente meno dire. Forse che tutti son diventati trasparenti? Per poco che si capti, di malintenzionati è piena la terra, ed è un peccato che questo attributo non stia quasi più negli avvertimenti educativi. Senza pesantezze e senza inquisizioni poliziesche. Epperò lasciarsi avvertire da quanto capita per le strade e nei luoghi di ritrovo (siano cantine private o discoteche di diffusa fama) avvertire potrebbe anche essere una prima informale catechesi: guarda che non sei immortale, e può capitare anche a te di finire in cronaca nera, se non scuti e dunque non conosci. Ma malintenzionati come? Treccani racconta di  persona che negli atteggiamenti, nelle parole, nella condotta mostra inequivocabilmente cattive intenzioni, cioè il malcelato proposito di voler nuocere ad altri. Inequivocabilmente e malcelato chiedono approfondimento: se non si deve pensar male gratuitamente di qualcuno, solo perché veste o cammina in modo non simile al proprio; tuttavia malcelato rende sicuro il giudizio, quando traspare che l’altro ha intenzioni variamente maldisposte sul conto di qualcuno. Che il papa attuale cammini ondeggiando per riconosciuti problemi fisici; e che i papi precedenti avessero una andatura più rigida o più pomposa, non è – e lo capirebbe anche un asino se l’asino potesse capire – motivo di condanna dell’uno o degli altri. Eppure qui c’è ancor più di condanna; c’è il tentativo di distruggere. Certi blogger, diaristi vaticanisti, sono evidentemente malevoli: anche se li vedete scrivere che io voglio bene al papa. Ma quel che segue insegnerebbe molte cose alle frecce avvelenate degli indiani dei film western. Sono facce d’angelo, multigenitoriali, passate attraverso centinaia di trasmissioni televisive, con il cupolone sullo sfondo; o si sentono magister per una dislocazione del proprio cognome all’infinito della presunzione; o si nutrono di tristezze che neppure la memoria del loro guru che chiamava a liberazione e comunione rende lucidi; o s’accampano a indire novene per contrastare le eresie che sarebbero nel sinodo amazzonico, cardinali che in barba a disposizioni credono di servire Gesù Cristo facendosi reggere lunghe code purpuree – mentre si fanno finanziare da cortigiani dislocati in una destra che più antievangelica non se ne può. Non è più tempo di scomuniche, certo. E dunque oggi la misericordia in primis dev’essere per quelli che ci stanno vicini: eretici mentre danno dell’eretico, e scismatici mentre predicano che il soglio di Pietro è vacante. Certo criticare è lecito, malevoli no, e lì c’è una malevolenza certificabile. E dunque guardarsi dai malintenzionati è precetto. Misericordes sicut Pater per chi non sa star buono al proprio posto.Anche se occorre soffrire che anche la Chiesa abbia oggi i suoi terrapiattisti. O i suoi vegani di ritorno da mense epuloniche.   25 ottobre 2019

miopieMi verrebbe subito da dire che anche in Italia c’è chi ha ricevuto il sacramento dell’Ordine, pur essendo sposato: per non parlare degli anglicani entrati nella chiesa di Roma con moglie e figli. È vero non sono preti ma diaconi: ma viri probati, sicuro, per quanto il probati lo si applichi con non tanta parsimonia a giovanotti venticinquenni ordinati presbiteri. Ma tant’è: se il Sinodo in atto limitasse lo sguardo a ‘sta cosa – importante, certo, ma un tassello del tutto – si capisce perché neppure le ampiezze amazzoniche smuovano porpore cicalanti, che fingono – fingono! – di non sapere la distinzione tra disciplina ecclesiastica e dogmi (non dando per scontato che anche i dogmi non potrebbero essere rivisti alla luce del Vangelo masticato oggi dall’uomo; e dunque da quella libertà di pensiero e di esperienze che non confinano il mistero di Dio dentro storie e umori e rigidità). Rigidità storiche come l’accanimento del crocefisso sui muri scolastici, altro motivo di sguardo miope: ma se viene staccato per picchiarlo sulla testa di islamici – e fra qualche settimana pronti all’uso saranno anche i presepi – non varrebbe impegnarsi a impedire tentazioni che gridano vendetta al cospetto del Crocifisso? E invece lasciarsi finalmente toccare dalla storia che si sta costruendo; e che si costruisce sulla paura e sull’odio. Lo Yom Kippur, la festa grande per eccellenza degli Ebrei, festa della Riconciliazione, diventa scenario di morte in Germania: e, in quel land dell’est mai riconciliatosi con l’ovest, e neppure un po’ convertito dal comunismo a una solidarietà dei popoli. E pendersela con gli Ebrei in Germania? Proprio lì dove ci si aspetta che la storia abbia finalmente detto no alla xenofobia? Di suprematismo bianco, del prima noi, forse è colpevole oggi solo l’occidente? Di colore diverso ma di suprematismi diffusi, di xenofobie all’inverso? Di nazionalismi si muore: lo sta dicendo l’America , e lo dicono l’Asia e l’Africa. Sta provando a dirselo l’Europa, con la miopia di chi vede il recinto e si crea il nemico. Dire che l’Amazzonia è mia e ne faccio quel che voglio, è oggi il miglior emblema della stupidità nazionalista. E sarebbe da annoverare tra gli stolti quanti volessero resistere sul non si fa, là dove l’universalità della Chiesa chiede differenze che rispettino ritmi e culture: se l’unità è davvero intreccio di diversità riconosciute, la Chiesa di Cristo ne dovrebbe essere esempio per il mondo. Insomma sarebbe da miopi non riconoscere una laicità ecclesiale: una schierarsi finalmente e solo sul deposito della fede – unità e trinità di Dio, incarnazione passione e resurrezione del Signore Gesù – e finalmente lasciare che lo Spirito di Dio aleggi come vuole lui a ispirare le cose ecclesiastiche. È tempo di rimuovere le cataratte dagli occhi di cristiani pregni di religione e meno di fede.  12 ottobre 2019

patinaNe ho accennato nell’ultimo scritto, dolendomi per il monumento grandioso di Mosca, ricostruito, e privo dunque di quell’eternità terrena che sa imprimere il tempo. Ci ritorno per la notizia sulla Pietà di Michelangelo (la Pietà maledetta, che sta nel duomo di Firenze, quella che Michelangelo tentò di distruggere): anch’essa ha accumulato patine. E intervenire non è facile: prima di entrare in azione, i restauratori dovranno sapere quel che vogliono ottenere: una copia di quel che è uscito dalle mani dello scultore, o un’opera su cui gli stessi sguardi ammirati o dolenti hanno riplasmato nei secoli? Insomma, se non vuoi distruggere qualcosa che vale per come ti è consegnato, non ne devi distruggere la storia. Se non vuoi distruggere il mondo non puoi dire che l’Amazzonia non è patrimonio di tutti. E non puoi dire che il tuo paese è dei patrioti e non dei globalizzatori. E, ancor più in ristretto, non puoi far ridiventare un’isola la tua nazione, accampando motivazioni meschine. Certo, vi sono patine del tempo che sanno di muffa: quanto più i paludamenti sono obsoleti tanto più chiedono il cambiamento, dicono in Inghilterra. Ma lo si potrebbe dire a inconfutabile ragione anche della Chiesa. Che ne è stato del documento firmato da alcuni vescovi conciliari in cui si chiedeva di evitare nomi e titoli che esprimono concetti di grandezza e di potenza, come eminenza, eccellenza, monsignore, e che richiamava a una evangelica sobrietà delle vesti ecclesiastiche? Ma la maggioranza resiste e non se ne fa nulla: pensate che un vescovo sia meno vescovo se oggi rinuncia a quel copricapo che va sotto il nome di mitria? È vero: simboleggerebbe i due Testamenti di cui dovrebbe essere intrisa la mens episcopale. Ma mi parrebbe ovvio che ne sia intriso, anche senza un simbolo che è molto vicino a mode egizie del tempo del Mar Rosso. Se dunque non vuoi distruggere la Chiesa, per prima cosa non devi distruggere la sua storia. Che non è quella dei segni ma del deposito della fede consegnato dalle Scritture: dunque non delle tradizioni ma della Tradizione. Ripetuto all’ennesima potenza; e tuttavia sempre in gran parte disconosciuto dalle prassi: sì però, l’espressione che manda a carte quarantotto la coerenza alla chiamata evangelica. La stessa incoerenza di chi coltiva principi assoluti, come se l’uomo fosse un assoluto, e non fosse fragilità il suo codice spirituale. Quanta violenza si è fatta in nome del Bene? E quanta violenza potrebbe ancora avvenire se si ricalcano sull’umanità visioni che scopriamo non stare nei codici genetici umani? Ad esempio: davvero la Chiesa sa i limiti della sofferenza, per impedirne un lenimento che prenda non il nome di eutanasia o di suicidio assistito, ma di quella zuppa e pan bagnato – se è lecito usare un’espressione popolare in argomentazioni drammatiche – che va sotto il nome di non-accanimento-terapeutico? C’è una soglia nella vita: accorgersene è avere quella compassione che è linfa della misericordia. Accompagnare dolcemente a varcarla – senza alcuna premura, senza affanni, dunque senza violenza – è compito cristiano. Anche così, o soprattutto così?, si riannuncia il Vangelo di Gesù. Lontani dall’uomo, dal suo limite, si è lontani dal Cristo: e questo non è forse il peccato della Chiesa, che ha allontanato i molti di un tempo, perché non sa dire che Lui non è venuto per chi si pensa nel giusto, ma per chi nella sua pochezza si consegna a Lui?    25 settembre 2019 

il vero – Non vi sembri ridondante  l’aggettivo che uso per il viaggio di qualche anno fa in Russia: indimenticabile. Una compagnia azzeccata – dato che per un viaggio ti occorrono compagni capaci dello stesso sguardo, che è poi di quell’uguaglianza dissimile che fa ricchezza. Una terra piena di storia e di arte, e piena di contraddizioni. Un popolo ateo – per definizione ereditata dal soviet che ha preceduto la Russia di oggi: capi del kgb che vedi accendere candeline nella penombra di chiese intrise di canti e di inchini, di donne velate e monaci tronfi. E chiese ricostruite dopo una rivoluzione che le aveva o distrutte nelle città o ridotte a magazzini dei kolchoz. E la cattedrale del Cristo Salvatore, segno di una storia incredibile? Costruita alla fine dell’ottocento; incendiata negli anni trenta del novecento; interrotta dalla guerra l’intenzione di Stalin di sostituirla con il grattacielo più alto del mondo; negli anni cinquanta trasformata nel suo perimetro liberato dai detriti, nella più grande piscina del mondo all’aperto e pure con acqua calda: è alla fine ricostruita nel duemila. Tale e quale: con i suoi marmi bianchi, le cupole dorate, e una superba iconostasi. Tale e quale, ma senti che manca qualcosa. Manca la patina del tempo, delle celebrazioni interrotte, manca delle invocazioni e dei ringraziamenti sfumati nel fuoco che ha distrutto quella vera. Perché, ed è difficile da scrivere, questa Cattedrale resterà sempre un falso: un falso d’autore, certo, ma un falso. Eppure qualcosa chiamato a diventare vero: non per gli occhi dei turisti, ma per la frequentazione continuata di quell’ortodossia che chiama al mistero. Quel ridiventare vero che è urgenza anche per i nostri dintorni: quelli cattolici, di una Chiesa che esce con le ossa rotte – dei suoi uomini e delle sue donne, e non certo del Cristo fondamento del suo essere – da un periodaccio di vacche magre: e ciascuno può mettere un suo titolo a questi due ultimi decenni. Una crisi che tocca il basso e l’alto, e non certo secondo categorie di merito, ma per chiamate di responsabilità. Una crisi che merita più di un maquillage: le rughe, ogni ventiquattrore – e ce lo ricorda una pubblicità che si presenta per il suo contrario – si ripresentano. Qualcosa di più del maquillage di chi nasconde l’indifferenza per la fede nel voltarsi verso devozioni che non tendono alla sostanza evangelica: e infatti molti si danno per tristi con gli emigranti alle porte, con la sopravvivenza degli zingari, o con l’evidenza di diversità nel tessuto personale o familiare che sta cambiando il volto del mondo. Ma: non è che si sia usciti davvero e del tutto da un tempaccio della Chiesa. Così fosse, si sarebbe già imboccata una nuova verità evangelizzatrice. Non ci si può illudere di una apparente bonaccia, favorita da quegli strumenti di distrazione di massa che sono i social: ogni giorno a chiamarti su eventi diversi. Se una barca resta in mezzo al mare, si sta contenti perché il sole si alza al mattino e tramonta la sera, e i viveri ci sono? Ma fino a quando? fino a quando potremo avere la grazia di una parola che sminuzza il Vangelo perché ce ne possiamo nutrire? Dalle rovine delle chiese distrutte, un crocefisso senza braccia è stato l’ultimo incontro del viaggio: conservato, e tramandato. Per una speranza mai distrutta di una resurrezione. Che è poi la speranza della resurrezione di questa nostra cattolicità, che se esce ferita, è per evangelizzare a partire da una miserabilità umana riconosciuta e da una Salvezza altra.    7 settembre 2019

 

Sete – Sta uscendo in Francia uno di quei libri che dividono: dissacratore o evangelico? dell’Evangelo che si impianta dentro il pensiero di oggi, come gli compete non essendo lettera morta? E dunque ci sarà chi lo metterebbe (anzi, lo metterà) all’Indice dei libri proibiti alla coscienza intelligente – se l’Indice ci fosse ancora (ma sicuramente è rimasto dentro le fibre irrazionali di molti cattolici). Così come qualcuno lo affronterà con l’esegesi propria di chi una volta di più si interroga. Sul chi e sul che cosa crede. Ma soprattutto in Chi crede. Un’operazione che la Chiesa sta affrontando nel modo migliore? Ci si accontenta (ci si accontenta!?) di cambiare le strutture, di sentirsi evangelizzatori per confini e organigrammi rivisti; e non ci si vuol accorgere che dentro ci stanno preti e laici – e vescovi – credenti certo, che rimangono gli stessi. Con le stesse categorie di pensiero che li isola dal porsi la domanda essenziale: avviati alla vita eterna, come? Come in questo mondo che fa dell’indifferenza la sua cifra religiosa, che è poi la cifra della vita che si vive: rassegnati alle tecnologie come risolutive del quotidiano, e incapaci di leggere il mondo come casa propria, e tutti gli umani come facenti parte della stessa famiglia: la nostra, del Nostro Padre che è del cielo, della terra, del mare, e dei marciapiedi. E dunque quel libro riracconta la storia di Gesù. Già fatto più o meno bene nei due secoli che ci precedono: da Pascal a Renan, perfino a Mancuso. Una rivisitazione degli ultimi giorni di Gesù nella sua passione, immaginando nel processo i testimoni a carico. “Essi sono sfilati gli uni dopo gli altri. La gratitudine, si sa, non è di questo mondo: il lebbroso guarito si lamenta di aver perso così la pietà altrui e, quindi, le elemosine; il cieco si lagna della bruttezza del mondo che ora è costretto a vedere; Lazzaro, dell’odore di cadavere che gli è rimasto attaccato alla pelle. Il sindacato dei pescatori di Tiberiade lo accusa di aver favorito un gruppo a scapito degli altri… E non credevo ai miei occhi quando ho visto arrivare gli sposi di Cana, i miei primi miracolati…”. Insomma, un breve stralcio che racconta tutta l’insoddisfazione di chi non vede il bene nel bene che ha ricevuto; e che vuole sempre il di più: quell’albero piantato in mezzo all’Eden è sempre presente, tentatore dell’essere come Lui, il Creatore. Usa un bel po’ di humor, l’autrice del libro in uscita; e non è fuori luogo rispetto a una seriosità teologica che ha indotto spesso un moralismo senza persona, senza quella fragilità riconosciuta, che è poi quello per cui ci è stato dato il Figlio. In francese, il titolo del libro è Sete. Quel “sitio” che cala dalla croce, e che trova come risposta un misto agro, forse compassionevole nel voler essere un analgesico. Ma è un “sitio” che al contrario trova nell’uomo, una fame di sete che tocca l’insaziabilità. Rileggere il Cristo nella sua umanità serve alla nostra: così scomposta, così esposta, soprattutto nelle passioni cui nessuno sfugge. Così poco capace di godere dell’essenziale, così protesa sull’abisso dell’impossibile. E così sciocca dal non voler accettare il limite.                                      23 agosto 2019

letture estive – “Lo vediamo tutti i giorni: nei necrologi dei teenager che omettono vistosamente la causa della loro morte (leggendo tra le righe si capisce che è un overdose), negli sbandati con cui vediamo le nostre figlie sprecare il loro tempo. Barack Obama fa risaltare le nostre insicurezze più profonde. È un buon padre mentre molti di noi non lo sono… Sua moglie ci dice che non dovremmo dare da mangiare ai nostri figli certe cose, e noi la odiamo per questo: non perché pensiamo che abbia torto, ma perché sappiamo che ha ragione”. Questo è un passo da «Elegia americana» di J.D.Vance: una analisi lucida sul proletariato bianco in crisi e pieno soltanto di ruggine e rabbia. E non solo in America. Un pezzo letterario che accumula con altri uno sguardo retrospettivo, ma fiondato su ciò che ci potremmo aspettare nelle stagioni prossime. Se dell’estate facciamo una stagione di sintesi. Di tante letture si prestano i giorni estivi, per una visione della vita finalmente racchiusa dentro un globo unificante. Sensazioni, vissuti, distacchi, incomprensioni. Tutto in uno. Quella maggioranza di persone persuase di essere più informate degli esperti: le stagioni che stiamo vivendo sono bersagliate da chi nella scienza, nella medicina e soprattutto nella politica fa della mancanza di preparazione una teorizzazione. “Incompetente e me ne vanto”: poteva tutta la secolare sapienza socratica subire un affronto simile? Eppure diventa strumento di ampio consenso (elettorale). A causa della pretesa di saper tutto, ci saranno sempre degli eschimesi pronti a dettare legge sul come debbano comportarsi gli abitanti del Congo durante il massimo della calura: così l’aforisma di Jerzy Lec, scampato ai lager nazisti, può decifrare al meglio quanto accade. Anche nella Chiesa. Per la verità da qualche settimana sembra che sia calata una stasi: forse gli oppositori per partito preso stanno vacando; ma, come scrive N. Schmitz, forse che ”qualsiasi cosa faccia Francesco adesso la Chiesa cattolica è ormai sprofondata in una vera e propria guerra civile”? E proprio sulla scorta di chi crede di sapere quel che non sa. Bonaccia come quiete prima della tempesta? Una nuova barbarie che si riveste di paludamenti antichi per non mostrare la propria nudità in profezia? Ammettere che le tensioni xenofobe hanno toccato i cristiani, è assumere una delle vergogne più sfiguranti il Vangelo. Non va bene burocratizzare la grazia o mettere dogane, avvertiva qualche tempo fa il papa a fronte di steccati che non valutano la vastità della misericordia di Dio e la sua imprevedibilità, non certo misurata su quella umana. Così; e contro il moloch di chi confonde il cambiamento da operare in una società che cambia facendosi tentare da progetti pastorali che sono superati appena li si mette sul mercato: moloch, che per inventare nuove strutture ecclesiastiche, sacrifica persone e storie. “La nostra è un’epoca così essenzialmente tragica, che ci rifiutiamo di prenderla tragicamente. Il cataclisma è avvenuto, noi siamo tra le rovine, cominciamo a tirar su nuovi piccoli motivi di vita, ad avere nuove piccole speranze. È un lavoro abbastanza duro; non v’è ora alcuna strada facile che immetta nel futuro. Dobbiamo vivere, non importa quanti cieli siano crollati”. Un ultima sprazzo di lettura estiva da L’amante di Lady Chatterley di H. Lawrence: è del 1926, ed è un romanzo accusato di essere osceno. Ma credo abbia qualcosa da dire all’oggi della Chiesa e della società: che, prendere coscienza delle proprie inadeguatezze morali, è l’unico modo di risalire la china. Personale, e interpersonale, prima ancora che collettiva.    27 luglio 2019

cinquant’anniEbbene sì: uno sguardo all’indietro può essere utile. Anche perché, in questi sette anni ultimi, ho avuto tempo di accorgermi del ”se avessi fatto così” con tutti i rimpianti e i rimorsi sulle evenienze di una vita. Non che, a una somma algebrica, alla fine non compaia un +. Minimo, mi dico, ma un +. E per riandare proprio all’inizio dell’avventura, mi sono riletto la pagina-manifesto richiesta alla vigilia dell’ordinazione:lì pensieri e propositi. Seriosa, di quella seriosità di cui sono stato spesso criticato (e di cui per la verità, mi sono io stesso rimproverato, pur non riuscendo a correggermi: è così bello essere accettato da tutti quelli che non vogliono essere scomposti!). Vero è che partivo da una convinta umiltà: È, anche per me come di un uomo che semina la sua terra; dorme, e si alza la notte e il giorno, e intanto il seme s’apre, ma egli non sa in che modo (Mc. 4,46). O meglio, so che c’è uno Spirito che realizza condizioni uguali da situazioni diverse. A dire, che non presumevo di essere un eletto per le mie doti, ma un graziato: se questa parola non soffrisse di una specie di vintage in un mondo di palestrati dello spirito, quei giusti che sanno la verità – naturalmente la propria. Ma subito aggiungendo che in forza della chiamata non potevo sottrarmi alla forza del seme, che rompe la crosta del così fan tutti: se pensate che lo slogan con cui ho costruito l’immaginetta-ricordo recitava essere come gli altri, essere tra gli altri, ed essere un altro. Essere un altro che per la verità era un auspicio di santità che non mi costa molto ammettere di non avere realizzato. Ad ora. Ma c’è qualcosa a cui, sia pur minimamente, ripeto, mi sembra d’essere stato fedele: Come Gesù “profeta potente in opere e in parole (Lc 24,20). In opere: prenderà sul serio la fame, la lebbra, le menomazioni degli uomini (Mt. 11,15), senza soccombere alla maledizione del desiderio d’efficienza. Appunto: fatte le debite distanze dal Nazareno (ero un venticinquenne, e se non si è radicali lì, quando?) mi sono fatto una vita da prete un po’ fuori dalle righe prelatizie di cui vedo soffrire tanti giovani presbiteri. Così l’accusa di aver fatto politica dai pulpiti della mia predicazione sui tetti, la posso rivendicare tutta: sperando che l’insipienza di chi non sa la potenza scatenante del Vangelo sia, più prima che poi, sconfitta. Evangelizzerò, scrivevo, non mantenendosi nella calma regione dei princìpi, ma calandosi negli argomenti del giorno: il sabato, il tributo a Cesare, i potenti del momento – scribi farisei e la volpe Erode. Non era ancora cominciata l’età dell’odio: si era in un post-Concilio di grandi speranze. Quell’età dell’odio che dalle brigate rosse e nere è arrivata fino ai nostri giorni: in parole social che sono proiettoli ugualmente sanguinosi di quelle che avrebbero, da quel dicembre 69 in poi, steso molti uomini e grandi speranze. È stato, quel calarsi, motivo di ulcerosi sospetti, e di incomprensioni nel presbiterio. Rispetto a un modo di fare pastorale, il vescovo Giulio mi avrebbe detto che la maggioranza dei preti bergamaschi non era pronta a raccogliere il mio eventuale testimone. E debbo dire, visti gli esiti, che vedeva giusto. Ma lui non si è lasciato fermare: chiamandomi a un passaggio di parrocchia sicuramente di stima. Ecco perché un + lo vedi in quella somma algebrica che sono stati questi cinquant’anni: nonostante tutti i miei peccati (altra parola vintage?). Ma ne ero conscio fin dal principio se avvertivo: perché riescano fatti di vita, chiedo a quelli che ho incontrato o incontrerò una continua invocazione al Padre. Poiché conosco i miei limiti. Sono qui, ringraziando molto e sempre ripetendo ogni sera prima di spegnere la luce sul giorno: si iniquitates observaveris Domine, Domine quis sustinebit? Come potrei sostenermi, Signore se tu guardassi solo ai miei meno? Anche per questo, inviando ai miei compagni di messa gli auguri per questo pesante anniversario, ho scritto prendendo immagini leggere da chi le ha sapute creare per altro contesto: non siamo stati qui ad asciugare gli scogli, a smacchiare i giaguari, a cambiare gli infissi al Colosseo, a mettere i pannelli fotovoltaici alle lucciole, a pettinar le bambole (o forse sì qualche volta?): nelle nostre fragilità siamo stati amati dal Signore, e ci abbiamo provato ad amarlo e a farlo amare, dentro le quotidianità cui siamo stati chiamati_ per questo vi auguro – coOrdinati con me al presbiterato quel 28 giugno – che gli auguri che riceviamo in questi giorni si traducano in vita, per arrivare vivi al Traguardo.    3 luglio 2019

memorie del presente – Prendevo l’autostradale fino a piazza Castello, e da lì un tram sferragliante verso san Siro. Case popolari di via Novara 90, dove abitava lo zio, impiegato all’hotel Commercio 5 di piazza Fontana. Ci andavo nelle vacanze di Natale: e tra quell’odore di ghisa e di nebbia diffuso, e la neve che non mancava mai, e la compostezza di quel quartiere appartato stava il fascino della grande città che non mi avrebbe più lasciato. Appartamenti decorosi, su due piani, con un porticato ampio a far d’ingresso: essere a Milano con un soggiorno, un salotto e tre camere da letto per famiglia era una ricchezza per gente non ricca di quegli anni sessanta. È lì che un mattino, nel letto preparatomi sul divano, ho letto sul Corriere quell’elzeviro di Buzzati sul treno che va e va senza fermarsi mai, senza lasciare a nessuno di poter scendere: una metafora della vita che mi avrebbe scortato per sempre, da quel ragazzotto che ero. Ed è lì che ho imparato il bene del piccolo accanto al grande, del centro che non vive senza periferia: che diventa poi il succo di una esistenza che prende sul serio qualsiasi luogo e tempo i giorni gli mettano davanti. Ogni tanto ci sono tornato, sempre più raramente, fino alla morte degli zii; ma senza la bella stagione d’adolescenza  non ero più lo stesso, non c’era più l’atmosfera che compone quei desideri giovani che nutrono i sentimenti giovani. Un pomeriggio di qualche tempo fa, un pomeriggio d’autunno, un appuntamento mancato e la voglia improvvisa di rivedere san Siro. Ci arrivo e mi trovo in un altro mondo: cancelli di sicurezza su quegli ampi porticati studiati per accomunare gli inquilini in festa, sbarre di tipo carcerario ai balconi, graffiti luridi su muri del tutto scrostati: un villaggio quieto e sorridente diventato una banlieue angosciante. Fino a quel pomeriggio in cui vagavo per cercare almeno un pezzetto di memoria di quel che era stato quel luogo, quel piccolo paradiso di benestanti non ricchi, non avevo capito perché Gabriella ed Elena, le due cugine più giovani, da anni si fossero trasferite altrove: avessi lavorato a Milano (!) quello avrei scelto io per abitarci. Ma a poco a poco i residenti di quegli anni del boom economico, avevano abbandonato ad altri, svendendole, le loro case. Che era successo? Quello che sta succedendo: con una classe di poveri che tendono alla miseria e non a una vita dignitosa. E con una classe di arricchiti, anche se non riocchi, che preferiscono adottare i cani invece che far figli. Ci stanno dicendo che siamo a livelli di procreazione dei tempi della peste: ma i figli non si fanno quando si sta bene, ma quando si spera di poter stare meglio. Ed è questa speranza, oggi, a mancare. Ed è questa la disperazione, forse, che rende prolifici i miseri: al prezzo di ridurre case dignitose a impossibili nuove caverne. Stiamo vivendo in una società che distrugge le relazioni. Per non lasciarci impicciare dagli altri sacrifichiamo il senso di comunità. E sbarriamo la vita a noi mentre costringiamo altri a vivere dentro sbarre. Nella solidarietà che viene dal comandamento evangelico – il tuo vicino nudo affamato perseguitato – non dovremmo permettere che le città siano distrutte, che la bruttezza abiti la terra delle nostre memorie migliori.    21 giugno 2019  

di martedì – Se uno deve addormentarsi – l’ora è scoccata e la giornata è ormai finita – e un ultimo suo metodo è quello di farsi aiutare dalla tv, può succedere che una trasmissione invece ti tenga sveglio. E non per un grande interesse. Anche, qua e là. Ma per la rabbia che impedisce a Morfeo di trascinarti nella dolcezza di un sonno, quand’anche immeritato (immeritato, perché? ogni vita merita un riposo!). Potresti anche cambiar canale, suggerirebbe chiunque: ma tra morti sparati e lugubri viaggi in città perdute, l’unica è affidarsi alla noia di chi ripete da mesi le stesse cose. Dunque dove la rabbia? Lo avrete notato anche voi: gli applausi, che scattano ogni minuto e mezzo al massimo (e dunque quanti saranno in quasi tre ore di trasmissione?), gli applausi per l’uno e il contrario dell’uno: a susseguirsi. Senza vergogna. Dite che hanno radunato due claques contrapposte? L’intensità farebbe pensare che sono gli stessi che applaudono l’uno e l’altro. Ma quand’anche ci si programmi per contrapposti, si potrà pur accettare che una piccola parte di ragione, in tutta la serata, possa avvenire per la parte opposta. Inaccettabile, per qualsiasi ragionevolezza. E ti monta dentro quella ribellione che diventa adrenalina, la nemica del sonno pacificatore. Ma tant’è: non si vive più di ragionevolezza – ammettiamolo finalmente! – ma di pure emozioni: che trovano uno sfogo per quanto illusorio nel produrre fracasso. I monasteri conservano intatta la regola del silenzio: perché lì l’intelligenza dispiega le sue ragioni sulla vita. Quanto si è avvertito che applaudire nei funerali è qualcosa, almeno, di sconveniente? Come si può avviare all’aldilà, qualunque esso sia pensato da chi è a un funerale, immergendo nel fracasso di mani quando non di voci il caro estinto? Che, il caro estinto, a volte può essere anche poco caro. Ma tant’è, poverino, è vero: un po’ drogato, un po’ infedele, un po’ meschino, ma insomma perché non compatirlo? Solo che solo il silenzio, nel caso, potrebbe essere compassionevole. E così l’applauso ha la stessa ipocrisia di quello in uno studio televisivo; d’altra parte ormai la vita sembra allestita per un set: casalingo, o di sagrato, per non dire di quelle piazze dove si crede di inscenare la democrazia. È uno sfuggire a sé: è così difficile da capire e da far capire? È difficile. E se ne vedono i frutti. Tutti in selfie dietro il pifferaio di turno. Dimentichi di parole pesanti come il piombo ma leggere per l’anima, che solo nel silenzio di mura antiche risuonano dentro sé; o nel composto viaggio di chi coglie il sussurro di foglie e di insetti, nei boschi di silenzio che la vita offre. quello che non è stato per Noa, l’olandesina cui è stato permesso di togliersi “legalmente” la vita. E che sia silenzio profondo per lei. Almeno per lei. (Di quel martedì, ieri, la conclusione è stata spegnimento del televisore e il libro da comodino: che però intriga, e dunque rimanda il sonno. Ma almeno c’è pace).    5 giugno 2019

Le piazze al voto – Lo spettacolo di Milano, per chi l’ha visto, non è stato bello. Anche offensivo quello sventolare un rosario, dopo qualche mese dalla chiamata a un giuramento sul vangelo: che oltre tutto, in quelle mani, sembrava intonso!. Certamente intonso era nella testa, per lasciar perdere il cuore, di chi li ha sventolati. Perché se c’è qualcosa che non appartiene a quelle piazze è proprio il vangelo: dice di stare attenti a non ricevere i forestieri, che è il termine più comprensibile che si possa applicare ai migranti, questo cavallo di battaglia che, si dice, procurerà una valanga di voti allo sventolatore. Forestiero: comprensibile ché racconta di chi viene da fuori, appunto. Ed è evangelico non tenerlo fuori. Di una chiarezza inattaccabile; anche se troverete tra i frequentatori dei templi cattolici tutti i distinguo che di fatto lasciano fuori: sì però, chi, perché viene, non è molestato da guerre, e insomma la fame l’hanno fatta anche i nostri antenati. Antenati – per la verità storica del tutto dimenticata, o forse mai tramandata – che si sono stipati su navi per raggiungere le americhe, o hanno chiesto asilo alle nazioni vicine, oltralpe. Ma tant’è: è sempre vangelo che non c’è peggior sordo di chi non vuol ascoltare, di chi non presta orecchio per intendere il grido di chi fugge, di chi bussa. Ma quanti di quelli che pure sono battezzati, si sono offesi? E come possono frequentare le eucarestie, quanti negano il pane della propria abbondanza a chi è nel bisogno? e come possono accettare di predicare sul sesso degli angeli tanti omileti domenicali, non facendo scendere le loro chiese dalla regione dei principi alla realtà di una Parola che chiede di essere spezzata, anche sulle reni della nostra incomprensione? La piazza di Milano viene da lontano: viene dalla contestazione di cristiani perfettini (a proprio dire) che hanno scelto di stare a destra contestando il cardinal Martini; viene dai frequentatori del dio Po, e da “quelle camicie verdi che  affogheranno il Vaticano nel water della storia”; viene da chi arrivò a urlare, applauditissimo, che «come già accade nel bergamasco, i fedeli andranno in parrocchia con il fazzoletto verde e si alzeranno se solo sentiranno pronunciare certi sermoni”. Appunto: non si sono alzati, perché non hanno sentito certi sermoni. È tempo di prenderci le nostre responsabilità – e lo dico innanzi tutto per noi preti – di sentirci complici di chi ha fischiato, nella piazza di Milano, Francesco e il suo vangelo sine glossa. Non abbiamo detto sui tetti quanto ci è stato consegnato. Così come i laici cristiani non hanno saputo opporsi, sempre educatamente ma fortemente, ai discorsi da bar e da officina, alle bestemmie di chi si dice cristiano per devozioni, e non per l’obbedienza della fede. Per non dire della ignoranza che contrappone questo papa ai suoi predecessori: come se non avessero detto sia Giovanni Polo sia Benedetto, le stesse cose di Francesco, sia sul diritto dei popoli di cercarsi una patria possibile sia riguardo agli zingari: ”I Nomadi sono poveri di sicurezze umane, costretti ogni giorno a fare i conti con la precarietà e l’incertezza del futuro”. Ma è un’altra predicazione, di cui ci si dovrebbe nutrire. O non è che i preti, e i cristiani, si sono accomodati in una religione che non è più evangelica? Che rinnega la creazione di Dio, di cui tutti siamo figli, allo stesso modo, e semmai con una preferenza per chi è più fragile? Ecclesia sempre reformanda: e se non si riformano i cuori, le nazioni saranno sempre più xenofobe. Non sarà che la chiesa oggi non sa dire al mondo perché coloro che la abitano non sanno più vivere di vangelo?   21 maggio 2019 

Siri – vescovo a Genova a trentott’anni, e cardinale a 47: e in un tempo di gerontocrazia ecclesiastica piuttosto pronunciata (e che sembra durare tuttora: ma è prudenza, secondo una scuola di pensiero, che vuole uno stagionato rispetto a chi potrebbe ancora risentire delle tempeste, più o meno ormonali della crescita, che non si ferma alla gioventù). Tuttavia da sempre il nostro professore di storia ci avvertiva con forza: strage della Chiesa il nepotismo. Che non è, manco a dirlo, solo quello familistico: ma che compare in quelle preferenze dell’uno rispetto ad un altro, al di là dei meriti. Non che Giuseppe Siri non fosse uomo intelligente e virtuoso al punto giusto. Ma certo si ingessò in un paludamento che non gli fece sentire l’ebbrezza di un’aria nuova: sarebbe stato fedele al Concilio, avrebbe detto lui di se stesso; ma con tutte le riserve di una obbedienza che nasce dal sentire del dover restituire una fiducia. Intelligenza inevitabilmente compassata, e di senso unico. Imitato recentemente da un altro porporato, già segretario della congregazione vaticana della liturgia – quello che attribuisce lo spopolamento dei fedeli all’aver tolto le balaustre nelle chiese! Dunque il cardinale genovese (genovese di etnia e di episcopato) nella sua conclamata fedeltà al Concilio, certo non ha mostrato d’averne colto lo spirito: imporrà per la durata di tutto il suo episcopato, e saranno ben quarantanni, che sugli altari rivolti al popolo ci fossero sempre almeno due, se non quattro candelieri, e la croce in mezzo (già Francesco Giuseppe, anche lui dal regno ‘secolare’ si occupò di candele, ricordate?): “perché i candelieri distinguono l’altare cattolico da quello acattolico, e ciò è della massima importanza”. Alla barba dell’ecumenismo. Preti, quelli di Genova che si distinsero per decenni dagli altri italiani, perché tenuti da disposizione arcivescovile a indossare la tonaca, in tempi di transizione al clergyman. Insomma uno tosto, il nostro cardinale. E tuttavia, o per questo, indicato come papabile in ben quattro conclavi: al suo biografo R. Lai racconta che le prime due volte ha declinato l’invito dei conclavisti, le ultime due no, volendo, diventando papa, correggere i disastri usciti dal Concilio (certo, precisa, non quello vero, ma quello corrotto dei progressisti). Ma non è stato eletto: e chi avesse ancora dei dubbi sullo Spirito santo che aleggia in Conclave, si ricreda! Perché oltretutto quel sentirsi bravo per la nomina a nemmeno quarantanni, qualche problema psicologico glielo può aver creato: del teologo Ratzinger ha detto senza paura di passare per vanitoso: “quel che apprezzo di lui è che diciamo le stesse cose, ma io le ho dette prima di lui”. Che può essere vero, aldilà della cifra teologica diversa dei due (anche se, confesso, potrebbe essere successo anche a me di dire cose, a me come a tanti altri, prima di un papa o di un vescovo). Insomma un bel tipo. E a questo punto mi rimbombano nelle orecchie le domande ovvie: ma perché ne scrivi? Semplice: per assonanza con l’altro Siri, il contemporaneo, pure lui genovese. Se le Iene, e gli svariati elefanti in cristalleria dei media, non hanno ancora trovato collusioni (nepotistiche) tra un sottosegretario e il cardinale d’allora, vuol dire che non ce n’è. Ho dunque messo le mani avanti. La Chiesa ha già tante grane da risolvere nell’oggi, non creiamole pasticci posticci. Magari inventando parentele che giustifichino. No: eventualmente, le colpe dei cardinali non facciamole ricadere sui nipoti.   10 maggio 2019

rettitudine – Ricordo, tanti anni fa ormai, di non essermi fermato più di tanto davanti alla Gioconda. E non solo per quell’ammasso di persone che “si devono” fermare – e ancora non c’erano i selfie, mi immagino adesso! (A parte che alla Gioconda preferisco di molto i ritratti del bergamasco Moroni, di una intensità esistenziale imparagonabile: ma non è voce di critico autorevole la mia. È per l’istinto che mi conduce a scegliere e non ad essere scelto da mode. E non per snobismo da intellettuali: semplicemente – per grazia? per fortuna? – in tempo di influencer sta a dire che non tutti e non da ora debbono essere afflitti dal fare e/o pensare come ti vorrebbero altri). Naturalmente potrei scandalizzare i fans che riducono, loro, il grande Leonardo a quel ritratto e non all’opera complessiva che lo ha canonizzato come il genio che è stato. Alessandro D’Avenia cita oggi sul Corriere un racconto che avevo già conosciuto. Narra di un pellegrino, uno dei tanti nel Medioevo in cammino verso un santuario, che si trova su una strada tra grandi cave di pietra, in una giornata di sole cocente. Vede uomini impegnati a sgrossare le pietre con i loro scalpelli e si ferma a osservarne uno, coperto di sudore e polvere, le braccia ferite dalle schegge. “Che cosa fai?” gli chiede. “Non lo vedi?” risponde l’uomo infastidito, senza alzare il capo: “Mi ammazzo di fatica”. Il pellegrino riprende il cammino e incontra un altro spaccapietre, altrettanto stanco, sporco e stizzito. “Che cosa fai?”. “Non lo vedi? Lavoro tutto il giorno per far mangiare i miei figli”. Il pellegrino continua il viaggio e incontra un terzo scalpellino, malconcio come gli altri, ma sereno. “Che cosa fai?”. “Non lo vedi? — risponde l’uomo sorridendo — sto costruendo una cattedrale” e gli indica l’edificio che sta sorgendo in cima alla collina. Il racconto dice dell’essenziale invisibile agli occhi: invisibile per il primo, visibile solo parzialmente agli occhi del secondo, diventa chiaro al cuore intelligente del terzo “non come illusione o emozione ma come orizzonte di senso che trasforma la mera fatica del lavoro in vita”. E dunque in rettitudine. La stessa che mi ha colpito nell’allenatore inglese di calcio, che obbliga la sua squadra a lasciar segnare gli avversari, dopo che i suoi erano passati in vantaggio approfittando di un giocatore avversario a terra infortunato. E così perdendo la possibilità di una promozione. Ma non la faccia, che in un gioco competitivo come il calcio sembra invece essere l’ultima cosa da perdere, almeno qui da noi. Non so se ne vedete subito il nesso; ma mi ha colpito in una intervista quel che dice il regista di quell’inguardabile film (a tratti inguardabile, se solo t’immedesimi nella sofferenza di quella creatura dodicenne!) che è L’esorcista. Dice – lui un ebreo convertito alla fede cattolica: “Ho voluto che il prete celebrasse messa come se credesse a ogni parola pronunciata, non come spesso si vede in chiesa, con la messa celebrata molto velocemente, tirata via; invece ho fatto sì che il prete nel film celebrasse la messa molto lentamente, con fede grande e profonda nelle parole”. Il nesso? Il nesso è la rettitudine. Qualità che non sempre è presente anche nelle migliori opere, nelle migliori mani. La rettitudine che è molto più della morale: ma è il sentire secondo coscienza. Siamo in un tempo che davvero aspetta di stravolgere tanti modi di guardare alla vita; e ci è chiesto di riguardare a tante maniere clericali di affossare il bene degli individui. Un tempo in cui le chiese dovrebbero interrogarsi se certi movimenti di cambiamento non abbaino il tarlo del gattopardismo: tutto cambiare perché non cambi nulla. La rettitudine chiede di vedere l’invisibile e di tenerselo ben stretto, per non negare al mondo l’ampiezza degli orizzonti, il tutto del Nazzareno che venne predicando la terra e il cielo. E non il cielo senza la terra.   29 aprile 2019

vigilia – È bastato che un testo di Benedetto, già papa, rinfocolasse in una parte del popolo cattolico le divergenze sotterranee tra l’uomo Ratzinger e l’uomo Bergoglio: divergenze che datano dalle gloriose dimissioni di quel papa tedesco. Come se la Chiesa fosse un campo calcistico, dove due squadre si affrontano non tanto per vincere, ma per umiliare l’altro. Per grazia di Dio, nella Chiesa è come nel calcio: non tutti vivono della acrimonia più o meno banditesca dei tifosi. Non tutti si schierano sulle qualità diverse che pure fanno dell’umanità dei due – e quindi del pensiero, e quindi della sensibilità – una ricchezza  per questi anni per altro un poco foschi. Foschi anche per l’argomento che ha fatto venire a galla i due opposti estremismi: dopo una convocazione di tutti i capi-vescovi del mondo sul come affrontare il tema della pedofilia, questo testo di Benedetto: che facendo risalire l’obbrobrio agli anni sessanta, sembra dare la colpa del fenomeno al movimento del ‘68.  Che quell’anno – quell’epoca – sia stato un momento in cui il mondo ha particolarmente dimenticato Dio, sì, ma lo si può discutere; che “la morte di Dio in una società significa anche la fine della sua libertà, perché muore il senso che offre orientamento” è condivisibile con alcuni segni di interpunzione; e che “i criteri validi sino a quel momento in tema di sessualità siano venuti meno completamente” lo si può dire, purché si accetti che ciò che emerge è ciò che già c’è: latente, fino a quel momento, mal ruminato, ma c’è. Il Dio dimenticato viene da lontano: da un mondo che lo cerca solo quando si trova male, e da una predicazione cattolica che non sa guardare al cambiamento. Papa Giovanni ci aveva avvisato, seppure con un bel po’ di ottimismo – e si era negli anni sessanta: guardate i segni dei tempi. Illusi che quella primavera della Chiesa nel Concilio fruttasse in una estate rigogliosa; ma pare proprio che tutte le primavere contemporanee risultino sterili a non lungo andare: sia quelle politiche, sia quelle ecclesiali. Perché è l’uomo che da sempre si cerca; e cercandosi facilmente sbaglia. Perché il male c’è anche nel migliore degli uomini. Ed è solo facendo i conti con l’io malato che ciascuno riceve alla nascita, che si può sperare contro ogni evidenza sulla propria buona (=bella) risultante: accettando i limiti, lavorandoci su come si dovrebbe, perché ogni primavera si evolva nella stagione successiva che la giustifica per il suo essere. Ma soprattutto chiamando il Signore davanti alla propria vita: Lui, il Salvatore che rinnova nella memoria la sua Pasqua nei giorni che si aprono. In vigilia, pronti ad andare incontro a Lui che sta venendoci incontro. Fin dalla nascita.   >>>  ( Note a seguire_ Non è che il pur vasto fenomeno della pedofilia nella Chiesa sia sottovalutabile, ci mancherebbe!: tuttavia una enfasi eccessiva – che rasenta la grancassa – ha non solo arricchito avvocati di qua e soprattutto di là dall’Oceano, ma è stato foriero di una mancanza di pudore, facendolo quasi diventare l’unico argomento cattolico di questo decennio. E poi: se Benedetto avesse continuato il suo magnifico isolamento per altri sei anni, non avrebbe offerto il fianco ai suoi spasimanti contro quel legittimo successore di Pietro cui lui ha dato e sta dando totale adesione. E poi ancora: se finalmente qualcuno nella Chiesa si dicesse: questa non è la mia Chiesa, e se ne andasse, farebbe un gran favore al popolo santo di Dio; perché la Chiesa possa continuare ad essere l’unica santa cattolica ed apostolica che è in quanto è ecumenica, potendo dire sui tetti che Cristo non è solo per i cristiani di battesimo, ma salvatore di tutti, ma tutti, gli uomini – e loro, si sa, potrebbero salvarsi pur forse in un girone diverso del paradiso. Ecc ecc. ).         13 aprile 2019

la stupidità È un proverbio arabo: “Tacere quando uno stupido ci rivolge la parola è rispondergli con il più eloquente dei discorsi”. Che apparentemente può sembrare poco caritatevole. Ma apparentemente. È che a chi non vuol sentire, perché si ama troppo per ascoltare, può capitare di sentire l’eco del proprio vuoto nel silenzio altrui. Non sempre, ma tentare questa strada certamente non nuoce. Così, alla valanga di notizie che ci arrivano addosso da giornali e tg da quella zona non tanto franca che è in questi giorni Verona, il rimedio può essere il silenzio? Le stupidità di là vogliono cucire addosso alla chiesa un vestito che non è il suo. E dunque è sufficiente il silenzio? Essere diversamente cattolici lo si può giocare su sponde diverse: di chi si vive oggi come una minoranza attraccata al Vangelo, e chi s’attacca alla tradizione come fosse un totem intoccabile. Lo Spirito Santo per costoro non veleggia più come vuole quando vuole nel mare del tempo: è, ingrigito, imbalsamato in una morte sacrilega. Per davvero, così, Dio è morto. Per raccontarla a questo modo, occorre che la minoranza cristiana parli con parole non anaffettive ma passionali, perché il giudizio va compiuto: pena una ipocrisia che sembra annidata in silenzi questi sì complici di tanti preti e vescovi e battezzati. Dunque tacere e parlare, a tempo opportuno e importuno, sono le due azioni da contrapporre alla stupidità dei tanti pur battezzati che sta danneggiando la Chiesa. Certo, nel parlare spesso si equivoca: e in questi giorni si equivoca molto sul Medioevo: l’età dell’oscurantismo, è nei pensieri un luogo comune. Che come tutti i luoghi comuni pecca di parzialità. Nessun tempo infatti sfugge alla fragilità; ma nessun tempo può rinnegare le proprie ricchezze. C’è anche chi le sta mettendo in fila, le luci medievali, e per finalmente far uscire dall’idea di una età maledetta. E l’elenco è ricco di nomi: Benedetto da Norcia – e ricorda i monasteri che han fatto l’Europa – e il sommo Dante, e il magnifico Giotto, e Francesco d’Assisi; e ricco di creazioni: nascono le università, la stampa, il commercio. Insomma nasce là il meglio dell’oggi che conosciamo. Non è quello il tempo oscuro, ma questo: di chi si inarida su greti che non generano l’uomo nuovo, quell’uomo evangelico che rinasce sempre più accostandosi alla novità del Risorto. Per dirla in termini di fede. Vedete: qui sta esplodendo la primavera: nuvole di fiori bianchi sugli alberi che costeggiano la collina. Ma è primavera senza un vero inverno a precederla. Sta finendo un marzo pazzerello, come poetavano gli abbecedari della mia infanzia, che pazzerello non è stato: neppure una secchiata d’acqua a ritmare giornate di sole. Così è quest’epoca: senza ritmi di stagioni o di giorni che inducano a vivere l’esistenza vedendosi nello specchio della propria creaturalità. Narciso può evitare di annegare nel tentativo di raggiungere la sua immagine riflessa se un altro sguardo lo (chi)ama. O non ci si apre allo sguardo che ama davvero, o ci si consegna allo sguardo di chi non ama davvero. Questo mi pare oggi molto diffuso: dentro e fuori i recinti della Chiesa. Perciò l’età oscura può diventare questa, altro che Medioevo. Il tronco nell’occhio di molti, a Verona e non, sta infliggendo al mondo uno spettacolo terribile: quello dell’ipocrisia nascosta da rosari. Parce Domine.   30 marzo 2019

misericordia – Si racconta che Mussolini avesse posto l’alternativa: burro o cannoni? E gli italiani gridarono cannoni. E così fu. E così fu la guerra. A qualche decennio di distanza, sembra che si sia ancora lì: cambia il tipo di armi, ed è cambiato il campo di battaglia, ma … siamo diventati un Paese incattivito, scorretto e violento come mai prima, secondo le parole di chi studia usi e costumi della nazione. E non consolano le parole di Umberto Eco: i social hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli. Perché i social sono oggi il gran campo di guerra di questa generazione: possono essere una fogna di cattiveria e bassezza. E nulla cambierà fino a quando chi insulta, diffama e chi minaccia potrà farlo impunemente. Alla faccia di chi si scandalizza quando si dice: il popolo è bue. Non è aristocrazia da intellettuali, ma puro riscontro di quanto sta avvenendo: che debba il Presidente della Repubblica ricordare che la legge Merlin – quella che chiuse le case chiuse – sia stato un buon primo esito per la dignità femminile; e che questo monito sia stata una risposta indiretta a un ministro – quel ministro che sta facendo carte false per diventare primo ministro! – che aveva appena ventilato la possibilità di riaprirle, le case chiuse, dice tutto: di quali argini occorra alzare per la smemoratezza che dilaga più che il Po quand’è in piena. Altro che smilitarizzare i cuori, come chiede Francesco papa; occorre innanzi tutto smilitarizzare i pollici: sennò, il che male c’è sarà inevitabilmente il ritornello di chi non si lascia toccare da alcun avvertimento. Atteggiamento proprio di chi deve assolutamente  crearsi il mondo nel quale vuole vivere, anche a prezzo di disprezzare o distruggere il mondo reale. Un appoggiarsi sul nulla, perché nulla è all’infuori di lui, come scrive Ortega Y Gasset: tra le favolose imprese del barone di Münchhausen, si racconta che si sia salvato dalle sabbie mobili tirandosi fuori per i capelli insieme al proprio cavallo. Appunto, è il diritto alla bugia: alle bugie che inventano delitti o li nascondono. Solo da ora? no, ma sicuramente più di ieri per la possibilità che ciascuno oggi ha di raggiungere il mondo: purché sia dotato di pollici semoventi, indipendentemente dalla testa. Anche se a volte ci si accorge che occorre molta testa per inventare la realtà che non è, per dunque innescare processi di annientamento: che è poi l’argomento principe che stabilisce l’esistenza del diavolo, l’intelligente senz’anima, il geloso del divino all’ennesima potenza. È difficile per chiunque pensare che la misericordia nell’aldilà tocchi a quanti hanno fatto dell’ipocrisia il loro sistema di vita. Difficile credere che la misericordia tocchi anche chi, come Hitler, ha posto all’inizio dello sterminio di ebrei delittuose menzogne. E difficile credere che si salvino dall’inferno quanti vorrebbero, oggi, mandare nell’esclusione chi è diverso da sé, dal proprio credo religioso o politico. Ma si sa: Dio è diverso da noi. Dio è difficile.  9 marzo 2019

oggi – Abbaglio e illusione è sognare. E non dico dei sogni notturni, che finalmente sono riapparsi da alcuni anni nella mia soglia notturna: e lontani dagli incubi dell’adolescenza e della prima maturità, semplicemente imbastiscono desideri diurni inconsci che rasserenano per la sveglia che mi attende. Pacificanti, loro. Parlo naturalmente dei sogni ad occhi aperti, questi “sogni” che contaminano ormai tanti discorsi, in tante rive diverse. Perché non mi è mai piaciuto inseguire i sogni, sognare? Perché sono diversivi e devianti. Perché poi ci si sveglia, per trovarsi nei giorni che sono fatti di realtà. Per stare a noi: sognare una chiesa diversa dal Concilio in poi? E poi, invece, ci ritroviamo in una Chiesa che costruisce una assemblea piegata sulla pedofilia di alcuni suoi membri. Non che non sia un atto terribile, non che si possa sminuirne la sofferenza in chi è vittima. Ma questo bersaglio mondiale sulla Chiesa, e che questa assemblea di fatto amplifica, diventa, che piaccia o no, un’arma di distrazione di massa. Ben altre le radici su cui comporre l’attenzione: limitarsi a staccare le foglie secche, e non sprofondare nel terreno che le produce, è senz’altro ripiegare sulla inutilità. Quello su cui la Chiesa deve piegarsi è il vuoto della fede: perché questo vangelo massacrato nelle sue grida sopra i tetti? perché dunque i seminari deserti? perché chiese ormai avviate a chiusura per mancanza di eucarestie celebrate in nome del Signore? perché parole senza eco nell’anima dei contemporanei? perché il silenzio che emana dai pulpiti sulle ingiustizie del mondo? perché questa fuga dal conflitto che pronuncia verità nella babele dei linguaggi odierni? Insomma: perché nessuno sferza chi vuole una fede accomodata su di sé, rincorrendo nuovi moralismi o rigidità antievangeliche? Queste alcune domande che un gruppo di preti si sono rimandati, in una di quelle mattinate in cui si porta la propria stanchezza, ma insieme la propria irriducibilità all’andazzo corrente. E non sono preti né papisti né antipapisti, questi ultimi che stanno invischiando la Chiesa in una spirale di decomposizione (ricordano i miei ventiquattro lettori dell’inevitabilità di uno scisma purificatore: purezza di testa e di cuori, non di corpi, questi destinati all’impurità come connotazione di incarnazione?). Sognare quel che non si può – l’estirpazione del male – o semplicemente comporre i desideri di quello che è possibile ottenere? Da una montagna, come dice Matteo, o da una pianura come scrive Luca, si stende la lingua delle beatitudini: che non sono sogni ma promesse, per chi chi desidera mettersi in gioco, e non attendersi facimenti magici. Di questo tempo elettrico, un assolato che non dà scampo al secco del terreno, oh come desidero il maestrale della Camargue, impetuoso e fragrante di mare! Un desiderio possibile, reale: basta che mi metta in viaggio verso quella pianura fra il mar Mediterraneo e i due bracci del delta del Rodano, una terra abitata da fenicotteri rosa e cavalli selvaggi.  23 febbraio 2019

il tempo – Oggi la neve si sta sciogliendo. Ed è sgradevole da sempre per me: quello sgocciolio dai tetti dice una fine, la fine di una bellezza, la fine del tempo bello. Tenendo separati sostantivo e aggettivo – tempo e bello – per dare segno ai tempi, per finalmente sapere di che condizione si vive, e in verità. Checché ne pensano quanti ormai usano beltempo e maltempo come fossero interscambiabili. E infatti, per i quanti, è beltempo se c’è sempre cielo azzurro – o anche cinereo, come succede con l’inquinamento che inevitabilmente si fa con il cosiddetto beltempo: quel che conta è non piova e/o non nevichi. Perché, appunto, è maltempo se piove. Non fa nulla che si soffra per due mesi di siccità: sconfiggete la siccità, ma non toglieteci il beltempo. Di contraddizioni è piena la terra, dice la Bibbia: e non ci si può fare nulla quando la natura si svolge secondo calamità. Ma delle contraddizioni dell’uomo è bene avvertirsi: spiacevoli? è il meno che si possa dire. Pericolose invece. Perché toccano il cuore dell’esperienza conoscitiva della bellezza: certo il cielo di Lombardia così bello quando è bello, e chi lo nega? un cielo azzurro solcato da setose nubi bianche, chi non lo gode? Ma pure un’acquata improvvisa, a catinelle, d’acquerugiola o d’acquazzone, a irrorare la terra, a liberare uomini e donne da quell’elettricità corporea che tocca pure, talvolta e nocivamente  lo spirito – chi non ne gioisce? Solo i quanti che non sanno – e non vogliono sapere – il bene dell’alternanza: oltretutto un dono gratuito  riservato a questa regione climatica in cui ci è capitato di vivere, rispetto ad altre zone meno favorite dalla sorte. Appunto, è la bellezza di cui non si ha più dimestichezza: racchiusi nel presente, incapaci dell’intelligenza che si ciba della diversità. Ditelo a quanti si beano di trasmissioni televisive dove la dignità non è di casa, e la volgarità nutre ore di dimenticanza di sé; o a quanti intendono la propria identità come oppositiva e negatrice dell’altrui: quel che avviene contro i migranti è quanto avviene già nelle famiglie. L’altro non è; o è da poco, così da poco da non farmelo considerare. Forse perché nero non è luce? o disabile, più o meno conclamato, non conta? E se la bellezza fosse nell’eclisse di luna, che si veste di nero, che toglie luce, ma così prende consistenza la sua presenza, a falce o tondeggiante in un cielo scuro? Sto chiedendomi dove sta la bellezza di questa stagione della Chiesa, con poca luce, in una atmosfera di piovaschi uggiosi. E mi dico che c’è, baluginando qua e là in piccole luci di grandi uomini, di donne splendide. Non fanno orchestra, ma preparano il concerto: di chi vive sperando e affidandosi. Di chi sa ringraziare per il bello e il brutto tempo; insomma, per le stagioni della vita. Perché la vita è comunque bellezza. 2 febbraio 2019   

Anniversari – Ogni anno ne cascano tanti. Ma il 1969 sembra avere dentro di sé una qualche misura di universalità della memoria. Tocca l’arte – con i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, sulla cui Gioconda ci si sta interrogando se davvero è la celebrata icona della perfezione; tocca la politica – con i 100 anni dalla nascita di Andreotti, che è personaggio da non relegare troppo facilmente nelle contrapposte ideologie di chi lo vuol divo e chi luciferino; tocca la malvagità dell’uomo, con i cinquant’anni dalla strage di piazza Fontana, che ha avviato la stagione del terrorismo, ma anche la sua grandezza, con lo sbarco del primo uomo sulla luna, lo sguardo più allungato sul mistero dell’universo. Niente di completo in queste date arrotondate; ciascuno può metterci quel che vuole, a secondo dei suoi interessi e delle sue passioni: un elenco lo si trova facilmente su Internet, ma soprattutto dentro di sé, così che uno può commuoversi per i trent’anni dalla caduta del muro di Berlino, così foriero di speranze che questi anni stanno uccidendo; o i 37 dall’uscita di Blade Runner, un capolavoro della storia del cinema, dove ogni elemento ha saputo comporre lo scenario di un futuro inquietante perché plausibile, dove la tecnologia non è disumana ma troppo umana. (Lo conoscete? Per chi, come me, non ama molto la fantascienza – se non là dove aiuta la scienza a non sentirsi padrona esclusiva del presente – è tuttavia un film che racconta quel che potremmo essere o diventare, e proprio nell’anno 2019: in una Los Angeles piovosa e sovrappopolata, il poliziotto Deckard, dell’unità Blade Runner, viene richiamato in servizio; la sua specialità è l’eliminazione di esemplari insubordinati di “replicanti” – androidi più forti e resistenti degli uomini, appositamente creati per affrontare le situazioni estreme, ecc ecc: poter richiamare ancor oggi alcune persone che hanno la stoffa degli statisti a rimettere al loro posto replicanti muscolari ma incompetenti!). Dunque fare memoria di ricorrenze, per ricordare comunque che si viene, tutti, da una storia: che piaccia o no, che la si conosca o no, che la si sia vissuta o che ci abbia preceduto. Così ci stanno anche anniversari familiari: che so, i cent’anni dalla nascita della mamma, o i settantacinque dalla mia nascita, o i cinquanta dacché sono diventato prete. Si ricordano gli anniversari anche per esorcizzare il passare del tempo, questo tic tac che sovrasta i giorni: impaurendo o semplicemente tenendo avvertiti.  Da come si celebrano – fastosamente o sobriamente – si può evincere di quale risonanza si vive. Di quale sguardo sulle cose e sul mondo – e sulle persone che ci circondano – ci stiamo nutrendo. 19 gennaio 2019

Odio – Qui ci sono i germi dell’odio che continuano ad annidarsi ovunque. Vergognamoci, è il grido che dovrebbe salire da piazze di gilets multicolori. Piazze che ancora non si vedono, in un mondo attorno a noi sempre più segnato dalle barbarie (senza tuttavia dimenticare quell’accorrere in una notte di tempesta a soccorrere cinquantuno naufraghi sulle coste calabresi, da residenti che se ne infischiano delle regole alla Bongiorno – portavoce di quella noncuranza salviniana che si riveste di leggi inumane). Inumani o gran cafoni, quando ci si fa emuli delle verità che normalizzano il razzismo, con quel “prezzemolo di linguaggio fascistoide” che raggiunge certamente i più deboli. (Non occorre essere pensatori accreditati o dottori della legge per credere di poter sfuggire alla debolezza della irrazionalità: Nietzsche insegna).  A scrivere o raccontare queste cose, si perdono i fedeli, secondo la letteratura che trova così consenzienti  i lettori feltriniani? E meno male, e finalmente: i cristiani sono un piccolo resto di peccatori che tentano la difficile fedeltà al vangelo sine glossa; che combattono quella paura del diverso che inevitabilmente sfocia nell’odio. Ma i lettori feltriniani non lo sanno? L’hanno dimenticato? Questo papa allontana quanti la pensano diversamente sull’ospitare gli stranieri? Bene: ma chi è fuori dalla legge evangelica? Quelli o il papa? O i vesconi e i pretoni che non avrebbero la sintonia con i loro popoli? O ce l’hanno talmente chiara la sintonia, da allontanarsi quel tanto per non essere ormai cagliati da quell’odio che si fa sgorgare persino da rosari sventolati? “La bellezza ci unisce” dice il papa in un’intervista: ma quale? La bellezza che salverà il mondo: ma quale? E’ possibile che debbano ricorrere al papa  quelli che stanno sull’altra sponda, agnostici o atei, per trovare ragione di sé? Forse perché con tutte le sue pesantezze la Chiesa è l’unica possibilità per trovare oggi la condizione del rimanere umani. Le responsabilità dei politici sono tutte lì da vedere: promettere tutto in nome di una propria felicità, quella della autorealizzazione, sia dei singoli sia dei popoli. Ma felicità è la cannabis che vogliono legalizzare per uso ricreativo? E quel che sta avvenendo, dicono le cronache – per una nuova generazione di giovani consumatori di eroina, che non hanno memoria storica dell’ecatombe dei morti di overdose degli anni Ottanta e Novanta – equivale per preoccupazione alle stolte promesse di sconfitta della povertà? O di quello che sta succedendo per Internet dato in mano a tutti? Dice Berners-Lee, celebrato come il padre del web: “Costruito come uno strumento aperto a disposizione dell’umanità per la sua crescita intellettuale, il web è stato preso in ostaggio da troll e mascalzoni che lo usano per manipolare la gente in tutto il mondo. Il mio ottimismo tecnologico è stato ora eclissato dal timore che la rete finisca per danneggiare le nostre società». Ma anche il leader dei Verdi tedeschi, Robert Habeck, ha chiuso i suoi profili social con una motivazione ineccepibile: si è reso conto che lui stesso tendeva a scrivere scemenze, o comunque cose non all’altezza del suo ruolo e delle sue responsabilità. In sostanza, ha attribuito al mezzo la bassa qualità del messaggio. E, pur senza social, ha preso uno sfracco di voti: quel che non sta avvenendo da noi, dove pare che avvenga il contrario per i guru che si raccontano mangiando nutella o vestendo casacche di ogni tipo: per imbonire la plebe? “Qui non si tratta di politica, ma si tratta di stare dalla parte degli esseri umani”. Se adesso la “resistenza” religiosa, e cattolica in particolare, diventasse anche istituzionale, si darebbe il segno che forse non tutto è perduto. E magari ci resterebbe ancora una speranza di “restare umani”.   11 gennaio 2019

parole – Tante, come sempre in tutti i Natali che si vivono. Tante e belle: pace, luce, bontà. Ma parole. Parole, parole, parole. Che si sentono ma non si ascoltano, se il giorno dopo le trovi nel cestino della memoria. Solo che quel cestino non lo si rovescia più: è un cestino che s’allarga a dismisura, nella misura di quanto man mano lì si accumula. Ma qualche volta, di sfuggita, salta su qualcosa d’accantonato. Provocato magari da u riflusso. Qua e là, da nord a sud, passando per la Toscana, in un passaparola nuovo, alcuni preti si son detti  indisposti  a celebrare un Natale ipocrita. Dove c’è tutto meno il Signore, dove il presepe serve per rimarcare un confine. All’opposto di quello che vorrebbe ricordare: Lui è venuto per quelli che Egli ama, indistintamente al colore della pelle, e dalla provenienza geografica. E come può essere diversamente, Lui che da buon ebreo palestinese un po’ abbronzato è nato? Se mancano quelli che Lui ama, che Natale è? si dicono quei preti. E ce lo siamo detto noi, giusto dieci anni fa, noi i preti di parrocchia in città: allontanati i neri che stavano presso i parcheggi dell’ospedale, loro che non disturbavano proprio nessuno, se non certi fanatici scesi dalle valli, leghisti la cui ignoranza era pari agli scarponi ormai abbandonati. Allontanati loro, allontanato il Bambino: così un presepe sì, ma con quel vuoto, per non imbastire una festa fatta di notizie false. La falsità di chi celebra un Signore della storia, che si prende per scagliarlo contro, manco fosse un politicante dei nostri presenti orizzonti.  Dieci anni ci sono voluti perché crescessero parole di concretezza: certo pace e luce e bontà; ma, o per tutti e significate concretamente dalla testimonianza di chi si dice cristiano, o niente. Per questo ho detto nella celebrazione della Notte la mia soddisfazione per un Vangelo che finalmente è predicato nella Parola che è: per giudicare pur senza condannare, per separare senza disprezzare.  Le parole possono essere dette solo se generate dalla Parola: che è lì nei secoli dalla venuta del Salvatore a dire che o si vestono i poveri, o si dà loro casa, o non li si sfama solo con gli avanzi che cadono dalle nostre mense epuloni che, ma con la dignità che il loro corpo redento esige, oppure cristiani non si è. Ma essere cristiani così interessa davvero a chi si nutre di marginalità, e non di sostanza evangelica? Abbiamo visto, continuiamo a vedere, e ancora vedremo il sorriso di Dio dentro la minorità cristiana che siamo diventati:minorità che non s’impaura di fronte a chi parla e non agisce. E dunque non chiama in verità alla pace alla luce alla bontà.    28 dicembre 2018   

HACKERATI ? – Dopo quasi un mese di assenza, il sito è ancora in manutenzione, e dunque lo potete vedere in stato  ancora di imbastitura. Si è dovuta cambiare la piattaforma su cui era collocato, con tutto il disagio di rimettersi a imparare il come metterci mano. Il che non è che venga facile, come ciascuno sa quando entra in casa un nuovo microonde, o un nuovo cellulare, o qualsiasi altra macchina di questi tempi perfettamente tecnologici. Hackerati: questo il commento primo degli operatori di fronte al disastro combinato da chissà chi. Introdotto un insetto malefico, che si è mangiato non solo le foglie ma anche le radici del nostro sito: ma introdotto da chi? Di fronte ad operazioni che hanno toccato in questo mese, dicono, cinquanta milioni di social, ci si chiede quali giochi o quali interessi abbiano mosso gli assassini del sistema. Si presume che motivi politici o industriali possono essere sottesi a tanto sforzo di maneggiatori espertissimi e imprendibili (o quasi). Ma per quanto ci riguarda, chi ce l’ha con noi? A chi non piacciamo? Beh, ad essere franchi a qualcuno possiamo no piacere. Nel nostro piccolo, le attenzioni spaziano, e inevitabilmente si toccano le ferite altrui. Anche ferite ecclesiastiche. Non certo ecclesiali: la fede è ben sicura nella sua debolezza. Ma usi e costumi ecclesiastici, quelli che impediscono al mondo di vedere una Chiesa pulita da scorie secolari, da interessi poco consoni al Vangelo, quelli si sono toccati. Ma non credo che qualcuno si prenda la briga di badare a un piccolo spazio nell’universo delle comunicazioni, quali il nostro sito è. E dunque, forse, si è stati associati  inconsciamente – per una qualche misura comune – a pentoloni di ben altra statura. Il che però dovrebbe far riflettere. E riflettere con quanti si stanno interrogando sulla pericolosità della cosiddetta intelligenza artificiale. Quanto le macchine guideranno il mondo, invece di essere guidate? E quanto dunque saremo sottoposti ad algoritmi, che – ad esempio – escluderanno quanti hanno come cognome “nero” perché politicamente incorretto? Ci sono fautori di fusione tra uomo e computer. È vero che tanti già hanno operato una fusione tra uomo e animale, e con buona pace degli animalisti non cesseremo di denunciare tale abnormità. Ma tra uomo e una macchina? Forse i credenti hanno un terreno di avvertenze che non esula affatto dalla professione di fede in un creato voluto da Dio perché ruotasse attorno all’uomo. E di cui l’uomo non ne divenisse schiavo.   18 dicembre 2018

defunti – Chi non va in un cimitero in questi giorni? E chi non compone – scomponendo magari l’epitaffio di prammatica – una propria piccola antologia di Spoon River, mentre passa accanto a chi ha conosciuto in altro modo rispetto al sentire comune? Ad esempio. 1. Lei, una catechista d’altri tempi: puntuale e sagace, che non le mandava a dire ai preti quando la facevano da padroni. Eppure aveva un suo segreto: quel giovane passato come una meteora in paese, ma fissatosi eternamente nel suo cuore. Diventato per lei la misura di qualsiasi altro gli fosse succeduto; e sarebbe stata sempre, naturalmente, una misura scadente rispetto all’originale. Bella, seppur senza esagerazioni, era un chiedersi continuo come mai non avesse trovato marito, nonostante spasimanti di non poco numero. Troppo innamorata della chiesa? Non amore di chiesa, ma l’essere rimasta zitella fu l’amore per quel belloccio giovane prete, passato come meteora, ma fissatosi con freccia inestraibile nel suo cuore. 2. E lui? lui è lì, cinquantenne che sembrava avere tutto il senno per sapersi muovere, per non sbagliare il bersaglio dell’esistenza: fragile, ma sicuro. E invece, lasciata la moglie, s’era dato alla caccia sulle rive del lago, in seconda adolescenza. Cambio di look: canotte femminee, calzoni attillati, orologio Swatch,  qualche tentazione di tatuaggi, e naturalmente lavoro parossistico di pollici neppure fosse un quindicenne. Allontanamento da tutti per rinchiudersi dentro le sue avventure. Talmente abituatosi a rifiutare i consigli degli amici, da non ascoltare neppure più i consigli dei medici. Per questo è lì, in questo ossario dentro cui hanno racchiuso le sue ceneri, ex moglie e figli dolenti. Per la sua assenza in morte o in vita, dolenti?   3. E quest’altro, gran signore, affabulatore convinto, che si muoveva tra l’essere miscredente e osservatore attento del clima sociale. Predicava spesso, comprava ascoltatori offrendo da bere, al bar d’angolo, dove c’erano anziani ma anche giovani attratti dalla sua eloquenza socratica. Il suo cavallo di battaglia? Preti, poliziotti, sposati: tutti a tempo. Che se lo si capisce per i deputati (che impoltroniscono senza frutto) non è moneta corrente per queste altre categorie. Per ragioni diverse: di opportunità, di rispetto, di obsolescenza, enunciava. Ed essendo l’assiduità dei rapporti improponibile in un’epoca di centenari, diceva: lui, un Melchisedec  di cui non si seppe mai donde venisse, dove abitasse e, se, con chi. Strampalato, forse. Profeta, perché no? Ora riposa tra erbacce che neppure la ricorrenza ha mosso qualcuno a strappare. Tanto a tempo, la sua vita, da non avere legato mai, e con nessuno? mah! 4. Perfino la foto dovrebbe raccontare: occhi che chiedono. Ma non c’è chi ascolta il retro della vita di questo suicida. Quarantenne, alla ricerca di un senso per vivere, lui che non ne fu dotato da madre natura, e ancor meno da genitori impallati su se stessi. Un ricerca spasmodica di appoggi, e una speranza costosa, molto costosa, propostagli dall’amica del momento: la psicanalisi. Nessuno poté raccontargli la battuta, per un sorriso certo ma con una certa verità, che “gli psicanalisti sono una malattia che si vendono come una cura”. Anni, e uscirne con il male di vivere sempre più angosciante. Nessuna prossimità, da parte di nessuno di quelli che pure numerosi erano al suo funerale, ad applaudire. Applaudire cosa? la propria mancanza di cura? > Camposanto: un fluttuare di voci che rimproverano e avvertono. Che chiedono d’accorgersi dei vivi, finché si è vivi.    31 ottobre 2018

Paolo VI –  Non ho un account social. La dipendenza da riscontro immediato che affligge chiunque stia troppo attaccato ai social non mi affligge (e non ne abbiano a male quanti stanno nel miliardo di utenti giornalieri di whatsapp, e mi predicano l’indispensabilità di simili tecnologie nel tempo presente). E dunque, su questo nostro giornale di collina scrivo quando ho qualcosa da dire, da condividere con i sempre citabili ventiquattro lettori. E capisco che i tempi della loro attesa non sempre coincidano con i miei tempi di tempestività. Per esempio: ho avuto voglia di chiosare quanto, cerca tre settimane fa, Barack Obama così ha provocato gli studenti  ad impegnarsi per il loro paese (loro, i giovani, quelli che astenendosi dal voto, procurano guai alle loro nazioni – vedi per la Brexit o per l’avvento dell’attuale presidente statunitense): “Se non vi piace quello che sta accadendo intorno a voi, non mettete la testa sotto la sabbia, non lamentatevi. Votate”. O la voglia di glossare quell’espressione che ho trovato attribuita a Mussolini: “Io non ho creato il fascismo, l’ho tratto dall’inconscio degli italiani”.  “Se non vi piace quello che sta accadendo intorno a voi, non mettete la testa sotto la sabbia, non lamentatevi. Votate”. O la voglia di glossare quell’espressione che ho trovato attribuita a Mussolini: “Io non ho creato il fascismo, l’ho tratto dall’inconscio degli italiani”. E quanto ci sarebbe stato da dire sul presente, sull’inconscio delle masse italiane, e sul destino non piacevole che sembra aleggiare adombrato di color gialloverde! Ma appunto: le emozioni hanno bisogno di articolazioni. E non sempre vengono. E non sempre sono adeguate. A. Melloni scrive: “Alla vigila del grande assalto populista al Partito popolare europeo e all’Europa, fatto ungendo con “valori” cristiani nostalgie fasciste, far santo Montini è un segnale preciso”. Ed essendo alla vigilia della canonizzazione di Paolo VI questo mi sembra opportuno. Non che io sia favorevole a queste santificazioni di papi che sembrano pullulare da quella di Pio X a Giovanni XXIII a Giovanni Paolo II, a quelle in fieri di Giovanni Paolo I e forse di Pio XII, e insomma di tutti i papi (che poi potrebbe risultare punitiva per papa Ratzinger se non lo si prevedesse, canonizzato dico, quando il Signore l’avrà chiamato al cielo): potrebbero benissimo tutti stare nella loro cornice di Santi Padri già così celebrati sulla terra. Dunque non per l’aggiunta di uno in più, ma per il segnale che può dare a tanti battezzati che non possono dirsi cristiani – per come pensano, se pensano; per come parlano, e quanto parlano, soprattutto se hanno l’opportunità di una telecamera amica a mostrarli nella loro pochezza evangelica. Un uomo, Giovanni Battista Montini, che ha patito la popolarità del suo predecessore; e per questo è stato catalogato di una personalità rinchiusa, di una destinazione ad essere l’uomo dell’austerità. Un nuomo, invece, che viene descritto, a cinquant’anni dalla morte, come un evangelico: con i suoi errori a sottolinearne l’umanità, ma con la visone ampia su una umanità per la quale chiedeva alla Chiesa tutta di esserne esperta. Non solo antifascista per geni familiari, ma per una scelta di parte precisa. Stupenda la Pacem in terris di papa Giovanni, ma non più di quella Populorum progressio che avrebbe potuto segnare, più di quanto non sia finora successo, quel prendere parte non della “sconfitta della povertà” (oh Dio come si cade in basso!) ma di quel parteggiare per i poveri senza cui non si dà pace al mondo. Di qua e di là dei confini tracciati dall’egoismo dei popoli. Un papa la cui santità è esemplare per chi non si rassegna a populismi infelici, e alla zizzania che nascondono nelle loro viscere. Un papa così ci è necessario, come il Cristo di una sua coinvolgente preghiera: Tu ci sei necessario, per imparare l’amore.  13 ottobre 2018

Giobbe – Alla veglia per un prete morto in ancor giovane età, mi sono distratto. Distratto dalla monotona cantilena di un rosario; distratto nel senso di incamminato altrove con l pensiero. Alle “ingiustizie” della vita così come noi le patiamo. Noi che della vita abbiamo le nostre date, i nostri percorsi, il bene così come lo intendiamo noi. “Poteva fare ancora tanto bene”, l’han detto di lui ora steso in una bara senza fronzoli, lo dicono di tanti. Mi sono distratto in Giobbe, cercandone il testo sulla bibbia tascabile che mi son portato dietro (e così forse non scandalizzo gli oranti attorno a me). Nella sua avventura terrena, in quella parabola di ogni uomo che ha sofferto e soffre, Giobbe che non vuole Dio giudicato dall’uomo. Giobbe è un uomo molto tormentato, giusto? E tutto comincia quando Dio convoca i suoi angeli. Di cui uno è Satana, o l’Accusatore, com’è scritto in alcune traduzioni. Satana è stato via per molto tempo e quando Dio gli chiede che fine avesse fatto, Satana gli risponde di aver vagato tra gli uomini. II libro di Giobbe è fantastico. È considerato uno dei più antichi testi della Bibbia, anche se non compare per primo, ed è impossibile capirlo fino in fondo. Molti ci hanno provato, naturalmente, ma esistono innumerevoli interpretazioni. Tra Dio e Satana succede che litigano. Su Giobbe, l’uomo più ricco e potente della terra di Us, Dio si vanta di quanto gli è devoto, mentre Satana è scettico: a suo avviso, è facile essere fedeli quando si ricevono così tanti doni divini. E allora fanno una specie di scommessa. Dio e Satana fanno una scommessa. E  Satana riceve il permesso di portare via a Giobbe tutto quello che possiede, tanto Dio è sicuro che quello conserverà la fede in Lui. È dunque Satana a mettere alla prova Giobbe? Mah, diciamo tutti e due. Il punto è che Giobbe è un uomo timorato di Dio: ma non gli impedisce di chiede conto del perché è stato colpito cosi duramente. Vuole sapere. Chiede addirittura di morire, ma non dubita mai dell’esistenza di Dio. Dio è il suo interlocutore. Anche quando sua moglie gli si scaglia contro – esasperata, e la si può ben capire, anche lei ha perso i figli e la roba – e gli grida: “Rimani ancora saldo nella tua fede? Maledici Dio e muori”. non mette mai in discussione l’onnipotenza del Signore. Neanche quando Satana lo tocca nella pelle, perché non è servito a nulla privarlo di tutto quello che possedeva. In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto, dice il testo. Ma – Giobbe è uno che sta in piedi davanti a Dio – insiste e continua: “Ma io all’Onnipotente voglio parlare, con Dio desidero contendere”. Gli è stato portato via tutto, si è preso anche la peste. Quella fisica, e quella di amici che non sanno, e parlano a vanvera, e vogliono trovare giustificazioni per Dio. Ha perso tutto, ma non il suo diritto di interrogare Dio. E questo gli guadagna una vita nuova: ancora figli, ancora roba, ancora amicizie, di quelle, si spera, che non contaminano l’amico con l’imputargli per forza del male. Poi però “Giobbe morì, vecchio e sazio di giorni”. Che non è quello che, fuor di parabola, si può dire oggi, qui – in questa cappella finalmente tornata al silenzio che parla a Dio – e in ogni oggi umano. Raramente succede che si muoia sazi di giorni e di affetti. E allora? Resta la possibilità di interrogare Dio; e la probabilità di trovare pace pur nell’andare che non ha confini di sazietà. 3 ottobre 2018

scisma? -Paura di uno scisma? Perché? Qualcuno dei miei ventiquattro lettori si è meravigliato che ce ne fosse, nell’ultimo DaQui, quasi un auspicio. Siamo a un punto di svolta? Ad ogni angolo acuto, preso con impeto, sono molti che vanno a sbattere. Ed oggi, in questo nuovo punto-zero della Chiesa, molti di quanti pur si dicono credenti, stanno rovinosamente scontrandosi con il muro dei loro pregiudizi, di quella religione della mamma che gli sembra di tradire chiamati a vie nuove. Che poi, come ci si dice continuamente, nuove non sono, sono il Vangelo finalmente letto dentro le nostre deviazioni, dentro le paure e le attese del nostro tempo. Dico della religione della mamma per chi viene da un tempo un po’ più lontano dalle giovani generazioni; che di religioni alla mamma non ne hanno, infrattati nel presente mediatico che li sta scorporando non solo dal Cielo ma dalla terra. Giovani generazioni perse per la fede? C’è chi lo pensa e ne scrive. E c’è chi invece dice: aspettate e vedrete. Vedrete un ritorno. Sarà: ma a che cosa?  all’insignificanza di una fede senza corpo, senza il corpo del Figlio di Dio? perché le premesse ci sono tutte. Nelle interviste che si sono fatte loro, i giovani si rappresentano per una deità informe, per “qualcosa che c’è, ma…”. Certo che ci sono anche giovani in ricerca vera. Eran trecento, eran giovani e forti, e per fortuna non sono morti tornando da un pellegrinaggio diocesano: ma in quale Chiesa si ritrovano? In una Chiesa dove “il Vangelo è il talento da spendere e far fruttificare… una Chiesa che deve scendere per strada, sporcarsi e magari ferirsi; o dove le resistenze attaccano e contrastano questa visione della Chiesa, intesa anche come “fiaccola? che cammina e va dappertutto? Dove la si vorrebbe solamente come un faro che sta fermo lì dov’è, nella sua staticità: che attira e consola ma non accompagna?”. Le resistenze al Vangelo sono le resistenze al Concilio, che ha voluto essere la traduzione evangelica per il mondo contemporaneo. E vederle dentro, venire da persone che sono chiamate per vocazione a trasmettere la Parola di Dio senza le ingessature dei secoli è davvero triste. Così come è davvero triste che debba ancora alzare la voce il papa emerito, e alzarla di fronte a un cardinale da lui pure eletto, per richiamarlo alla verità del momento storico che viviamo: lui che trova la forza di dimettersi, e lui che si mette in obbedienza al papa suo successore. C’è materia ancor più consistente, oggi, di quella di cinquecento anni fa, con lo scisma di Lutero. Dove si costruiscono muri, cadono i ponti. Perché vengono meno le mani che dovrebbero tendersi a prendere mani, mani di uomini e donne bisognosi di un accompagnamento. Di parole se ne sono spese tante; e di libri si sono viste falcidiate molte foreste. Ma di opere, di cambiamenti veri del cuore, oggi non c’è traccia sufficiente per dirsi finalmente avviati a una coscienza della propria fedeltà al Signore della vita. La storia delle indulgenze di allora, è molto meno di questo clima: e allora, pronunciarsi per uno scisma che purifichi, perché no? E non solo per provocare, ma anche.  22 settembre 2018

zero-punto-qualcosa – L’Europa è attraversata da un vento di tempesta: con l’Italia, i quattro Paesi di Visegrad, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia. Ora anche la Svezia, pur con le connotazioni culturali luterane rispetto a quelle cattoliche del nostro Belpaese. C’è dunque innegabile questa alleanza tra sovranismi e cristianesimo tradizionale: non della Tradizione, ma delle tradizioni dentro cui ci si è ingessati lungo i secoli: per avere certezze riguardo al paradiso e all’inferno, si è fatto diventare vangelo i nove venerdì primi del mese. Ad esempio. E tanto altro. Adesso, con una predicazione petrina che ha rotto l’ecclesialese degli ultimi decenni, una predicazione che usa la lingua familiare sulla scorta di quella di Gesù – quando, volendo far entrare in intimità i suoi discepoli, usava l’aramaico, il dialetto del quotidiano – si sono rovesciate le muraglie d’acqua del passaggio del mar Rosso. Annegando cavalli e cavalieri. Ho scritto del punto zero rispetto alla civiltà nella quale stiamo abitando. Ma c’è un punto zero anche per la Chiesa? È vero che ora si intendono punti zero-punto-qualcosa in più. Era dell’uno o del quattro? Ed anche per la chiesa non si può certo fermarsi a uno zero. Non fosse altro per la santità dei molti che hanno mantenuto viva la parola del Signore, con una testimonianza verace della vita. Ma questo zero-punto-qualcosa che è segnato sul nostro vivere la fede del terzo millennio è un punto di rovesciamento? di frattura? o di ripartenza? O è solo una pausa, come molti si stanno augurando, per tornare a un dopo Francesco, al rassicurante tran- tran di un Concilio preso di striscio, e di apparati che sanno di potere del mondo? Si sta scrivendo sulla stampa anticlericale – quella che ama occuparsi delle cose di Chiesa là dove interferiscono con la propria visione decisamente destrorsa della vita, dove i poveri contano perché i ricchi possano, tronfi, distinguersi – che l’attuale insistente richiamo sul tema della migrazione avrebbe allontanato molti cattolici dalla Chiesa. E se fosse vero, come pare anche a me? Se il non ospitare lo straniero diventa una prassi dei frequentatori domenicali delle chiese; se la cura del samaritano Gesù non è più norma cristiana; se è così, ben venga che ci sia una disinfestazione. Cinquecento anni fa, Lutero staccò per ragioni ben più alte di questo meschino modo di pensarsi cristiani. Ha perso la Chiesa? Ma ha guadagnato il Vangelo! Che potrà pur tornare ad essere di pochi, ma di quelli che le otto beatitudini se le tengono davanti, per potersi poi far riconoscere nel giudizio finale. Voi dove eravate? Io credo che si tradurrà così l’interrogatorio dell’ultimo giorno. Tu dov’eri? Hai alzato la tua voce? O ti sei lasciato intruppare dal pifferaio di turno? Ben venga anche uno scisma. Spiace. Ma è inutile tener dentro una congregazione chi lo statuto evangelico di quella convocazione lo ha messo al margine. O seppellito sotto le morbide vesti paonazze di cultori di sé. È un tempo di svolta: rendersene conto per sapere quale argine scegliere, nella piena di un fiume che potrebbe straripare ancor più di quanto non si veda oggi.  10 settembre 2018

Mi si chiede di dire sul caso Viganò e sulle sue accuse al Papa e non solo, che i media hanno ampiamente sottolineato. Siamo allo zero-punto-due della Chiesa? forse a un’altra purificazione radicale dopo i cinquecento anni da Lutero? Intanto, faccio mio l’articolo di Alberto Melloni, che rappresenta appieno quanto penso.
chi c’è dietro l’attacco al Papa – Che un vecchio prelato, furibondo per non avere fatto carriera, covi risentimento verso il Papa è l’abc del cattolicesimo romano. Che usi i giornali per vendicarsi è un déjà vu, dai tempi in cui il cardinale Ottaviani affidò a Indro Montanelli carte per denigrare papa Giovanni. Che dunque un nunzio – monsignor Carlo Maria Viganò – decida di far sapere poco diplomaticamente che papa Francesco avrebbe ignorato le sue denunce, e gli chieda di dimettersi, non dovrebbe stupire. È infatti la conferma di un dato preoccupante. Nella selezione dei candidati all’episcopato sono stati scelti uomini privi delle doti spirituali e della stabilità psicologica richieste. Così fra quelli che hanno governato le diocesi coi preti pedofili, troppi si sono resi complici in guanti bianchi dei delitti. Fra quelli che hanno servito la Santa Sede alcuni si sono rivelati omuncoli disponibili a giochetti come questo di Viganò, che per la sua puntualità sordida e mafiosa è impossibile credere non sia stato pianificato, orchestrato e temporizzato. Non da lui, ma da qualcuno che ha scelto di fare di lui un Corvo in talare. Scelta non casuale. Quando il 1° ottobre 2011 Benedetto XVI nominò il cardinale Giuseppe Bertello Governatore della città del Vaticano non gli fece un favore: diplomatico di immensa esperienza, dotato di un tatto politico unico nella infinita crisi italiana, Bertello aveva la statura per fare ben altro. Ma il Papa – che preferiva a un segretario di Stato “un confidente” amico – si tenne la lealtà del cardinale Bertone e “usò” Bertello per risanare quell’ultimo e chiacchierato residuo di potere temporale. Scelta intelligente: che però tagliava la strada a Viganò che, dopo un periodo in Nigeria e dieci anni in Segreteria di Stato a Roma, era passato proprio alla segreteria generale del Governatorato, convinto di poterne scalare il vertice e diventare cardinale. Già a primavera 2011 Viganò aveva fiutato aria di fronda attorno a sé e aveva scritto ai superiori spiegando che erano i colpevoli di una mala gestio che volevano bloccare la carriera a cui si sentiva vocato e rimandarlo a fare il nunzio, in una sede prestigiosa ma lontana dal suo attico. E in effetti il 19 ottobre 2011 Benedetto XVI nominò Viganò nunzio negli Usa. Cento giorni dopo, con la pubblicazione di quelle sue lettere di accuse, iniziava la compravendita di carte dell’appartamento papale che va sotto il nome di Vatileaks. A Washington Viganò doveva però essersi consolato pensando che Francesco lo avrebbe premiato per quei suoi passi. E rincarò portando nuove denunce. Invece niente: Francesco ha atteso che avesse l’età per la pensione, lo ha congedato dal servizio e anziché lasciargli l’appartamento che il monsignore s’era tenuto in Vaticano, gli ha fatto dire che poteva tornare in diocesi. Ce ne sarebbe abbastanza per spiegare un gesto vendicativo, ma autolesionista (se Viganò sapeva più di tutti, più di tutti ha taciuto). Ma quel che è chiaro è che qualcuno ha fatto di un pollo il Corvo. Attaccare papa Francesco alla fine del suo viaggio irlandese, a sei giorni dalla lettera al popolo di Dio, a un mese dal ritiro della berretta cardinalizia a McCarrick, prima dell’arrivo del nuovo Sostituto e del rientro del Segretario di Stato, nasconde un disegno: che non ha nulla a che fare con la pedofilia, ma col tentativo di saldare l’integrismo anti-bergogliano con il fondamentalismo politico cattolico. Cioè il mondo dei tradizionalisti legati al cardinale Burke, che ha deciso di passare dai dubia alle calumniae scommettendo sulla possibilità di agire come blocco in un futuro conclave. E il mondo della “destra religiosa” americana ed europea che da quella grande chiazza nera stesa fra Monaco e Budapest, fra Danzica e Roma, sogna di smantellare l’Europa della pace per farla ritornare la terra degli Dei della Guerra. Chi ha insignito il pollo del ruolo di Corvo voleva misurare l’effetto di una bufera mediatica non su Francesco, ma sul collegio cardinalizio, sull’episcopato, sui teologi; poi si vedrà.

compagno/a – Una volta era l’orgoglioso modo di sentirsi appartenente alla schiera di chi il mondo lo leggeva con occhi di giustizia; o come appartenenza sociale: compagno di scuola, del servizio militare, di squadra sportiva, e che si prolungava ben oltre gli anni. Ora è cambiato l’uso. Adesso ha preso il posto di quelle definizioni che stavano a segnare un cammino d’amore: fidanzato/a, sposo/a. A sentir dire, oggi non ci sono più mogli e mariti. Ci sono compagni. Però a me sembra che manchi l’orgoglio nella pronuncia, quell’orgoglio che era frutto di una scelta condivisa, di un offrirsi al mondo insieme. Certo, un tempo non c’erano i divorzi: e dai molti lo si racconta come fosse una disgrazia. Mentre disgrazia è questo condursi di fiore in fiore, neppure si fosse dei calabroni. So che è un parlare nel deserto, al deserto. E mi rintronano le orecchie di accuse di passatista, eppure so di non essere per genetica un conservatore. Non mi intristisco per l’accusa. Mi intristisco per la sordità del tempo arrivato a un punto zero della storia. Ben inteso, uno dei tanti punti zero che la storia ha registrato: ma gli altri non li ho vissuti, e questo non avrei voluto viverlo. Passato attraverso le speranze del Concilio; e poi in quel sessantotto così vituperato dagli inetti, e che tuttavia penetrò persino tra le mura del Seminario a chiamarci a una vocazione rinnovata; passato attraverso l’euforia della pace che fu la caduta del muro di Berlino; e attraversato da quell’epoca tragica che trovò le parole migliori sul terrorismo in Paolo VI, il papa che osò rimproverare Dio: Tu non hai esaudito la preghiera per il nostro amico. È questione di fede? È questione di fede. Le nostre preghiere inascoltate, sulla vita nostra e di quanti ci stanno a cuore: che sono molti di più della tribù biologica cui apparteniamo. Sono gli uomini e le donne che stanno condividendo questi anni: vicino a noi o lontani da noi. È questione di fede sapere – ed è il sapere della grazia non prodotto umano – che finché non si accettano le sconfitte per ripartire da esse, resisteranno compagni e compagne mai trasformati in una scelta. Non esemplificando più alle giovani generazioni la possibilità della resistenza dentro le cadute. Anche della caduta di un ponte: la rassegnazione, la fatalità di chi vive l’emozione di un momento e poi la scavalca, neppure fosse un qualsiasi sasso sull’asfalto: questo il punto zero che stiamo tramandando a chi avrebbe diritto ad essere forgiato in ben altro modo. Il punto zero delle emozioni senza ragione: implica la fede, la ragionevolezza di chi sa la scienza non più superba detentrice del sapere: ma attenta a indicare i propri confini. Ogni spazio ha le sue frontiere. Consegnare un oggi senza proiezione sul futuro, è questo che fa il vissuto di emozioni senza il vaglio della ragione. Ho bisogno, dunque prendo. Naturalmente scrivo partendo dai miei sbagli: persino Abramo non fu una persona perfetta, immagina me! Ma scrivo come chi non vi si rassegna a veder ripetere gli stessi errori: perché i tempi del punto zero non hanno barriere. La fedeltà è un dono che si può ricomporre anche dopo un fallimento: ma la si deve chiamare con il nome giusto, per non stare in quel limbo dove si tengono aperte tutte le porte, all’insegna del Non-si-sa-mai. Come calabroni, appunto. 18 agosto 2018

l’eterna giovinezza – Si racconta che il no alle Olimpiadi a Roma è stato deciso da un ristretto gruppo di opinionisti, radunati nell’officina del meccanico che cura la moto di quel expolitico non ancora del tutto ex che va sotto il nome di “dibba”. Dunque le cose stanno così, e non è una leggenda romana: è nero su bianco in un libro scritto dallo stesso ex non ancora del tutto ex. Si racconta dunque che il suo meccanico abbia convocato un po’ di vicinato, tra pezzi di ricambio su pavimento oleoso, per un sondaggio, preliminare  di quella votazione in rete di cui i suddetti sarebbero stati le cavie. Una decina di persone, ma rappresentative: un fruttivendolo, un edicolante, un pensionato, e un paio di familiari, il “dibba” stesso in veste di elicitatore. Non è detta l’età dei partecipanti, ma forse non conta ai fini del risultato. Che sentenzia: linea dura, le Olimpiadi non si facciano, la stragrande maggioranza dei romani è contraria. Sulla teoria della relatività dei numeri non si arricci il naso, e sui concetti di maggioranze e minoranze neppure: quel soviet romano, come quello russo prima della scorporazione, ha ragioni che il popolo deve far proprie. Pena, le buche nelle strade, o l’irrisione degli avversari: volete mettere la saggezza che da un bar sport qualsiasi della periferia si sposta in una officina meccanica? D’altronde, qualche mese dopo – adesso – non si è proclamato che i deputati del popolo si arriverà a sceglierli per sorteggio? I social sono lì – qui – a costruire un mondo di opinioni, dove non le certezze religiose, ma neppure quelle scientifiche si salvano sotto l’ “io la penso così”. La chiamano democrazia diretta. Diretta da chi, è il problema. Un grosso problema. Forse conoscete la storia di Titone. Ma la scrivo per quei due o tre che han fatto l’Iti, e dunque non sono tenuti a conoscere la mitologia greca. Dunque Titone era un uomo normale, come me e come te. Normale fino a quando Eos, che era la dea dell’aurora, si innamorò di lui. Lei una dea, lui un uomo, lei immortale, lui mortale? Come può continuare l’amore? Zeus era il capo, il padre di tutti, pronto ad esaudire ogni capriccio dei figli. E su richiesta di quella figlia innamorata, concede l’immortalità a Titone. Festa grande? Macché. Si dice che l’amore è cieco; e qualche volta stupido. Ci si dimentica di chiedere qualcos’altro accanto alla immortalità per quel giovane uomo: l’eterna giovinezza. E infatti Titone resta prigioniero di quel privilegio: non morirà più, ma si corromperà in una vecchiaia senza più bellezza. Cosa avrebbero deciso l’edicolante, il fruttivendolo, il pensionato, il meccanico – insomma tutto il bar sport, tutte le claques organizzate dei commenti on line – così ripiegati nel presente di una presunta eterna giovinezza delle proprie idee? Se falla lo sguardo lungo, se non si esce dal recinto di una officina di un’edicola di una botteguccia, che futuro? Cittadini di una nazione, responsabili. Ma cittadini della diversità cristiana. Negli ultimi giorni, seppure in modo ancora indiretto, sembra che i Vescovi stiano uscendo da quel dire prelatizio e diplomatico sull’emergenza emigrazione. Troppo silenzio, rinchiusi dentro recinti che loro chiamano di rispetto per le istituzioni civili. Ma sono pavidità che non hanno la forza del Vangelo. Beati se sarete perseguitati, perché non avrete taciuto. Beati se rigetterete l’accusa di essere “buonisti” chiamando finalmente gli altri, per quel che sono, “cattivisti”. Beati se difenderete l’orfano e la vedova, quelli che oggi sono di pelle diversa e di etnia diversa, perché vostro sarà il regno dei cieli. Beati se lascerete gli ovili dentro cui prosperate tra certezze datate, e segni datati, e vesti datate: e un linguaggio datato. Beati voi: vi sarà data resurrezione, immortalità non disgiunta da bellezza, l’eterna giovinezza. 3 agosto 2018  

esercizi – Quando si ha un po’ più di tempo a disposizione – e l’estate è questo tempo, quando si rallentano gli impegni dell’anno – ci si può dare a riprendere i libri del liceo. E uno in particolare che mi aveva allietato, sottobanco, durante lezioni noiose, era sull’etimologia delle parole italiane derivate dal latino. Quelle che hanno la stessa radice ma significati diversi: ad esempio, le due parole tradizione e tradimento. Due parole che non potrebbero essere così distanti. All’apparenza. Perché derivano entrambi dal consegnare: nel primo caso la consegna riguarda tutto ciò che viene passato dalle mani di una generazione a quelle di un’altra, per salvaguardarlo dallo scorrere nel tempo; nel secondo caso, invece, la consegna riguarda qualcosa che dovrebbe essere protetto, e invece viene svenduto. Ed è il tradimento, che si conosce nelle sue svariate sfumature, a principi cui pure ci si è votati: l’infedeltà coniugale, che si esprime in una doppia vita, senza più remore, all’insegna dell’autorealizzazione che giustifica ormai ogni comportamento; e c’è il fenomeno dei voltagabbana, di chi si consegna superficialmente a una ideologia contraria, e lo si è sperimentato massicciamente nelle ultime scelte elettorali; ma si tradisce con l’apostasia: e pare che tradire la propria fede a favore di soluzioni più immediatamente appaganti stia dilagando molto tra il popolo cristiano. Più semplicemente, ma non meno pericolosamente, è un tradimento il falsare le cose, il travisare con menzogne, di cui si è ben consci, i fatti della vita: e sempre a proprio vantaggio, personale o politico. Ma c’è un tradimento che tocca la Chiesa, e proprio nella sua Tradizione: lungo i secoli, per alleggerire il giogo che il Vangelo comporta – è un giogo leggero, ma lo si vuole più leggero – ci si è piegati alle tradizioni, che hanno impelagato fino ai nostri giorni l’essere discepoli evangelici. Da lì l’incapacità che si sperimenta nell’accettare il vento nuovo dello Spirito. Si giunge a sospettare della novità che appartiene al Vento che spira in tempi diversi in modi diversi, per non lasciarsi sgusciare da ingessature che sono lontane da quanto il Nazzareno è venuto a dare. Si è detto che Gesù non è venuto a fondare una religione, ma a chiamare a una fede. In sede di dibattiti lo si accetta, così come si accetta che un modo religioso è indispensabile alla fragilità dei discepoli. Ma quando il modo religioso si sovrappone alla fede, tanto da renderla insignificante? Allora non conta più essere beati perché si accoglie lo straniero, invece che lasciarlo alle porte della città. E non conta quanto ci è stato detto, e sarà tema di giudizio: forse Matteo 25 dovrebbe essere predicato più incisivamente e opportune et importune, come ha detto san Paolo. E così, non per condannare, ma si darebbe la possibilità di vedersi in anticipo schierati se da una parte o dall’altra del Figlio dell’uomo quando tornerà nella sua gloria. Fin da qui; per scegliere di spostarsi finalmente dalla parte giusta. Per liberarsi dagli orpelli che impediranno di entrare dalla porta stretta. Per riconsegnare la Chiesa alla sua verità, che non è quella di una perfetta organizzazione mondana, ma di una trasparenza che conduce al Salvatore. Forse gli scismi che sono avvenuti lungo i secoli, meriterebbero miglior pregio, se sono serviti a una purificazione. Non per condannare a una marginalità, lo ripeto, ma per avvertire di una pienezza che è ben lontana dagli apparati che soffocano, che rimandano, che attardano. Una Chiesa comunità di fratelli che condividono il bene tra loro e con chi bussa alle porte delle loro chiese. Occorre esercitarsi al saper consegnare, senza consegnarsi al Maligno. È così che le nuove generazioni non resteranno tradite. Altra via non c’è: solo nella spogliazione si renderà evidente la brillantezza del Vangelo.  12 luglio 2018

ragnatele – Impatto di un insetto, e carico del vento: sottile e resistente, la tela di un ragno è studiata dagli scienziati; e ci dicono che l’ancoraggio è il suo segreto e l’elasticità la sua forza.La natura è straordinaria e ogni piccola cosa ce lo ricorda. Quanto tempo per guardare  un ragno domestico mentre costruisce e fa prendere forma a una ragnatela perfetta? È tempo perso? O il tempo utile ad accorgersi d’essere circondati da meraviglie e misteri, che possono sfuggire per tutta una vita? e dunque lasciarci poveri di sguardo sul creato che ci è donato? Ma non è di ragni che si tratta qui, anche perché di aracnofobia potrebbe essere affetto un qualche frequentatore del sito (e di fatto alcuni ragni sono proprio repellenti: e aprono il dibattito su perché la creazione abbia anche forme mostruose – ma potrebbe essere discorso anche teologico, e dunque a un’altra volta). Eh sì, perché le ragnatele di cui vorrei parlare non sono di seta, ma di catrame. Mai stati in Svizzera? Mai colpiti da quelle strade che sono percorse da ragnatele in continuo? Per un bel po’ (perché per un bel po’ ho frequentato quella nazione, su su fino al lago di Costanza, tra emigranti di antica generazione, ospite del loro cappellano) – per un bel po’ mi sono meravigliato che non stendessero un manto d’asfalto omogeneo, come usa da noi: prima fessure e buche, lasciate lì per decenni, e poi, improvvisamente, soprattutto alla vigilia di elezioni amministrative, uno scialo di catrame anche su strati non richiesti. Poi però, anche a me succede l’illuminazione. E finalmente realizzo che è una questione di manutenzione: preoccuparsi da subito di riparare alle crepe che si fanno, per il gelo o per l’usura, è risparmiare, è non sprecare. Mantenendo comunque una buona viabilità. Ed è a proposito di manutenzioni che abbisognerebbe oggi il nostro paese: non di colate rivoluzionarie, ma di interventi su fessurazioni  che compaiono improvvisamente. Per usura della democrazia, e per il gelo di persone incompetenti. Screpolature fiacche o gravi fessurazioni quelle che vediamo emergere giorno dopo giorno? Il sentire anti immigratorio, o la pistola in casa voluta da sessanta persone su cento? Lì si annida la voglia di un capo, e dunque un desiderio di schiavitù che tocca ormai in gran parte le masse. Voglia di capo che è nutrita dalla paura di libertà. Che è poi paura di futuro. Alimentata, cibata e sfamata dal furbo del momento. È sentimento che ha dato luogo al fascismo cento anni fa. Alla voglia di un duce, che fa a braccio di ferro con gli amici di ieri e banchetta con i nemici di oggi? (E qui non si è nella lingua del vangelo, che vuole l’amore dei nemici: qui amici e nemici sono i cattivi e i buoni, i prepotenti e i misericordiosi, quelli che arraffano e quelli che spartiscono). Il sovranismo, piaccia o no ai cultori del quattro percento – ma che mangiamo al centopercento –  è ritenere lo stato come un idolo sociale (e qui tutta la letteratura biblica ha a che dire sulla estirpazione degli idoli). Fessurazioni o solo screpolature accettabili di un sistema in cambiamento? Noi siamo un popolo battezzato al novanta per cento: che al settanta per cento – non sapendo più nulla di Vangelo – non sa più che cosa vuol dire per la propria vita. E dunque sceglie da apostata, per usare un termine che forse non dovrebbe più essere considerato obsoleto. Sceglie contro una professione della fede che gli ricorda, di Pasqua in Pasqua, il mistero fraterno che discende dall’avere un Dio d’amore, un Dio non solitario. Fraternità è la parola cristiana desueta nel politichese che sovrasta. Parola in disuso ideologico tra i cristiani. Occorrono manutenzioni ordinarie, e non straordinarie colate di organigrammi e di raduni di massa, da cui oggi sono tentate le chiese. Invece il vigile dire di ogni giorno, l’inquietudine che vede l’ assillo della Parola non affogata nel silenzio delle curie. Opportune et importune, senza compromessi, o benedizioni dei nuovi labari. Si vive di catacombe, dell’assemblea che celebra e ascolta, dell’assemblea che si separa ma per ritornare: testimoni nel mondo, a dare sale e a far da lievito. Minuti ma saldi. Attenti a tutti ma convinti di Vangelo.  27 giugno 2018

  vanità. Vanità delle vanità è la vita. Non l’ho mai così ben capito come dopo questa notte: in sogno, la signora Bona mi ha rimproverato perché da tempo non scrivo sul sito. Dovete sapere che la signora Bona è morta qualche mese fa, a novantadue anni. Una di quelle donne fino all’ultimo  sveglie e battagliere. Una che seguiva questa rubrica, per voler sapere come da qui viveva il suo emerito parroco. Una che circa due anni fa, per una sosta scritturale di cui oggi non ricordo il motivo, pure mi aveva sollecitato a riprendere, e l’aveva fatto con il tono di chi non vuole che accampi scuse.  Aveva diritto di non lasciarmi solo, diceva: e ha detto con le stesse parole stanotte (sapete, i sogni sono ricordi che si slacciano dall’impiantito della memoria). E così ho dovuto spiegarle, in sogno, il perché di questo lungo silenzio. Le ho detto di un’evenienza capitata agli occhi, e degli imprevisti piuttosto seri che ne sono seguiti; e dell’ordinanza medica di un periodo di riposo.  Riposo che, tra l’altro, costringeva a non leggere, e dunque anche a non scrivere. Però, permesso di vedere la tv. Mi sono così trovato a guardare in orari che solitamente mi vedono in ben altre faccende. A guardare a maratone e tagadà, a quelle giostre di informazioni (?) politiche che si succedono durante tutto un giorno, e tutti i giorni di quest’ultimo mese. E poiché il periodo appena trascorso si prestava al meglio, con i nuovi colori gialloverdi che si sono insediati alla guida del paese, credo che il riposo impostomi non sia stato al massimo delle aspettative delle ordinanze ricevute dalla pietà medica: perché il riposo del corpo era annullato dalla fatica di ingoiare le indigeribili stupidità. Ma tant’è: mi hanno tenuto vivo, tra pensieri sarcastici, mai tuttavia tradotti in parolacce che non si addicono a un prete. Perché? li avete visti? li avete sentiti? Una passerella di nulla che pure si è nutrita di colpi di scena, in mancanza di sostanza. La vanità al potere credo sia la cosa peggiore che possa capitare a un popolo. Ha scritto Victor Hugo: chi non vuole andar nudo, si veste di vanità. Miglior definizione di politici attuali, e di commentatori cavati dal regno dei professionisti del nulla, non poteva calzare meglio sui giorni che abbiamo vissuto. E oltretutto la vanità fa dei brutti scherzi alla memoria. Esponendo al ridicolo, se non alla compassione: il negare quanto si è professato fino al giorno prima, o attaccandosi ai luoghi comuni nella speranza delle dimenticanze altrui; che invece noi non ci permettiamo, perché non possiamo. Noi: cioè quelli che cercano la verità nelle cose; e che si aspettano un servizio di verità da quelli che sono chiamati a gestire il bene comune. Pur nel compromesso che, si dice, la politica è. Ma non nel compromesso che il Vangelo mai permette, se non chiamandolo con il suo nome: peccato. Sì, perché, nel frattempo, c’è stato quell’evento meraviglioso della salma del santo papa Giovanni che è in terra bergamasca, anzi qui. Migliaia di persone a sperimentare una devozione, che certamente va oltre il vedere-toccare. Almeno così spero io, che sono lontano da quel tipo di espressione religiosa (ricevendo l’accusa di una fede intellettualistica: come se la fede non fosse il prodotto di dubbi, di fronte all’invisibile che ci chiama). Ma anche lì. Vanità delle vanità, tutto è vanità. E lei, signora Bona, dall’alto o dal profondo dei cieli, in compagnia del vero papa Giovanni, sta sicuramente dandomi ragione; e sorridendo compassionevolmente vedendo qui in terra lo svolazzare di preti che si stanno prendendo consistenza dall’evento. Anch’essi nudi vestiti di vanità? con le loro cotte plissettate e con le loro apparizioni mielose? Diceva non so chi che “la vanità è il mio peccato preferito”. Non son meglio altri peccati, che non stridano così fortemente con il Vangelo dei beati i puri di cuore? Certo, a ognuno il suo peccato preferito. E mettersi a fare le pulci sui peccati altrui, capisco che possa non essere il meglio della santità. Ma la correzione fraterna è un imperativo del cristiano. Dopo averla applicata a sé, ovvio. Ma la costrizione al riposo, se mi ha impedito di scrivere anche per lei, signora Bona, mi ha affastellato dentro questi pensieri che mi hanno convinto che la vanità è stupidità, quando non è  pericolosa. E ho pensato bene di  buttar fuori. Per stare in pace. 9 giugno 2018 

cerchio magico – Una espressione usata (per la prima volta?) qualche anno fa riguardo al capo di una parte politica ben precisa, che si sarebbe poi estenuato, quel capo, in un condottiero molto muscolare, e più evidentemente destrorso. Ma da allora molti altri sono stati accusati di lasciarsi irretire da un cerchio magico: che sarebbero poi degli incensatori del capo, per impedirgli di andare oltre loro (ricavandone così benefici per le proprie azioni e le proprie idee). Insomma, loro imprigionano il capo, dentro una rete che fa credere al malcapitato – che tuttavia si rassicurerebbe in tale nube di incenso o di nebbia – facendogli credere il loro dire e il loro pensare come il dire e il pensare di tutti. Qualcosa che viene ora imputato anche al papa, e non da fonti giornaliste interessate da accanimenti pregiudiziali verso Francesco, ma anche da un cardinale già prefetto della congregazione per la dottrina della fede: che è tutto dire rispetto alle gerarchie. L’esistenza di un cerchio magico, dunque, che sarebbe responsabile di un clima curiale decisamente poco incline al dialogo: “Credo che i cardinali che hanno espresso dei dubbi sull’Amoris laetitia, o i 62 firmatari di una lettera di critiche anche eccessive al Papa vadano ascoltati, non liquidati come farisei o persone brontolone”. Uno schierarsi, di fatto, dalla parte di siti insostenibili per il buon gusto ecclesiale, da far tremare i polsi: rispetto al cardinalato, che dovrebbe essere il cerchio evangelico attorno al papa. (A proposito, per i naviganti del Web: i siti inguardabili, se volete non procurarvi reflussi gastro esofagei, vanno dai sedevacantisti del più volte qui citato soccipensiero, agli ultra conservatori della fondazione Lepanto, a quel ex vaticanista dell’Espresso – già ex di altro! – che quasi quotidianamente rimprovera Bergoglio su tutto; ai toni apocalittici e irridenti usati da una certa “teologa” sul blog di cui pontifica sul Concilio; per non dire di quel vaticanista Rai che sta dando in pasto ad oves et boves et universa pecora, le sue ubbie, oltre che mangiarci a piene mani lui stesso in introiti editoriali). Tutti a rimproverargli la mondanizzazione della Chiesa: che sarebbe poi, per noi, l’incarnazione della Chiesa, cosa molto difficile da digerire per chi vuole comunque essere altro, e naturalmente migliore degli altri. (Il che sta a significare l’esatto contrario: la superbia, se non si rimane vigili, si annida ovunque, anche in chi si ritiene cattolico tutto d’un pezzo, o forse proprio per questo). Un miscuglio di motivazioni che ha avuto il culmine in quell’Amoris laetitia, e solo per una nota in calce che avvertiva di avvicinare con sentimenti evangelici, e non rigidamente ecclesiastici, chi vive la passione di un fallimento dell’amore. Si rimprovera a Francesco uno svilimento della fede, come non si sarebbe mai visto (a me fa pena il cardinale che attribuisce le chiese svuotate alla rimozione delle balaustre!, o quell’altro, che fa tutto derivare dall’ostia data in mano!): proprio nel momento in cui la Chiesa è chiamata a rendere testimonianza vera della presenza del Signore nel mondo, attraverso “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi”. Una testimonianza di amore, che è poi il grande comandamento e l’unico dei discepoli di Gesù. Il papa che abbiamo è un gesuita; e tutto il male che si è detto nei secoli contro i gesuiti, è proprio il bene loro: di essere radicati nella fedeltà alla Chiesa. Si può essere certi che abbia attorno persone che lo accompagnano: ma non lo fu di Giovanni Paolo? o dell’emerito Benedetto? È pur vero che, tra i prelati che visitano Fontanella, due che vivono in posti di molta responsabilità a Roma, abbiano confidato “che sì, forse non tutto viene messo a conoscenza del papa” e “c’è tra i vicini chi lo gratifica di lodi senza verità”. Se è, li ho invitati a non tacerlo a Francesco, visto che gli sono vicini, seppure non tra i vicini contubernali. Ma, nel caso, quando Lui leggerà questa nota (!) è avvertito, e di cuore: affidarsi senza fidarsi del tutto. Sei tu il papa: togli la magia di essere papisti più di te a chi ti potrebbe ingannare. Per il bene del mondo, che si evangelizza nella verità della fede: quella sostanziale, a cui ci richiami nella semplicità del linguaggio e dei gesti. E curati pure di loro, di quanti hanno avversione per te. Insegnando anche a noi a non sentirli nemici, ma solo bisognosi di cure e di preghiera. 7 maggio 2018

25 aprile – Quel giorno là, io c’ero. L’avrebbero chiamata giornata della liberazione: dai fascismi. Avevo un anno e due mesi. Dunque non potrei averne memoria. Se non per i libri, o per i racconti  di  famiglia. Mio padre ancora in prigionia, cosa che si sarebbe protratta fino all’inizio del ’46. E le donne rasate, nel mio piccolo paese, in segno di disprezzo: non uccise, ma con quella violenza sulla fronte che le avrebbe segnate a vita. E ancora oggi la si celebra così, festa della liberazione, chiamando a raccolta contro i nuovi fascismi, più occulti, ma non meno pericolosi. Dunque quei corsi e ricorsi della storia,  che non si vorrebbero su queste tragedie?  Fu appunto Giambattista Vico a dire che “per i Latini il ‘vero’ e il ‘fatto’ sono reciproci, ossia, come afferma il volgo delle scuole, si scambiano di posto”. Siamo ancora, e per sempre, latini pure noi, che viviamo in questa stagione della storia. E per questo forse, e anche, si è entrati in un’era di revisionismi. Dove i cattivi e i buoni si scambiano i ruoli. Buoni i partigiani e cattivi quegli squadroni della morte che marciavano sotto un teschio?  O cattivi i partigiani che ammazzarono preti e non, nella rossa Emilia, per molti mesi dopo quel venticinque di aprile? E buoni quelli che, nei vari cimiteri della penisola, vengono ancora oggi salutati, braccio teso, come patrioti difensori di una patria che sarebbe potuta essere invasa dalle orde comuniste dell’est? La verità e i fatti: una disputa che ci sarà sempre, finché gli uomini ragioneranno sull’onda dei borborigmi addominali.  E anche oggi: i fatti di una convivenza civile e politica che non si generano da una verità delle cose, ma da illusioni di una potenza che può rendere vero il falso. Liberazione è un termine preciso: liberati da. Liberati da un avversario riconosciuto come tale. Non da un avversario inventato.  Stupirebbe chiunque una alleanza con chi fino al giorno prima si è descritto come un demonio. Ma non è quello che avviene. Per il potere, per il gusto del potere, si rinnega quanto si è predicato fino a un momento prima. Basta qualche illusoria promessa, qualche divinazione di un proprio futuro. La pagina evangelica delle tentazioni di Gesù potrebbe essere – ma non è – il manifesto di coloro che sanno prendere le distanze giuste, continuando a chiamare per nome chi ci è nemico. Non che non sia accettabile un compromesso: la politica, si è detto, è l’arte del compromesso. Purché sia nella verità, e nella trasparenza: purché riveli con chiarezza i limiti che hanno condotto a quel compromesso. Dire che si è esagerato nell’inventare un avversario malefico; ammettere che i fatti sono stati negati, negando la verità buona dei fatti; e dire che sì, insomma, siamo uomini, e tutto è lecito , ma fino a un certo punto nel demonizzare gli altri. Raccontarsi insomma, perché fatti e verità finalmente coincidano. (Dovevano avere, nelle intenzioni, un andante diverso  queste righe. Volevo arrivare a parlare della ‘liberazione’ che sembra assumere la celebrazione della cresima per una quantità di ragazzi. Finalmente basta: liberi da… E dire che la Chiesa dovrebbe porsi finalmente il problema: il fatto del sacramento non è più la sua verità? perché dunque insistere in una prassi che non educa al fatto cristiano? perché ripetersi in tradizioni che rinnegano la Tradizione, quanto ci è stato consegnato dagli Apostoli? perché questa Chiesa incapace di sane potature in abitudini obsolete, che raccolgono ormai solo canuti e non parlano alle generazioni giovani – fatta ovviamente eccezione per quelli che scambiano per devozioni i santi segni? Riportare verità dentro questa Chiesa: dovremo aspettare ancora molto? I revisionismi sono già avviati anche per lei, questa nostra santa chiesa cattolica, ancora apostolica?, ma tanto invecchiata: non fosse per lo Spirito che la abita, ma non fosse per lo Spirito dietro cui ci si nasconde!).  24 aprile 2018

Post– ___ Il post- come caratteristica dell’ultimo secolo. E così si è raccontato di aver attraversato, in successione, una società post-illuminista, post-fascista, post-comunista. Dando la tara: perché di illuminismo e fascismo e comunismo restano intrisi molti animi, seppur in quantità e qualità diverse, ma non tanto da incidere sulla figura della società in cui viviamo. (Senza naturalmente disconoscere i ritorni: quelli che avvengono all’est dell’Europa, o in confini tra loro estremi della geografia politica). Ora, se non ci siamo ancora, poco ci manca a definirci una società post-cristiana: qui da noi, in cui Roma è caput mundi per la sua storia millenaria e per la sede cattolica che ne ha preso il peso, e anche la zavorra. Naturalmente, i post- nella misurazione ideologica: un pensiero che non si fonderebbe più su … san Paolo, tanto quanto si era fondato su Voltaire, Evola o Marx. (Dico su san Paolo, e non su Gesù; per raccogliere il pensiero di chi, appunto ideologicamente, indica nel cittadino di Tarso il vero fondatore del cristianesimo: in quanto sistema dottrinale e morale, se non anche organizzativo.). Ma pensare una società post- cristiana è pensare alle catacombe dei cristiani? Di primo impulso direi: perché no? Se non è un ritiro nelle sacrestie, ma uno stare in disparte rispetto alle logiche di potere del mondo; e poi uscire a mostrare la faccia di chi crede nel Risorto, fino a sfidare i colossei del nostro tempo – i colossei dell’indifferenza, dove si può essere sbranati più di tanti leoni affamati – non ve la sentireste, miei venticinque lettori, di unirvi a me in quel perché no? Messi di fronte a una radicalità evangelica di un Francesco che vive oggi in Roma come fosse nelle piane di Assisi, a ricostruire pietra su pietra una chiesuola diroccata; frustati da quella incomprensibile opposizione dal di dentro di questa Chiesa cui apparteniamo, chiamata a convertire oggi la mente prima ancora che le azioni (frustati ma non frustrati): più che mai oggi a ridire che il cristianesimo non si limita al culto ma al coinvolgimento di tutta la vita nella sua totalità. Un post- dunque che può rigenerare. Che è, alla fin fine, poter gridare il Risorto come l’uscita da una irresponsabilità per la felicità di ogni uomo. Un cristianesimo finalmente potato da rivincite di forza, e ridefinito in quella purezza dei cuori che è Vangelo. Vescovi e preti (e diaconi) finalmente ricollocati dentro il popolo di Dio, e non sopra, in quell’accezione del servizio che non può sfuggire all’esempio del Signore che si china – il suo ultimo testamento – perché si impari a chinarsi: alle sporcizie che ci accompagnano nei giorni, alle fragilità che non devono intristire ma solo immetterci ancor più nella misericordia che salva. È tempo della Pasqua che continua: qui, in Fontanella, il mattino è abitato dal canto degli uccelli. Quelli che se ne intendono, mi dicono che il primo mattino corrisponde al momento in cui sono più deboli, dopo il digiuno della notte; e gli uccelli maschi, cantando all’alba, vorrebbero dimostrare di essere pieni di energia; e di chiamare a quella compagnia che aiuta a difendere il nido per chi si è generato; e, in genere – sempre al dire di chi se ne intende – i migliori cantori sarebbero scarsamente colorati: non potendo attirare con i colori del piumaggio, utilizzano la voce. Debolezza e energia. E compagnia. E ciascuno secondo le proprie possibilità, nelle proprie diversità. Il canto degli uccelli, qui, stamane, pur in questo cielo plumbeo, foriero di tempesta, intona la promessa tramandataci dall’evangelista Matteo: Ecco io sono con voi tutti giorni, fino alla fine del mondo. È la Sua compagnia, la compagnia del Risorto. Che si nutre della compagnia di quanti sono resurrecturi: già da questa vita risorgono, si rigenerano e così rigenerano quel corpo testimoniale che è la Chiesa di Cristo. Lo crediate o no, qui sulla finestra del mio studio che dà sui tetti si è ora posato un minuscolo uccello, e dà qualche piccolo trillo. Mi conforta allietandomi. 11 aprile 2018.

fake – Scrivo mentre si stanno completando le chiamate per l’elezione dei due presidenti del Parlamento. Che sembra ormai realizzare quanto hanno già detto i muri di Roma, con quella moderna pasquinata del murale che profetizza un abbraccio tra due forze che in campagna elettorale si sono dette opposte l’una all’altra. Ma noi dovremmo gioire purché si realizzi il salmo 85, là dove si auspica  che il futuro veda abbracci, sempre. Per la verità, il salmo dice dell’incontro di amore e fedeltà, di giustizia e pace. Ma sono parole che chiunque vorrebbe realizzate, da qualunque abbraccio provengano. O no? Ma sarà così? In un suo studio, l’amico Nando Pagnoncelli dell’Ipsos racconta che quel che è avvenuto all’inizio di marzo è frutto di una campagna elettorale “fake”. Una competizione elettorale basata su falsità, perché improntata su percezioni e non sulla realtà, su un mentire di chi sa di mentire, e non sulla verità delle cose. E ne fa un elenco: realtà – per pigrizia, per ignoranza, o semplicemente perché guidati alcuni da paure e altri da odio? – di cui non ha tenuto conto l’ottanta per cento dei settantacinque italiani che si sono recati al seggio. Quale elenco? Voi che mi leggete, senz’altro lo conoscete: ma è bene stamparselo per poterne dare notizia a quell’ottanta di settantacinque che ci circonda: di qui a quando non si sa, ma occorre cominciare, gentilmente ma fermamente, a raccontare, perché i condòmini di quest’Italia arrivino un po’ più equipaggiati mentalmente. Dunque: gli immigrati sono il 30% o il 7%? i disoccupati sono il 48% o l’11%? i musulmani tra noi sono il 20% o il 3%? I numeri sono numeri: eppure su queste tre voci hanno giocato quelli che si sono presi più voti. Il popolo deve essere informato, prima di scostare quella tendina che lo fa padrone del destino di tutti? O deve fidarsi del guru del giorno, che gli spiattella false notizie? Ma allora, in quest’ultimo caso, dire che il popolo è bue è proprio così politicamente scorretto? O non invece una doverosa correzione fraterna? Tutti ricordiamo i vaticinatori della liberazione che l’uso di Internet avrebbe dato a chiunque. Ma Internet è una macchina che informa (e non sempre informa secondo verità) ma lascia ciascuno a dover discernere secondo se stesso. Che è un po’ quel che è successo alla Bibbia data ai singoli – perché ciascuno ne ha diritto, ed è vero; ma, senza criteri di lettura condivisi, ciascuno si è preso le sue pagine, ne ha caracollate altre, e altre le ha strappate: sono così nate le mille confessioni protestanti (povero Lutero!). Così nascono le milioni di opinioni: poiché ognuno è padrone della verità, della sua verità, e in forza di quella diventa giudice. Che qualche traguardo lo si sia tagliato negli anni scorsi, non è servito a chi non è attento al bene comune, ma solo allo spuntare dell’insalata nel proprio orto. Così gli immigrati diventano comunque troppi, e troppi i musulmani e i disoccupati. Su “la verità vi farà liberi”, dove siamo? La verità che si nutre certo della bellezza degli abbracci, ma purché siano di amore e fedeltà, di giustizia e di pace. Ce la faranno i nostri eroi? O si scontreranno con le menzogne su cui si sono seduti? Da una raccolta di iscrizioni funerarie mi sono segnato qualche anno fa questa (e ve la do in latino non certo per spocchia, ma per una verità del testo): Quaeritur a cunctis, iam respondere fatigor, dant lachrimas, animi signa benigna sui – È la domanda di tutti, a cui già sono stanco di rispondere; e versano lacrime, segno del loro animo gentile. Succede spesso che si rimpianga il malfatto: poiché ci sono quelli che si sono accomodati, e quelli che li hanno fatti sedere. Ma c’è un ravvedimento, una gentilezza in tutti: occorre farla sgorgare, perché le lacrime non siano vane, e non si nutrano di rimpianti a lungo. Ma irrorino il presente di speranza.  24 marzo 2018

pregiudizio – Voi pensate che quanti hanno costruito la loro fortuna editoriale e giornalistica sulla antitesi tra Benedetto e Francesco, adesso non si poggeranno ancor più su quel santo di Giovanni Paolo che per essere tirato da parte è stato (ed è) un campione per loro? Voi pensate che dopo lo “stolto pregiudizio” con cui Benedetto ha bollato quanti si schierano per un sedevacantismo si fermeranno? Permettetemi: vi sbagliate. Il soccisottopensiero ha talmente intriso personaggi lontani dalla predicazione evangelica di Francesco da impedir loro di esserne toccati. Papa Bergoglio non è un liberale, secondo le assurde accuse di quelli, ma un radicale, uno che va alla radice del Vangelo. Di lui, di Francesco, si può dire, che piaccia o no, ciò che Hanna Arendt disse del santo papa Giovanni: “un cristiano sul trono di Pietro”. Per individui che si sono immiseriti dentro l’idea di una Chiesa che o vive dentro i fasti mondani o non è, la sacrosanta desacralizzazione del papato in atto non è altro che un ritorno a quel comandamento del Signore, che chiedeva ai discepoli di mettersi in cammino leggeri, senza più di una tunica, e tanto meno di metri e metri di porpora con cui alcuni ancora oggi pensano di essere solo così degli stimabili cardinali. Si potrebbe pensare che sono irrimedibili, quelli che soprattutto dentro la chiesa ostinatamente ogni giorno criticano il Papa e il suo modo di guidare la Chiesa: se non fosse che è lo stesso vangelo a dirci che su nessuno occorre perdere la speranza di una conversione; e il crocifisso con Gesù è lì ad avvertire (se non fosse per quell’altro crocifisso con Lui…). Tra gli attacchi più plateali che sono stati mossi in questi cinque anni di servizio papale, ricorderete quei manifesti apparsi sui muri di Roma: “A France’ hai commissariato congregazioni, rimossi sacerdoti,decapitato l’Ordine di Malta e i francescani dell’Immacolata, ignorato cardinali … ma n’do sta la tua misericordia?”. Aver combattuto la corruzione dei soldi e delle carriere, e la vanità di preti che si specchiano con tricorni di seta o cotte plissettate, è questa la sua eresia? Seppur in modi e stili diversi, e anche con linguaggio diverso, non è forse quanto lo stesso Benedetto ha messo in guardia più volte? Contrapporre il magistero dei due papi è oltraggioso soprattutto per Benedetto: non se ne accorgono? sono così stolti? (stupidi sarebbe la parola giusta se non fosse che Gesù ci ha proibito di dare dello stupido agli stupidi – ma Gesù che dà dei sepolcri imbiancati agli sbiancati sepolcri…?). Stupirsi perché Francesco ha rifiutato di abitare nel palazzo regale, oltretutto portando ragioni così umane, così vicine alla nostra fragilità – quale il non sopportare la solitudine di una casa senza il sano trambusto della quotidianità di tanti che l’abitano; l’aver simbolicamente realizzato la profezia di un papa a Zagarolo (come, me lo si passi, e citando il romanzo di Morselli, mi ero augurato alla vigilia del nuovo pontificato): è dunque questo che alimenta le furbate di chi vive ormai su diritti d’autore? E’ vero che il tempo è buon giudice: ma se il presente lo si lascia in mano ai farabutti (scusami, Gesù, ma insomma…)? Non è misericordia vera non lasciar perdere coloro che stanno perdendosi? Anche perché, e lo insegna la storia, ma anche la cronaca: se nella piazza san Carlo di Torino tutti si mettono a correre, e tu no, resti travolto. Nella politica nazionale stiamo assistendo a demagoghi che dominano la scena: e per il momento sembra che non si possa far niente. Ma lasciare che nella Chiesa dominino demagoghi di segno contrario al vangelo, che si avvalgono di siti internet per diffondere l’antievangelo, questo è peccato, questa è l’eresia. 17 marzo 2018

il-giorno-dopoFinalmente è l’avverbio di chi si è trovato sul carro dei vincitori. A parte che ci si presume vincitori non essendolo comunque, che piaccia o no. Finalmente tocca a noi: ma se lo dicono gli uni e anche gli altri, dove è il vincitore? Si scrive, e si dice, che per vincere occorre pescare nelle file dei nemici: ma, gli uni e gli altri, fino al giorno prima, a proclamare che nessuno osi cambiare casacca; evidentemente rivolto ai propri, ma se lo fanno gli altri, ben venga, dato che noi i numeri non li abbiamo. Eccetera, eccetera. Questi i risvolti in cui si rifugia chi deve elaborare il lutto di star camminando accanto al carro dei vincitori (ma chi sono quelli che qua e là rompono le file e stanno saltando sul carro? giornalisti? imprenditori? prelati?). Eppure non sono pochi – il quasi 19 per cento di 76 fa 14, che sui 46 milioni di chiamati fa oltre 6 milioni e mezzo; e checché sfottano quelli che si sentono accusati di scegliere dalla pancia e per la pancia, sono quelli che un po’ di testa in più ce la mettono. A rischio di essere accusati di votati all’autoannientamento. Perché, una delle due: o si avvalgono, pur di vincere del tutto, di quelli che hanno massacrati fino alla vigilia, o si imparentano tra loro, gli pseudo vincitori del ventre. Componendo una massa di populisti sconosciuti fin’ora alle istituzioni europee. Ma certo: il loro bersaglio comune non è quello di star dentro l’Europa come pretendono di starci quei paesi dell’est, vogliosi di diritti e noncuranti dei doveri? Non li hanno forse frequentati, e non hanno forse condiviso con viaggi in Russia e nelle Corea del nord? Trumpiani di vocazione, o putiniani, che è poi lo stesso? Con dazi che richiamano sovranismi nazionali: proprio ciò che ci ha salvato da guerre finanziarie che in passato sono sfociate in conflitti armati. Cassandra docet. E poi: lo zero virgola che hanno raccolto quelli che si sono presentati fieri di essere fascisti non può distrarre dal fascismo sotterraneo che è fatto di odio razziale, e di disuguaglianze pratiche, che nutre i panciaroli. Non si può recitare che non c’è più destra e sinistra, così annullando quel sano conflitto che fa nascere una vera democrazia, e non una popolocrazia: dove chi comanda non è il bene comune ma l’individualismo più sfrenato. Dove uno vale uno si rinnega il noi. E così si pensa di riandare al voto? Se con la stessa legge elettorale, sarà inevitabile che si alleino in coalizione i due mezzi vincitori di oggi. E vinceranno a larghe mani. A meno che nel frattempo quelli che si sono illusi che cambiare è comunque una panacea, si ravvedano; e turandosi il naso di montanelliana memoria, ma ben aprendo la bocca ad avvertire di non accettare più, nel presente per il futuro, cerchi magici, gigliati o no, ridiano finalmente forza a chi può traghettare verso un popolo che fa delle diversità una ricchezza. (Anche nella Chiesa si è detto a buona ragione che si deve cambiare in un mondo che cambia. E si è pensato che cambiare volesse dire riformare le istituzioni! E non riformare le persone, e le loro relazioni: laici con preti, e preti con vescovi. Ascoltare le vibrazioni di quella che un tempo era chiamata la chiesa che ascolta rispetto alla chiesa che insegna: così accorgendosi che si usano gli stessi criteri pur avendo cambiato il linguaggio. Se non si fanno sbattere i fedeli – laici, preti e vescovi – in faccia al Vangelo, si avranno cattolici che votano contro il Vangelo. Come è successo. Ma allora, scusate, che cosa stiamo predicando?). 9 marzo 2018
 Vigilia – Di una festa? di un anniversario? No, di un voto. Anzi di milioni di voti che si rovesceranno su un futuro prossimo. Qualcuno ha scritto – o declamato dalla tv – che nessuna campagna elettorale è stata brutta come quella che si chiude oggi. Forse. E qualcuno non lascia lì  senza spiegazioni, bontà sua. Ragioni del brutto che tuttavia si possono travolgere dal contrario: è brutto dire che l’avversario mente? o dire che le spara grosse? o accusarlo di essere troppo vago per essere vero? Mai come in questa vigilia il cielo si presenta scuro: non certo per la benefica neve che sta impoetando questi nostri giorni qui in collina; ma un cielo foriero di instabilità – nonostante qualche parte stia cantando vittoria ancor prima di sapere se da casa al seggio qualcuno non finisca per cambiare parere per l’imbarazzo dei sondaggi. Ci si accorda, dopo mesi di trattative come in Germania? o  si ritorna a votare a settembre? e per tre volte come in Spagna, dato che, almeno nell’immediato, il cittadino europeo non sa correggere gli errori? Ma – e qui nessun ma è più sottolineabile di questo –  allora il silenzio dei vescovi? (e finalmente!, dirà qualche acattolico che negli anni ha macinato bile per l’intrusione della Chiesa nei fatti italiani). I vescovi si preoccupano di mantenersi equidistanti da ogni schieramento politico? Giusto: è richiesto dalla natura religiosa della loro missione, ma anche per evitare che il pluralismo dei cattolici, legittimo in politica, produca lacerazioni e divisioni nella vita della comunità ecclesiale. Tuttavia, la necessaria equidistanza dagli schieramenti partitici non significa neutralità di fronte alle implicazioni etiche e sociali dei diversi programmi politici. Ed oggi si può permettere che non avvenga un discernimento tra proposte che in forza di un egoismo nazionale, si impalcano con rosari e testi del vangelo a difensori di una civiltà che è incivile e dunque anticristiana? C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare, disse nel lontano 1995 il cardinal Martini: “La Chiesa non deve tacere perché in Italia è in gioco la sopravvivenza dell’ethos politico. Non è la Chiesa come tale a essere in pericolo; è la natura stessa della politica e quindi della democrazia”. E il cardinale –siamo a ventitré anni fa ma risuona il suo allarme quanto mai attuale – esemplificò così, nel discorso di sant’Ambrogio rivolto alla città: la Chiesa non può rimanere neutrale o muta nei confronti di una cultura politica che contesta la funzione dello Stato nella tutela dei più deboli; nei confronti di una logica decisionistica che cerca di estorcere il consenso per via plebiscitaria; dinanzi al diffondersi di un liberismo utilitaristico che fa del profitto, della efficienza e della competitività un fine, a cui subordina le ragioni della solidarietà; in presenza di una politica che si rifà a una logica conflittuale inaccettabile. Dai pulpiti delle mille chiese italiane è scesa qualche parola di discernimento? O si  lasciato che ciascuno sbandasse secondo se stesso? Una predicazione del Vangelo può finalmente attingere alla libertà di tradurre nei fatti che si vivono e secondo le persone che sono date. Non solo può, ma deve. A costo di far storcere il naso a chi si sentiva ormai rassicurato da preti rinchiusi in sacrestia. 2 marzo2018

Cittadini – Il proverbio è non è virale come dovrebbe, in tempi che viviamo: se per virale intendiamo il diffondersi particolarmente veloce e capillare, come invece avviene per ben altre cose molto meno sapienziali. Come, ad esempio, è rilevato dai dati drammatici che evidenziano il diffondersi di una dialettica della violenza che viaggia soprattutto online. Eppure, se c’è una certezza in questa vigilia incerta di elezioni, dovrebbe finalmente disturbare, e per tempo, l’antico proverbio che risale sino a una rivisitazione di un verso dantesco: chi è causa del suo mal, pianga se stesso. C’è stata la Brexit, per dire. E l’elezione del nuovo capo della Casa Bianca. Lì molti giovani non sono andati a votare. Gli stessi che, il giorno dopo, si sono messi in piazza a contestare l’una cosa e l’altro. Il doveroso “dove eravate” nel momento della decisione non è l’eco del “ve l’avevamo detto”, o almeno non solo. Persino il vangelo potrebbe avvertire: vi suonavamo il flauto e non avete ballato, vi chiamavano a decidere e vi siete sottratti. Colpa di Internet, che dà a tutti la possibilità di esserci senza esserci? Qualcuno, tanti, credono non sia più possibile fare a meno di internet; ma proprio per questo “bisogna capire che non ci può più essere distinzione tra un comportamento online e offline”, tra lo stare alla finestra e lo scendere in piazza. Le conseguenze sono sempre reali: instabilità, avventurose voglie del proviamo anche questa, incapacità di un realismo che tenga conto di una democrazia che per quanto ammalata, non può essere abbandonata nel suo letto di insufficienze. A fronte di richieste impossibili, e di promesse inattuabili occorre sapersi determinare verso chi riesce a stare dentro schemi possibili, per quanto insoddisfacenti. Tutti vorremmo la perfezione, ma ce la vogliamo riconoscere l’imperfezione come connaturale all’essere umani? E dunque la gradualità, e dunque la progressione: che non è il progresso così come lo intendiamo da troppi decenni – sempre avanti, sempre di più – ma un processo, che è avanzamento e soste. Che è giudizio. Scegliere la solidarietà, e chi meglio la propone, è l’agire responsabile di un cristiano che sia un cittadino affidabile. Perché la solidarietà è il comandamento primo e riassuntivo di ogni altro: da quando il Figlio di Dio si è fatto solidale, nell’Incarnazione, con l’umanità, fino a dare se stesso. Una solidarietà che prepara l’aprire le porte a chi viene da fuori, ma nell’allenamento all’accoglienza di chi sta vicino. E il buon vicinato è misura di scelte della politica: correggere gli egocentrici sta nella solidarietà; e opporsi ai fomentatori delle paure è carità. Pronti a crearsi avversari e nemici, incuranti di generare facili consensi, e impassibili – della impassibilità generativa insegnata dal Rosmini – di fronte a critiche ingenerose. Così, questo primo scorcio di quaresima diventa il momento giusto per interrogarsi su come, da cristiani, vogliamo vivere da cittadini. Piangere dopo è da sepolcri imbiancati. Avvertirsi – e avvertire – prima, è da persone adulte. Tornare a sorridere può essere difficilissimo. Superare fatica e dolore, vincere diffidenze, togliere il superfluo che ci spegne, cambiare: niente di tutto questo è semplice o immediato. Ma doveroso. E, alla fine, appagante già in questo mondo, e non solo in paradiso. 16 febbraio 2018.

Notizie – Dunque si può usare Gesù per vendere qualsiasi cosa. Lo stabilisce la Corte suprema d’Europa. Dicendo che quel Gesù – un giovanotto anni sessanta, un po’ sdilinquito, naturalmente biondo ma anche di rose tatuato, mani nelle tasche di un pantalone azzurrino, sguardo languido rivolto al cielo: insomma uno di quei santini che aborrisco, e così lontano dall’uomo della Sindone, quanto il cielo sovrasta la terra!; dunque affermando che quel Gesù non offende nessuno. Che può essere vero: ci sono bestemmie peggiori. E contemporaneamente falso: perché sicuramente offende almeno il buon gusto; e il rispetto verso chi non vorrebbe contaminato da manifesti stradali quel sentire che è intimo ad alcuni uomini. Come e non meno di una relazione amorosa. E soprattutto, e ancora una volta, per vendere, vendere, vendere. Che è il paradigma del consumismo capitalistico, nelle cui spirali ormai si è presi fino a un inevitabile stritolamento: e tuttavia lo chiamano progresso, quelli che arricchiscono sé impoverendo il mondo (chiamare invidia dei poveri verso i ricchi, quando si accusano le ricchezze dei pochi contro i molti, è solo lo slogan, quanto miserabile!, di chi non si smuove da un egoismo pervicace). E oltretutto usando di quel Gesù contro se stesso, e contro la sua buona notizia: guardate i gigli del campo e gli uccelli del cielo, e immaginate un guardaroba più green, tanto per usare un dialetto estero per dire sobrietà. È vero: è cosa vecchia; vent’anni fa si è dato il nome di Jesus ad un jeans. Perché prendersela, per una cosa così quando nel mondo vi sono altre notizie: ad esempio, non si legge nulla più dell’intifada che sta svolgendosi in Palestina. Ho ancora nelle orecchie l’agghiacciante grido delle donne palestinesi sulla spianata delle moschee, quasi l’unico ricordo indelebile del mio ultimo viaggio a Gerusalemme. Non le pietre della Terrasanta, ma le voci di chi non ha voce, per l’insipienza di chi detiene un potere di ingiustizia. E dunque si può certo sorridere per la notizia di un Gesù usato per vendere: non fosse che una Corte suprema motiva la sua sentenza scrivendo che quei manifesti “non incitano all’odio”. Ma se incitano alla indifferenza? Se aiutano la china di chi scivola verso l’imperturbabilità per ogni cosa che pure dovrebbe valere per una convivenza umana? Noi cristiani, dove siamo? I responsabili della Chiesa “alta”, silenti per tanto tempo, stanno da un po’ di tempo allarmando le genti: e siano rese grazie a Dio. Ma gli altri? i pastori della quotidianità, afflitti da attenzioni al territorio, ma senza la vocazione dell’Incarnazione che è la povertà di Betlemme e lo stare ai piedi delle croci degli uomini? Tra pizzate e tavoli di pensiero, tra adunate e riorganizzazioni di strutture, da quale vangelo si stanno allontanando? Che stile di vita incoraggiano? Non, forse, un individualismo personale o anche di gruppo, ma dove le relazioni non sono mai al di fuori di sé – fuori dalla Chiesa – se non solo a parole? Il monito della Gaudium et spes risuona o si è spento? “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. È proprio così, ancora? e fermamente? e per i “poveri soprattutto”? 31 gennaio 2017 

DialettoSe non fosse che bisogna pure tenersi un poco in contatto con il mondo, scollegherei il tv di casa mia. E non solo perché il canone che paghi è dato solo per il riciclaggio continuo di cose viste e riviste almeno cinque volte (parlo dei telefilm gialli che sono l’unico mio divertissement); e non solo perché i telegiornali hanno la fattura di pastoni, dove la cosiddetta par condicio li infila l’uno sull’altro – i politici, intendo – senza alcun discernimento.  Così provocando quegli accumulati popoli dell’ignoranza che siamo diventati, pur nei diversi dialetti, che – ora disimparati – ci potrebbero salvare. Quel che sta avvenendo in questi primi giorni dell’anno, mi ricorda quel proverbio che avverte di stare attenti al piede di partenza: Arda come i va i dé dal du al dùdes de Zenér: anno buono o cattivo? vero o ipocrita? Dal due gennaio a oggi se ne sono sentite di tutte: prima dentro poi fuori l’euro; quattrocento – o quattromila? – leggi da cancellare (operazione che già fu slogan di un ministro bergamasco, cui, pur capace a proprio dire di porcate, non riuscì neppur per una); basta tasse universitarie per tutti – e detto dalla sinistra che si mette a sinistra fa arricciare i capelli anche ai calvi, per il principio di non contraddizione che vorrebbe contributi diversi a secondo dei redditi: e su tutte le tasse; riesumare vecchie leggi sulle pensioni, che (all’erta giovani che state votandoli!) metterebbe nel baratro un intero futuro. Insomma, direbbe sempre l’antica saggezza popolare, töcc i cà i fa ‘ndà la cua; töcc i coiò i völ dì la sò. Il problema è, più volte sottolineato, che politici non si nasce: si diventa. E si diventa imparando: le sane scuole di formazione che gli antichi partiti avevano, sono soppiantate da internet, dove tutti diventano bravi ascoltando i ribollimenti del proprio ventre. E diffondendoli. Dimentichi di quel proverbio milanese che sulla sponda di dirimpetto al mio paese risuonava severo: offelee, fa el tò mestee. La competenza, ecco cosa sembra mancare in questi primi giorni di gennaio, ma non solo da ora. Il sapere che conduce al discernimento: discernimento che si acquista con fatica, con studio, e non certo nei prati di quei mascherati nuovi celti che dei celti non sanno nulla; o di quelle piazze virtuali, finto-democratiche, che di fatto impongono un liderismo senza confronto. Parlando a dei giovani, ieri il ministro dell’economia avvertiva: “Diffidate di chi vi propone delle scorciatoie, da chi vi dice che i problemi sono semplici e che le soluzioni sono a portata di mano. La verità è tutt’altra: i problemi sono complessi perché complessa è la società. Se fate una scelta che produce benefici per alcuni, probabilmente dovrete finanziarla con risorse da sottrarre a qualcun altro. Che non sarà contento. La politica economica è fatta di scelte che allocano risorse, magari spostandole da una funzione economica a un’altra. Ogni partito cercherà di conquistare la fetta di consenso la più ampia possibile, ma attenzione, non tutte le promesse sono realizzabili”.  A questa buonsenso fa eco il vescovo Galantino: “Occorre un sussulto di onestà, realismo e umiltà da parte di coloro che chiedono il nostro voto”. Una intromissione del potere ecclesiastico, o una saggezza minima comune a chiunque ragioni? Un tempo i preti erano anche maestri nei paesi: insegnavano il Vangelo partendo dall’abc della scrittura per innestare l’abc della vita: saranno i pulpiti odierni capaci di coniugare Vangelo e città?  11 gennaio 2018  

Presepe – La tradizione vuole che lo abbia inventato san Francesco. E invece si scopre, come per tante altre cose man mano si dipana la storia, che anch’esso, il presepe, fosse  presente ancor prima dell’anno mille. E non poteva essere diversamente. L’incarnazione è il centro della storia, non solo cristiana: se crediamo ad unico Dio; se non lo vogliamo monolite solitario; se nell’imbastimento dell’amore che si traduce dalla Trinità all’uomo avviene quell’atto tanto incomprensibile quanto necessario che è la sua discesa tra noi, nel Figlio. Rappresentazioni diverse, secondo i secoli e secondo le culture: da grafie murali primitive agli affreschi di Giotto; dalla paglia di Greggio ai suntuosi scenari dei presepi napoletani. Certo anche per me il presepio era il muschio da strappare al ceppo d’argine dell’Adda; e il grande camino della casa del nonno dove comporre le prime – primitive – architetture di un paesaggio; e le statuine da spolverare, e la cartapesta e il cielo stellato. (Avrei avuto da adulto quell’altro presepe senza Bambino: indispensabile da chi ha saputo apprezzare la provocazione contro l’ipocrisia di chi voleva allontanare disarmati africani dal quartiere; ma molto più indispensabile per chi, in Internet e no, ha lamentato di un sacrilegio, volendo essi celebrarsi da cristiani, non essendolo. L’indispensabilità di un segno finalmente caricato di un significato non meccanicistico, non piegato alle logiche di un 25 dicembre ormai senz’anima. Un presepio vuoto, quell’anno, in quella parrocchia, ma – nelle case e nelle chiese di tanta Italia – che ha finalmente parlato. E ha fatto parlare di quel Gesù che è venuto “per qualcosa” di irrinunciabile, ed è venuto “per tutti”.). Ma il presepe  ha una valenza rappresentativa pure secondo ciascuno. Per me natale è un’antica immagine che mi porto dentro da poco dopo la nascita: tra favola e realtà, direte – ma il Natale sta appunto tra favola e oggettività, tra rappresentazione e realtà. Una finestra, una donna con un bambino abbracciato, una luna piena e tonda, grande e rossiccia. Qualcosa che dagli occhi si fissa nella mente: e dalla mente passa all’incontenibile senso della vita che accompagna quel bambino per sempre. Una sorgente di meraviglia che è bellezza e abbraccio. È una memoria che ha fissato tanta parte della mia vita: e ricavata da quell’affaccio che si è fatto consapevole man mano scorrevano i giorni. Una bellezza e un abbraccio. Di una mamma e di suo figlio, di un uomo e il suo Dio. Un presepe o è mio o finisce non essere di nessuno. Per quanto inadeguato, ho vissuto di quell’inconscio stabilirsi in me di quel momento. Ora mi vedo ancora a quella finestra, a quella luna sopra i tetti, a quello splendore di luce riflessa. Ora ancora ringrazio di quella grazia.  24 dicembre 2017  

   Cassandra – Per quei due miei lettori che sentono questo nome per la prima volta: è una che aveva il dono della profezia. Ma, si sa, non tutte le profezie sono gradevoli. Dunque quando predisse che la sua città sarebbe stata distrutta, non fu presa a sassate, ma quasi. Anzi peggio, perché i contemporanei pensarono bene di passare a noi il suo nome come foriero di sventure. Chi vede sentieri storti, e avverte, non solo anche oggi non è ringraziato, ma si sente dire: non fare la Cassandra. Cui si dovrebbe rispondere: e tu non fare lo struzzo; immergendo gli occhi nella sabbia o voltandoli da un’altra parte, non ti salvi. Così può sembrare a qualcuno fuori luogo usare in tempo d’avvento parole che apparentemente non sono di speranza. Apparentemente: perché vivere di speranza vuol soprattutto dire accorgersi. Di quel che avviene, che diventa segno di quel che verrà. Stolti!, capaci ormai di leggere nel cielo delle matematiche meteorologiche quando nevicherà oppure no, e del tutto incapaci di lasciarsi cogliere da fremiti di ragionevole timore di fronte a una umanità che sta scivolando. Chi ancora pensasse che non tocchi ai pulpiti cristiani occuparsi delle cose della terra – ma soprattutto di quelle che vanno sotto il nome di politica – non solo è fermo a quella cantina di pregiudizi che han fatto fiorire le cose peggiori nei decenni scorsi sulla responsabilità personale; ma, e principalmente, si prepara a scartare le possibili voci che facciano da corno di richiamo alla vigilia di tempi bui. Lo sapete: dire dai pulpiti la parola comunismo – contro, naturalmente!? –  non solo è possibile, ma desiderabile. Dire la parola fascismo, no. Non capendo che già è fascismo non poterla pronunciare. Predicare che il fascismo è l’esatto opposto del fatto cristiano: perché – nazionalista autoritario e totalitario – nega ogni premessa di quella fraternità senza la quale non si fa Vangelo; e dunque avvertire che le fobie contro la libertà degli individui e l’ospitalità allo straniero necessariamente sconfinano da una appartenenza verace alla Chiesa: questo non può essere taciuto, o rimosso nel panorama che il nostro mondo sta vivendo. Non è enfasi esagerata oggi l’avvertenza di persone attente sulle orde nere che avanzano nelle menti di troppi nostri connazionali, di troppi che frequentano le nostre chiese (la storia è maestra? macché!). Essere costretti a marciare contro le marce di individui che già han scelto la divisa, e che già si sono posizionati di fronte agli avversari, giornali o sedi di volontariato, è il segnale di un pezzo di terreno già perso. Siamo in una vigilia: e in vigilia le sentinelle ancor più debbono scrutare. Perché non si finisca in quei tanti natali che sprofondano in un clima festoso dimentico del dolore che non vien mai meno. Natali sordi e muti: se non sono la festa dei poveri betlemiti dell’oggi, se non si sottraggono alla ipocrisia di chi si inscrive nella massa di chi chiude le porte della città, sottraendosi all’arte del “buon vicinato” che prepara ogni pace. Specialmente se credenti, occorre osare, per fare di questo Natale una qualche rinascita. E se per arrivarci occorrerà prenderci il fardello di cassandre, sarà un prezzo giustificato della fede che ci rende liberi. Di fronte ai potenti del mondo. E agli arroganti.  9 dicembre 2017 

Rancore – Cresce. E cresce in quella parte d’Italia che si sente abbandonata. È la notizia di questi giorni: e ce la dà il Censis: “Il Paese riparte, la produzione industriale vola anche più di quella tedesca, e corrono i consumi, anche quelli accantonati per tanti anni come i viaggi e la cultura. Ma buona parte del Paese rimane indietro, crescono il rancore e la paura”. Un sentimento covato nell’animo, il rancore. Fatto di sdegno, di invidia, di odio. Che può esplodere. E quando esplode, che succede? Pagine di storia sono lì a dirci che cosa è successo. E la paura di molti, che il rancore non abita, si domanda che cosa potrà succedere. Giorni fa, ci si chiedeva se – pur in un democrazia consolidata come pare essere la nostra (ma è proprio così consolidata? e il frazionamento in infiniti partitelli ciascuno chino sul proprio laboratorio di potere?) – ci si chiedeva se non fossimo alla vigilia di rivolte con sbocchi autoritari. Scrivono che un italiano su quattro vorrebbe l’uomo forte, quello capace di mettere tutto a posto: col manganello?  O cominciando con la violenza di chi entra in una assemblea di volontariato, imponendo i propri proclami demenziali? Con la violenza di parole e di presenza che stordisce ancor più delle randellate? Solo un gruppetto di neofascisti in perfetto stile squadrista – stessa mise e stessa testa rasata – che legge “democraticamente” (dicono di sé) un volantino contro l’immigrazione, irrompendo su volontari increduli e impauriti? O l’avanguardia di un fascismo disorganico ma già diffuso nella nostra società? (non vi pare strano che siano naziskin veneti ad arrivare a una riunione a Como? quale rete ormai collega questi nuovi rivendicatori di una razza pura? Quella veneta? O comasca? O bergamasca?). Che cosa è il fascismo l’han detto bene quei tipi: “Ora potete riprendere a discutere di come rovinare la nostra patria e la nostra città. Nessun rispetto per voi”. Sta infatti lì l’evidenza di un convincimento rischioso: la   rivendicazione di una diversità privilegiata da chi non la pensa come loro, ponendosi al di sopra delle leggi in nome della pretesa superiorità della loro etica politica: chi si oppone al fascismo è considerato un nemico della nazione, contro il quale è lecita qualsiasi forma di violenza. È troppo pensare di essere nella stessa vigilia degli anni venti del secolo scorso? Nasce la paura, che non è solo quella di non farcela alla fine del mese, alimentata da chi verrebbe qui da oltremare a portar via posti di stradino o di becchino, così contesi da giovani italiani! È la paura di una coscienza collettiva che possa ergersi a giudice della storia: quella che si fa andando, e dunque quella dei giorni che viviamo. Mi ha lietamente colpito un servizio televisivo sulle Filippine: un prete che dal pulpito chiede quando si dimetterà quel loro dittatore, che proclama di voler sterminare “tre milioni di drogati come Hitler ha saputo sterminare tre milioni di Ebrei”. Per uno che sta in un paese dove battaglioni della morte ti entrano in casa e uccidono tuo fratello, tuo figlio solo perché drogato, beh converrete che è un bel coraggio. Certo avviene mentre quegli omicidi di massa sono in corso. E prevenirli, almeno là dove si è ancora in tempo? Qui da noi? Prendere le distanze, da quanti fanno da acquario con le loro politiche ambigue a quei piranha, è compito cristiano. Dei cristiani. In particolare di chi ha il dovere di accompagnare nella fede della Chiesa, dai pulpito o dalle sale di convocazione di quanti non disperano ancora sul futuro. Qui gli alberi si stanno spogliando nell’imminenza dell’inverno. E rivelano così l’architettura più o meno sagomata dei tronchi e dei rami. È tempo di scoprire l’architettura contorta di chi ci circonda, predisponendo selve abitate da belve.   1 dicembre 2017  

pietas – Il termine latino meglio di pietà: nel mondo greco-romano indicava un atto di sottomissione: anzitutto la devozione dovuta agli dei, poi il rispetto dei figli verso i genitori. Oggi, traducendolo con pietà, lo si identifica con quel pietismo, piuttosto diffuso, che è solo un’emozione superficiale e offende la dignità dell’altro. In quell’altro mondo, da cui pure facciamo provenire tanta parte della nostra cultura, il rispetto di chi sta davanti formava un ammonimento a lasciarsi prendere per mano. E dunque, caro Cristiano, quanto mi scrivi riguardo al DaQui ultimo merita una risposta: “L’arrabbiatura con il prete di Bologna non era per le sue parole di condanna di un atteggiamento “a rischio”, quanto per la sua (apparente, a quanto pare) mancanza di pietà. Sbaglio? In compenso, oggi, un altro prete, sempre di quelle zone, ne ha fatta un’altra… Cosa sta succedendo?”. Appunto, cosa sta succedendo? La prima cosa che mi viene in mente è che i preti sono stanchi di essere confinati in sacrestia, dove stare bonini bonini a farsi le cose loro, non venendoci addosso con i loro disturbi celibatari. E sono stanchi di non essere riconosciuti nei loro sentimenti: che talvolta, come succede ad ogni altra persona, possono esplodere anche in un linguaggio non soave, o non misurato. Che vadano a confessarsi, certo, per i loro sbagli: ma gli vogliamo permettere di essere peccatori, e non solo per il sesto o il settimo comandamento? Saltargli subito addosso, con il libertinaggio favorito da Internet, senza aver ascoltato il tono, senza aver visto a chi stavano parlando? L’incriminata “se l’è andata a cercare” fuori dal contesto è certamente irricevibile: ma quanto pietismo ipocrita c’è, solo perché questo è mio figlio? Non è forse un genitore l’ultimo che vuol accorgersi dell’abisso di devianze verso cui si sta incamminando proprio il suo di figlio? La pietas è ammonire: e questa azione ha talvolta bisogno di uno scandalo apparente, per svegliare dal sonno; ha bisogno di quel pugno che papa Francesco ha detto di essere indotto a dare a chi parla male della propria madre. E molti a commentare allora (molti di quelli che Francesco proprio non se lo fanno digerire) che un papa certe cose non le deve dire. O le deve dire? E le deve dire un prete accorto? E non può non dirle qualsiasi adulto cui stia a cuore che certi esempi siano bollati, con forza, perché finalmente ci si scuoti? Dire poverina è rispettare la sua dignità, quella che ogni pietà vera esige? Ed anche: stento a credere che il secondo prete di Bologna abbia voluto assolvere il capo dei capi siciliano contrapponendogli la capo dei radicali. Semplicemente ha voluto richiamare un precetto del Signore, che racconta a chi vuol ascoltare che la vita è vita per tutti, e a nessuno è lecito violentarla, né nel grembo materno, né nel lungo arco di una esistenza. E magari (e spero che quel bolognese prete abbia aggiunto) non violentarla neppure impedendo alla vita di morire con dignità: che è poi l’ultimo atto di pietas chiesto a un uomo, che sia o no cristiano. So, per quanto ti conosco, che condividi tutto questo. Ma ti dirò che talvolta – guardando a destra e a sinistra e in su e in giù – mi sento come Ovidio esiliato tra i barbari di Tomi sul Mar Nero: diceva di sentirsi lui un barbaro, perché non ne capiva la lingua. Ecco: oggi il gorgoglio di pancia che parlano in moltissimi, non lo capisco proprio. E, ti dirò, preferisco essere un barbaro, uno straniero.   20 novembre 2017

scontato – Ci è cascato anche Gramellini, che pure è un notista e scrittore per altro pregevole. Ma si sa , l’urgenza di una rubrica quotidiana può scusare. Dunque, se l’è presa con il prete che ha scritto, riguardo a una ragazza molestata, “se ti ubriachi e ti allontani con uno sconosciuto, cosa aspetti che ti succeda?”. Quel prete evidentemente dà per scontato che il violentatore sia esecrabile. Ed esecrabile da tutti, che sia o no un magrebino. Ma all’attenzione pone anche un richiamo alla prudenza. Le sta dicendo intanto che ubriacarsi obnubila; e poi che dovrebbe finalmente imparare da quello che succede ogni giorno, quando non si tira il freno dell’imprudenza nell’accompagnarsi a chiunque, sia persino il proprio ragazzo. Dato per scontato che i violentatori vadano isolati e rinchiusi, dove sta il peccato di avvertire che non si dia loro occasione? Avere pietà per quel che ti è successo, è molto più impegnativo di un “poverina”: è farti conscio della tua fragilità. Dunque, se è scontato rabbrividire con tutti i peli del corpo per chi violenta, dev’essere anche scontato che quel che ti è successo non è per caso? Ho pietà vera per te quando e se ti avverto: che è dei genitori, e degli educatori, preti compresi (e magari anche i giornalisti?). Così è dei fattacci che succedono a certi reporter – e il riferimento qui è più ampio del fatto brutale di cronaca appena successo a Ostia, così come è più ampio di quello che è successo alla ragazzina di Bologna. Sulla brutale aggressione, una testata sul setto nasale di un giornalista, non ci sono dubbi: inaccettabile. E tuttavia qualche interrogativo per chi sta da questa parte del televisore nasce. Quando l’ insistenza di una intervista diventa una molestia. Quando l’ insistenza diventa una invadenza, un assillo che rasenta l’ossessione, non è forse violenza? Una violenza che chiama violenza? Quando il microfono diventa una minaccia sventolata sotto il naso di quelli da cui si pretende subito una dichiarazione  di perdono, accanto al cadavere di un familiare? Quasi un archetipo quella consegna del tapiro, dentro quella trasmissione che sta nutrendo da decenni la pancia degli sguarniti: è vero che si beccano soprattutto i vippari – e qui la nota di pietà potrebbe un po’ calare, per il grado di demagogia che ci nutre. Ma dato per scontato che gli istinti aggressivi devono essere controllati, se mi provochi oltre il limite potrai aspettarti che ricambi con un calcio negli stinchi. E allora le vittime sono due, sempre: con diversa colpa, chiaro. Ma sono due. E due i violentatori, seppure chiaramente con diversa colpevolezza. A prescindere naturalmente dalla ragazzina e dal giornalista in questione. Ma è così difficile accettare la concatenazione che c’è tra azione e reazione? Così difficile accettare che nella fragilità c’è il serpe della violenza? Per non essere ipocriti: coprendo alla fine il vero male di uno nella brutalità dell’altro. Ed è proprio l’esempio di Gramellini che si ritorce contro il suo ragionamento: se ti tuffi in una vasca di piranha, metti in conto il rischio di essere morsicato. Avvertirti che gli uomini sono spesso piranha, e che tu non puoi sfidarli, è mancanza di solidarietà?   11 novembre 2017

Viaggio – Il mondo è altro da quello che si vive nel recinto della propria geografia. Si sa. Ci si mette in cammino per conoscere altri luoghi, altre culture, altri paesaggi: e dunque altra bellezza. E si scopre e si arricchisce. Ma c’è un viaggio che in questi giorni di Ognissanti i cristiani non si lasciano mancare. Ed è la visita ai camposanti. Ed è un viaggio. Una lapide, una storia. Qui, nel cimitero di Fontanella, piccolo e adagiato sulla collina – trattenuto da una muraglia che gli impedisca di scivolare a valle, ma alcune crepe impensieriscono – si trovano almeno una decina di sepolture di preti, qui nati o qui sepolti dopo una vita spesa per questo grappolo di case; e di seminaristi morti in giovane età, strappati alla loro vocazione e all’affetto dei genitori “da un morbo crudele nell’età dell’innocenza”. E così nel cimitero del mio paese, quello affacciato sull’Adda, così disturbato ora nel suo silenzio dal mugghìo del nuovo ponte in ferro della vicina autostrada: storie che rileggi, là e qui, nelle pietre sepolcrali ormai affisse ai muri, a ricordare la tragedia di padri e figli ”che tragico destino ha insieme stroncato per l’immane massa di una frana”. Ma sono lapidi di un altro tempo: ora, data di nascita e di morte, e nient’altro; solo un passaggio di cui non avresti alcuna memoria, se non fosse per le foto che ti rimandano alla conoscenza che se ne è avuta. Ma serve una conoscenza: la storia che più o meno direttamente, si è comunque vissuta con quei trapassati. Per chi è giovane, e cammina lì dentro, sono pietre senza un passato, un viaggio senza contorni, senza quei paesaggi del cuore e della mente che l’antologia di Spoon River ha fatto sperare, a quelli della mia età, di avere anche per l’oggi in un cantastorie come Edgar Lee Masters. Che non si è lasciato frenare su amori e virtù: ma raccontando una vita, ne ha svelato pure vizi e carenze. Solo esigenze di spazio per cui il sessanta per sessanta dei colombari – e già il nome dice un disagio – non permette scritte diffuse? O qualcosa di più? Una deficienza di memorie, che viene forse da una timidezza nell’esprimere sentimenti? o in una indifferenza essa stessa mortifera? Già negli annunci funerari che appaiono sulla stampa o nei manifesti che ancora si trovano sui muri dei paesi, stereotipi che dicono la stessa cosa di chi è morto giovane o vecchio; e con quegli stampini che l’impresario funebre sottopone ai familiari dolenti: e così si va dal “tuo sorriso” a citazioni più o meno altisonanti. Ma la loro storia mai. Eppure è lì che si impara sempre di più di se stessi: su una vita finita qui in terra, per una proiezione che ha condotto più o meno pacificamente all’aldilà. Magari piccole storie, le piccole storie dei nostri morti: ma che dicano che ora sono i santi, senza un nome nei canoni ecclesiastici, ma con il nome nelle nostre vite. Che è quel che più conta. Dunque viaggiare nel regno dei morti, per farli rivivere dentro noi. E così prolungarne, nella nostra vita, quanto di incompiuto è stato nella loro. Perché – a nessuno sfugga – anche al migliore dei santi è inevitabilmente successo di non aver compiuto tutto, anche se qualche lapide può recitare “pieno di anni e di virtù”. La pienezza di desideri e di opere non sta da questa parte del mondo. E camminare nella terra dei defunti, almeno una cosa la si impara: che il limite ci appartiene. E non può mai essere vissuto come un dramma. Né nei giorni, né alla soglia della morte. Perché è porta di bellezza senza fine.                         30 ottobre 2017

Frangente? – Come per tanti vocaboli del dizionario, c’è un senso proprio e un senso figurato. Frangente definisce “l’onda del mare che, per effetto del vento, piega in avanti la cresta rompendosi e spumeggiando”. Una immagine che ai poeti serve. Ma sarà per quel rompersi, che questo vocabolo in modo figurato si usa per una situazione particolare, per lo più grave. E l’inquinamento lo è, quello che sta patendo la pianura padana. Una cappa che nessuna pioggia per quanto invocata, e nessun vento ad oggi riescono a spazzar via. Ma sarà un frangente, o una realtà cui ci si dovrà assuefare? C’è anche chi di fronte all’invito a tener chiuse porte e finestre riesce a sorridere: a Torino sono usi a tener le porte aperte? Un sorriso sdrammatizza. Ma il dramma c’è, con profeti di sventura che calcano la mano predicando che il clima sarebbe ormai entrato in una fase irreversibile, che non farà che peggiorare da qui in avanti. Sono tra quelli che avvertono di guardare alla lunghezza del mondo, ai millenni, alle epoche: mai come in questa situazione vale il vivere il tempo presente, lo scorrere dei nostri decenni, senza apocalittiche previsioni che non stanno nel recinto della durata delle nostre vite. Certo, il tempo presente è senz’altro poco piacevole: per un verso si tenta con G7 di darsi delle regole sullo sviluppo, per contro ci stanno quelli che remano contro. Il nuovo rinascimento cinese, come è stato definito, si propone di sconfiggere in trent’anni la povertà di trenta milioni di abitanti di quel continente. Ma fra trent’anni quanti saranno spariti perché asfissiati? La cappa della Valpadana ancora non è gran che rispetto a quella nebbia giallognola che imperversa su tutto il territorio industriale che fu degli antichi mandarini. Ci spaventa certo, se il nostro futuro sarà quello: sperare che sia solo un frangente, una situazione scavalcabile, è necessario, purché la speranza si traduca concretamente e da subito nella sconfitta della stoltezza che pretende il sempre di più. Fermare le auto, ora; ma fermare da ora quello stile di vita che non sa vivere il bene della sobrietà, e che non può che condurre al limite di un baratro – supposto che su quel ciglio non ci siamo già. Frangenti, situazioni difficili. Non è forse anche nella Chiesa, cattolica e romana, che si vive un cambio che da un po’ avvolge il Vangelo in una cappa asfissiante? Si vive di esempi, lo dettava già sant’Agostino, più che di sermoni. Si vive di immagini che si danno. La rottura che oggi viviamo tra chi s’attacca a una definizione inderogabile di natura che impedisce uno sguardo sull’uomo quale è; tra chi vuole mettere paletti alla misericordia in forza delle leggi ecclesiastiche (ma perché non anche a quelle ecclesiali?): che tipo di richiamo può essere alla notizia buona che il Vangelo è per ciascuno? Ripiegati su trine  e merletti, su un passato che ha inevitabilmente preso la muffa del tempo, come si può evangelizzare? Nei momenti difficili occorre il coraggio di smuoversi da sé, da abitudini che sono sfociate lungo i secoli in imperialismi religiosi, che nulla hanno in comune con il Gesù che non ha una pietra su cui posare il capo. E non per un pauperismo che sarebbe esso stesso datato. Ma per un ritorno a quella leggerezza senza della quale nessun triennio di attenzione ai giovani da parte delle nostre comunità potrà aver buon esito. In questo frangente, dove forze vetero cattoliche di nuova marca, la Chiesa ha bisogno di rappresentarsi con una immagine vera: ripulita ed essenziale. La Chiesa che siamo noi, i credenti, per quanto peccatori. E la Chiesa che sono loro, i resistenti a un magistero fatto di gesti e di coerenza, quelli che che la fede nel Signore traducono in un’eretica rigidità.   20 ottobre 2017 

la grazia – Mi auguro che molti cattolici si siano chiesti chi sia stato Lutero – in questo anno, che tramonta alla fine d’ottobre, dedicato alla memoria della riforma protestante avviatasi cinquecento anni fa con quelle 95 tesi che forse sono state affisse, e forse no, sul portale della chiesa nel castello di Wittenberg. Chiedersi chi era questo giovane monaco non è secondario rispetto alla storia che ne è scaturita. Controverso fondatore, o solo uno dei tanti, Melantone e Zwingli tra gli altri, che si sono ribellati partendo da convinzioni diverse? non tutte teologiche, ma politiche, se non economiche? e poi accomunati dalla tradizione protestante in un unico movimento? Lutero la mente, gli altri braccia di una rivoluzione? Perché rivoluzione è stata, dalle sola fide, sola scriptura, sola gratia si è negata ogni mediazione della Chiesa: niente dottrina delle buone opere, nessun merito della vita monastica, niente sacramenti dell’ordine sacerdotale, della confessione, e della Cena, ridotta a pura celebrazione conviviale (tanto che, alcuni miei giovani finiti in America con l’Erasmus si sono trovati a partecipare a “messe” a base di coca cola e patatine – ma questo non c’entra con il luteranesimo d’origine controllata, semmai a quelle frammentazioni inevitabili per chi si ritiene fonte originale nell’interpretare la Scrittura e il proprio agire morale). E poiché gli storici su un punto sono concordi – che il conflitto di Lutero non ebbe l’intenzione di mettere in discussione la chiesa e il papato, ma solo dal porre la questione della illiceità teologica del commercio delle indulgenze – come si è finiti oltre? Si sa che gli epigoni tradiscono i maestri, soprattutto esaltandoli. Ma Lutero, poi, dopo quella sincera indignazione per il gran peccato della chiesa del suo tempo, ci ha messo del suo. Ecco perché è utile sapere chi è stato. Per sapere che cosa ne è stato, nei secoli, di quella accorta riforma della chiesa che era nei suoi desideri. Lui, monaco agostiniano, dalla sofferta vocazione ecclesiastica (ebbe una sua notte buia e proprio nel momento del consegnarsi), si è visto rapidamente affiancare da discepoli che nella novità delle dottrine trovavano la consistenza di una vita altrimenti non più religiosamente significante. Ma invece di reggere dentro la chiesa, di fare resistenza dentro, si è chiamato fuori: smonacandosi; e sposando quella Caterina, lei pure uscita di convento, che gli avrebbe preso non solo il cuore ma pure la conduzione dell’esistenza. Lo si vede da quei discorsi a tavola: certo la raccolta delle conversazioni informali alla tavola di Martin Lutero e di sua moglie Katharina von Bora, su temi quali la teologia, l’attualità politica, l’accademia e la vita quotidiana, fanno emergere un Lutero diretto, a tratti violento e persino volgare. Una deriva, e non la si comprende, se non come una nemesi per un uomo che pure era stato predicatore della grazia. Che è bellezza di Dio. Per la sua vita, lasciare il ministero è stata una decisione forse giusta, forse affrettata, forse sbagliata: non è nel mio giudizio. Ma non stendere la mani alla grazia, questo se lo è fatto mancare, poi. Apparentemente. Secondo quei suoi biografi orgogliosi di lui, della sua umanità anche corrotta. La grazia è un dono; ma vuole corrispondenza; e umiltà nel lasciarsi prendere per mano. Sia chiaro: a me Lutero piace; anche se fino a un certo punto.  5 ottobre 2017

Ritornare – Ho avuto un’estate piuttosto impegnata. Ma qualche giorno di vacanza me li son presi, anche solo per ubbidire ai precetti di chi ti vuol ricordare che nessuno è indispensabile. Ma anche alla buona ragione che qualche distacco ravvicina meglio. E così mi son fatto le cinque giornate di Napoli. Cinque giorni su e giù per una città che è molte città. Una bellezza che sfianca e qualche disarmonia che respinge. Mescolate, neppure messe le une accanto alle altre. L’opprimente ponte della Sanità, che è il luogo più frequentato dai suicidi: e per cascare, con sofferenze racchiuse in attimi di disperazione, accanto alla chiesa di san Vincenzo, che è invece diventata luogo di un riscatto dei ragazzi del quartiere. Quando appunto alzi lo sguardo. Ma quando lo alzi, lo sguardo, t’accorgi che Dio ha visitato questo popolo. E scopri che non solo san Gennaro dice la sua presenza due volte l’anno, ma anche santa Patrizia, che ogni martedì fa sciogliere il suo sangue in quella stupenda chiesa di san Gregorio Armeno: un poco in disparte, servita da una scalinata che la separa dalla frenesia della Spaccanapoli. Con tutti gli interrogativi che rimangono, per un credente abituato più alla sobrietà di una fede che vive invisibile; ma incalzato dalla diversità di un credere che esige la presenza del divino: la speranza non può rimanere negli anfratti inaccessibili, per chi abita una rude terrestrità. Un viaggio dopo molti anni dalla prima volta. Con una consapevolezza diversa, devo riconoscere; e con una voglia di ritornare per capire di più allacci che sembrano così distanti, tra il silenzio del Vomero e l’improponibile rumore di clacson nella bassa città; o tra i miserabili “bassi” che pure palpitano di vita e il vuoto della nuova città che svanisce dopo le ore degli affari. Per ascoltare più avvertitamente la lingua fatta di suoni oltre le parole. Le risate in un piccolo bar, dove il caffè è sublime: il barista parla, non ne capisco un acca, gli dico che sta parlando russo, e lui che si scusa in un italiano ritrovato: ah, lei è russo? Per cogliere una gioia di vivere dentro urla che si rincorrono da una finestra all’altra. Per superare la differenza che inevitabilmente c’è tra chi abita e chi visita. Ritornare. Non amando lo spaparanzarmi su una spiaggia – pur rincorrendo coste dove il mare s’infrange bianco di onde su alte falesie rocciose – molti dei miei giorni di vacanza fatti solo di viaggi sono stati un ritorno. Aperitivi in successione. Per rivedere e ricordare. Perché ogni ritorno è un immergersi. Che affranca e che rilancia. Vi sono ritorni anche dentro i viaggi della vita: ritorni necessari, e tuttavia non si fanno. La Rundinella è una canzone napoletana, su un amore tradito, un’attesa che forse non farà primavera: ma Io lascio la porta aperta quando è sera sperando di trovarti vicino a me. La speranza di quel popolo è una porta aperta. La porta aperta che ciascuno vive, quando allontanamenti o abbandoni non hanno le ragioni del cuore di chi è lasciato. Confessate o meno, sono le sofferenze di tutti prima o poi nella vita. Perciò ci si attacca a qualsiasi cosa quando ci sente abbandonati da Dio: fosse il sangue di martiri, o la vaghezza della memoria. Ma con una voglia di ritornare là dove si è vissuto – seppure per qualche tempo, benché talvolta poco – per sapere il ritorno che conta.    23 settembre 2017

amicalità – Mi mancava, il buon odore della terra dopo un temporale; e questo vento che sibila tra i rami dei carpini, e l’ondeggiare dell’erba prima delle cadute delle falese, sui confini continentali della vecchia Europa. Non si ha bisogno di andare su Google – come si dice, intendendolo forse come un monte di conoscenza? – per combinare emozioni proprie con i versi di poeti che sono infissi nell’anima. In questi giorni di cambiamento del clima, dopo l’afosità di un’estate per altro benedetta, si può cogliere in maniera più sottile quanto avviene: come se i fiati affannati dell’estate finalmente lasciassero posto al respiro della mente. Che osserva e discerne persone e fatti. E se su di un fatto ne hai versioni diverse? La verità di quel fatto sta in colui cui decidi di credere: ma è una verità? o la tua verità, quella che desideri perché non ti scombina?  Si dice di un prete, per altro ammirevole, che non usi mai la parola onnipotenza nei confronti di Dio. Il perché non lo si conosce, ma è facilmente intuibile: ha lo sgomento di un mondo che va alla deriva – e non solo per terremoti o uragani – ma per una malvagità umana. L’onnipotenza di Dio ha sempre avuto a che fare con la libertà dell’uomo; e da sempre è una delle ragioni per cui tanti si dicono agnostici. Puoi ben dire che Dio non è assente ma nascosto, e la storia umana è un susseguirsi di illuminanti sue apparizioni e rivelazioni, di tracce certe anche se spesso indecifrabili della sua presenza. Resta difficile abbandonarsi a un itinerario che conduce a Lui, se non si coltiva la fede-fiducia nel suo esserci accanto, ma soprattutto se ci si arrende di fronte a una cronaca che sembra solo voler portare lontano. Leggiamo dell’imbarazzo dell’Arma per i due carabinieri che avrebbero stuprato ragazze americane. Ma è l’imbarazzo della Chiesa per i fatti di violenza di cui sono responsabili alcuni religiosi. Ancora non è l’imbarazzo degli avvocati, che pure avrebbero da vergognarsi di alcuni di loro: da una intercettazione si è saputo di avvocati che si sono arricchiti con le denunce di pedofilia: “quale storia vuole che raccontiamo?”. Certamente ci sono bravi ragazzi che sono bravi, finché non incontrano gli orchi: carabinieri, preti o avvocati. Follie ancora più ignobili perché sarebbero compiute da chi indossa una uniforme. Ma, si legge anche, tutte le studentesse americane in Italia sono assicurate per lo stupro: al di là della nomea che ci hanno appioppato quelli al di là dell’Oceano – loro che si sentono comunque innocenti, da Hiroshima in poi – non è che oltre a chi indossa una toga o una divisa o una talare, a rendere indigesta la benevolenza verso il genere umano possono essere tutti, anche quelli senza una particolare livrea? Serve la verità ma senza vendette: dice Francesco papa in Colombia. Che è come dire: chi non cerca un amico è nemico di se stesso. E come ne avremmo bisogno – di amicalità condivisa tra tutti – senza accomodarci dentro le versioni che ci piacciono, su qualunque sponda ci abbia messo la nostra nascita e le nostre scelte di vita! Il mondo moderno non spinge il cristiano ai margini della storia, ma, al contrario, gli chiede di immergersi pienamente, senza riserve, nella vita, nella storia. Solo così è possibile sentire l’onnipotenza di Dio accanto a sé.             9 settembre 2017

acquarelli estivi

7. un passo indietro /

Un prete di città don Bernardo non lo era mai stato, lui che veniva dalla cima delle valli. Eppure era stato mandato lì, alla soglia dei cinquant’anni, in una vicinia di una vasta parrocchia, a recitare gli ultimi anni della sua vita. Fino agli ottantotto che ora si misura. Gambe più lente, ma cervello sempre in azione: entri in casa sua e trovi pile di libri in corridoio, in soggiorno e persino in bagno. Oltre che, naturalmente, nel suo studio. Un prete di città divoratori di libri: per nutrirsene più delle minestrine che si prepara di ritorno dalle uscite per ministero. Una vita che, da solitario, non ha mai sofferto di solitudine. Occhi azzurri e ridenti, nei ritrovi di preti è la sua saggezza che riempie il daffare dispersivo altrui. Non che lo si cerchi molto: ma lo si gode quando c’è. E in quei momenti, persino il più accanito fruitore di cellulare riesce a lasciarlo nel taschino dei bermuda ultima moda; e così don Bernardo concorre a curare nei suoi confratelli quella nuova sindrome del pollice da smartphone: ovvero, come dicono studi medici, i dolori alla base del pollice causati dall’uso continuo del dito per scrivere messaggini, e-mail, text sugli smartphone. Che è poi una delle cose che sorridendo dice di non condividere: i preti dovrebbero aver imparato dai misteri che celebrano la necessità della distanza, della sosta, del soffermarsi: proprio quello che i nuovi strumenti di comunicazione tendono a schivare. Ci rimproverano omelie senza fondo? Occorre metter dentro di sé le storie degli uomini, il loro pensiero che sa risalire i secoli, per poter tradurre nel vissuto di oggi, dice. E giustifica così la sua passione libresca, a chi ritiene che occorre ‘calarsi’: ma, ribatte sempre con un sorriso, occorre calarsi muniti di salvagente. E il sapere è l’indispensabile mai alimentato a sufficienza in un predicatore di vangelo. In un momento storico in cui si usano le false notizie fatte passare per incontrovertibili, in cui si inganna volendo ingannare, come si risponde se non uscendo dalla fonte giornaliera di internet? Indotti a non riuscire a capire quel che pure si vede, solo la distanza può aiutare a servire la verità. E porta l’esempio del pittore che giusto qualche giorno fa ha incontrato sul pianoro montano a cui l’hanno accompagnato per sfuggire un poco a questo afoso agosto cittadino. E racconta di come è stato lì un bel po’ a vedere i movimenti di quel giovane uomo: al cavalletto pennellate, e poi un passo indietro; ancora pennellate e un passo indietro. Per cogliere nella distanza l’insieme che si creava sulla tela. Ecco, senza quella distanza, un dipinto non racconta quello che pure è nel progetto dell’artista. Merita, e ancora sorride don Bernardo, che noi preti facciamo un passo indietro per cogliere l’essenziale del dire e del fare cui siamo chiamati? Sennò, come possiamo testimoniare ad ogni persona che pure per ciascuno occorre nella vita, in certi momenti della vita, fare un passo indietro per capire quel che pure si vede, ma non si riesce a comprendere?           29 agosto 2017.

6. Vino rosso, vino bianco / Abita nella vasta parrocchia che ha ereditato dal vescovo ormai defunto. Ereditata come la dote per un figlio; tanto era per lui quel suo vescovo: un figlio; e si sa che ai figli si dà indipendentemente dai loro meriti. E infatti don Aurelio non è di quei parroci che si impongono per la forte personalità, costruttori di cemento e di piani pastorali; ma uno che si affida all’intuito, e la cui virtù principale di apostolato è la provvisorietà che si nutre della occasionalità. Sul pezzo, come dicono, forse non linguisticamente corretto, i suoi colleghi giornalisti; e dunque sul punto dell’oggi, e non di futuribili che finiscono per trascurare le domande quotidiane. Legge molto, e ascolta tanto, lui che si dedica alle erbe officinali, nella grande terrazza che prospetta sul fiume: le erbette che coltiva gli insegnano il giusto irrorare e il non violento sfoltire; e i profumi, di cui sente la necessità, per essere un prete bastante. Non ha grandi ambizioni, don Aurelio, fors’anche per una certa pigrizia che dicono scritta nel suo segno zodiacale. Però presiede, con dedizione, quella grande comunità, invidiato da quei colleghi che presumevano di averne diritto per meriti pastorali. Sta dunque in una vasta canonica, ed è orgoglioso d’esserne il titolare, seppure ad tempus: un attraente parco con alberi secolari, un orto in cui cresce di tutto, dai cavoli alle varietà delle uve – bianca rosata nera – che fanno gola ai ragazzi della parrocchia. Fosse per lui, si volterebbe dall’altra parte quando scavalcano i muretti per venire a godersela, l’uva. Ma c’è la Barbarina, tanto imponente quanto lui è smilzo: custode oculata, giustamente gelosa del suo lavoro. Lei, la perpetua più dedita all’agricoltura che alla cucina, diventa la regina settembrina nella capiente cantina: ai lavoranti di torchio e tini mesce gioiosa il succo dell’anno precedente: ed è persino generosa. Vino familiare, ma doc. Vino che don Aurelio usa per la messa, mettendoci di suo il sigillo ecclesiastico: ne conosce la provenienza e la lavorazione. Ed usa vino bianco. Al proposito: ci tiene alla congruità dei segni; se si deve aspergere, si asperga con acqua, e non con  aspersorio secco; e se si deve incensare, che sia con un turibolo fumigante. (Chiaro; anche se non altrettanto chiaro in alcune celebrazioni cui partecipa in molte chiese, ancora). Ma, si dice don Aurelio, che restino sempre segni di Altro, e non figurazioni didattiche. Gli vien da sorridere (e caccia il resto come tentazioni non caritatevoli) quando sente preti che usano esclusivamente il vino rosso perché rappresenterebbe meglio il sangue eucaristico. E, lasciando perdere dissertazioni su quale tonalità di rosso dovrebbe essere quel vino-sangue (rosso rubino, rosso granato, rosso aranciato?) si chiede (con una certa compiaciuta maliziosità piegato sulle sue erbe che sembrano fargli un occhiolino d’intesa) quando arriveranno, quelli, a fabbricare ostie color carne. “Non siamo qui ad asciugare gli scogli, a smacchiare i giaguari, a cambiare gli infissi al Colosseo, a mettere i pannelli fotovoltaici alle lucciole, a pettinar le bambole” esorcizzava fino a qualche tempo fa un politico di tramontate speranze, ma di sicuro umorismo. Il parroco Aurelio, sull’onda, prega così: Signore, facci liberi, non stupidi.                 18 agosto 2017. 

5. Voce del verbo percepire /

Si sa, quando meno sei accalappiato dalle cose da fare, tanto meglio i pensieri vengono a galla. E se poi ti cerchi anche un luogo che favorisce… Sulle rive dell’Adda, sotto quel salice imponente che struscia i suoi rami sull’acqua, don Santino il posto l’ha trovato. E alcuni tardi pomeriggi se li è presi, in quest’estate torrida che tutti descrivono con il verbo “percepire”. La percezione della realtà che non è la realtà: “sentono” tutti, uomini e donne, più caldo di quanto faccia. Così di dice, e si scrive. Con quale fondamento scientifico, don Santino non se lo spiega: se il termometro è a trentacinque, perché dovremmo soffrire a quaranta? Ma neanche tanto ci mette la testa. Che dicano e scrivano, al primo grosso temporale d’agosto si sarebbe tutto dissolto! Quello che gli rimbalza, è che su tanta parte della vita si usa ormai la percezione come strumento di interpretazione della realtà. (Molto parente, ma meno nobile, di quando si dice: “io la penso così” – con quella ostinazione che rivela l’assenza determinata di un ascolto delle ragioni opposte!). Fino a snaturarla, la realtà, o a caricarla di significati altri rispetto a sé. E’ successo a lui (ma a quanti altri?) di soffrire per un fatto colto in maniera esattamente contraria; e solo perché qualcuno ha deciso di credere più a una versione percependola come più attinente a sé, in barba alla verità dell’accadimento: usando filtri che lasciano scorrere solo ciò che si vuole per sé. L’accanimento terapeutico nell’uso della psicologia ha condotto a stravolgimenti dei propri vissuti in forza di soluzioni che accomodassero i sensi di colpa; qualcosa che quel nostro prete abduano ha sperimentato in certi colloqui con persone intente a cercare una via d’uscita da un passato da cui ricavavano solo frammenti negativi. Impedendosi il bene e la bellezza che pure si erano vissuti. Convincere che quel che è stato del proprio “improprio” passato è tutto cancellato per chi si abbandona alla misericordia del Signore, è da sempre  il suo punto forza; non esiste peccato, dice, che ci si debba trascinare per tutta la vita. Forse dovremmo tutti, e dice a se stesso don Santino, lasciarci accarezzare più spesso dalla brezza che scende dallo stormire di questo salice che ora mi mette in ombra. E che si descrive piangente: ma è la sua forza e la sua verità nel panorama della terra. E dunque occorre reagire, quando percepire è negarsi alla verità delle cose, dei fatti, delle occasioni. E delle relazioni: dell’amicizia e dell’amore. E della inseparabilità della felicità e del dolore. Accanirsi a vivere dentro la fatica della debolezza – senza lasciarsi liberare verso una gratitudine, sia pure segnata da imperfezioni – non è il Vangelo dei cristiani. Non è quello che tento di predicare, e che ho sperimentato personalmente come libertà. Se lo dice, don Santino, in questo tardo pomeriggio d’agosto, mentre l’ultima luce del sole ancora scavalca le sponde di questa valle del fiume.           12 agosto 2017

4. Quando pensare è difficile, si smette di pensare? / 

Che il parroco succedutogli snellisse cose secondo se stesso; e portasse segni nuovi, e chiamate anche più risonanti, non gli è dispiaciuto: è saggio a sufficienza (anche se non lo direbbe mai di se stesso) per riconoscere che ogni uomo, anche il migliore, non sfugge a un certo irrigidimento sui propri schemi. Anzi, don Sandro è contento per il rinnovato brio che si era un po’ spento nei suoi ultimi anni di servizio diretto. Quando è stato colpito da un infarto, ha anticipato le sue dimissioni da parroco. Troppo serio per poter condizionare una comunità alle paure che quella botta gli ha portato, paure sconosciute prima, ma ormai annidate: normale reazione psicologica, gli hanno detto i medici. Ma lui non ci sta. Non che sia un prete poco coraggioso; anzi, ha superato se stesso in quella decisione: dopo dieci anni di condivisione di storie e di avventure evangeliche, in un popolo molto anticlericale e tuttavia disponibile a una sincerità della vita che aiutasse le verità dei giorni. Lasciare è stata una passione dolorosa. Lui, attivo e orante nelle misure giuste; lui, che si è fatto negli anni caldi della contestazione, leggendo molto, e osservando altrettanto: accogliendo e stimolando sempre i suoi collaboratori, preti e no, catechisti e no, a farsi luce, a darsi conoscenze. Ed essi glielo riconoscono: sono grati per le letture suggerite, e rimpiangono soprattutto Evangelizzare – irresponsabilmente fatta morire dagli editori -tra gli strumenti caldeggiati nei loro percorsi, preziosi per la crescita non solo spirituale ma culturale, e non solo per il compito di catechisti. Perciò, raccontano a don Sandro, non riescono a darsi pace. In parrocchia è stato fatto l’abbonamento ad una nuova rivista ritenuta più accessibile ai catechisti, quell’altra giudicata troppo difficile: dal nuovo parroco, naturalmente. Si è preso una balda schiera di giovincelli non ancor giovani (“è oggi l’imperativo categorico della nostra parrocchia”), e va bene; ma invece di insegnare loro leggendo insieme pagine di spessore, preparandoli nella fatica del deserto e dei pozzi da scovare, gli propina quelle schede precotte da cui ciascun sedicenne ricava l’impressione di essere capace subito, e di sapere tutto già: da solo. L’esatto opposto di chi si mette in ascolto: della Parola che si traduce in parole vive, con la fatica di chi si piega al discepolato del giorno e della notte. Quella cosa proprio don Sandro non la capisce. E ne soffre, per quei post-adolescenti non accompagnati, per quegli apprendimenti senza criticità. Per quella aridità che, non è difficile prevedere, intaccherà ogni pur desiderabile brio. E molto più a breve di quel che pensi il suo successore.                            6 agosto 2017 3. Le messe degli altri /

«Quella messa è la migliore di tutte; cambio chiesa per andarci». Con qualche excusatio non petita, e qualche sfumatura di linguaggio, don Luisito se lo è sentito dire più di una volta, nella sua visita alle case. A parte l’orgoglio ferito; e a parte le scusanti peggiorative – una per tutte: “sa, non la tengono tanto lunga, e a me va bene perché non posso perdere troppo tempo”; o quell’altra per tutte: “lasciano fuori la politica, là, mentre voi siete un po’ schierati”. Don Luisito non è uno che li manda a quel paese, e buona notte a chi non ci sta; non ci dorme la notte, e – per quanto gli compete, dunque senza prevaricazioni sulle opere dello Spirito Santo – si chiede dove sta sbagliando. Un’ora o poco più di celebrazione domenicale gli pare il minimo di serietà, sul totale di una settimana; e il Vangelo letto dentro la storia gli sembra l’unica possibilità di non tradire l’incarnazione. Che possa essere stato qualche volta umorale, esige che lo si consenta alla sua umanità; o che le celebrazioni non sempre riescano con il buco di una ciambella riuscita, tra canti e gioiosità reciproche, lo si può tenere in conto nell’arco di un anno. C’è una cosa che gli riesce difficile accettare, anche se gli salta addosso come la spiegazione per eccellenza: la divaricazione tra domanda e offerta, tra appartenenza nella fede e gestualità religiosa senza interrogazioni. Lo vede nel conto del droghiere con cui ci si presenta a confessarsi nello stretto tempo prima della messa, ben lontano da un orizzonte che tocchi i confini dell’eternità. Lo legge nella riluttanza ad abbandonarsi alla Comunità nelle proposte che sono lì a rendere autentico il celebrare: l’avvertirsi, il formarsi, l’istruire una coscienza sull’oggi. Ma lo sente soprattutto sulla pelle nella giustificazione delle mediocrità riguardo all’umano, prima ancora che alla vita cristiana. E si sente spaventato: sono questi i discepoli? Non sarà che la parrocchia, nella sua pretesa di una compagnia per tutti, finisce per rassicurare i pigri e per scoraggiare gli alacri? Qualcuno, con cui si confida, lo conforta sui non pochi che vivono in modo bello, accanto a lui, il fatto cristiano; gli ricorda che le categorie di una parrocchia – compagnia di tutti – restano il poco lievito, il piccolo seme, e il chicco di grano; e non le adunate di piazza, e non il consenso acritico. Chi si allontana dalla tua messa, don Luisito, per trovare, dice, la misura giusta per sé, si interroghi su quale verità vuole per sé. Digli questo, e dormi la notte. Tanto, veglia lo Spirito su quel tuo parrocchiano, pigro o arrogante che sia; o, perché in ricerca sincera di sé, possa avere davvero bisogno di altra fonte.              29 luglio 2017


2. Quando si dice vocazione /

Da bambino faceva il lattaio. Nel senso che portava il latte ai clienti dei nonni contadini. Appena munto, ancora caldo, le sue labbra segnate da lattei baffi traditori. Latte buonissimo perché non pastorizzato, di mucche sane, che passavano il loro periodico check- up veterinario.  Dal secchio direttamente in bottiglia o in secchielli di latta: che fa storcere oggigiorno il naso, al solo sentirne parlare, ai fissati delle date in scadenza e delle confezioni sotto vuoto. Le famiglie normali se lo andavano a prendere, quelle influenti (!) se lo facevano portare. E così, verso il tardo pomeriggio, dopo il giornaliero rito della mungitura, partiva verso tre destinazioni. Prima dalla levatrice: abitava nella casa comunale, al quarto piano, praticamente in un sottotetto; poi dal prevosto: attraverso il grande parco, alla porta di servizio dove l’aspettava la Lucia, dolce ma senza parole; e infine alla villotta del dottore. Neanche tanto dopo quegli anni, si sarebbe chiesto quale immaginario, quelle giornaliere incursioni in vite così diverse, potevano aver scosso la sua preparazione al futuro. Ricordava di essersi chiesto, per le successive conoscenze, in che modo gran parte delle levatrici, come quella, fossero madri senza un marito. O perché un prete se ne stesse solo in una grande casa, che non poteva certo essere colmata dalla presenza di una domestica, per quanto discreta (o forse proprio per quello?). O perché, tra le tre, ciò che più lo attraesse, fosse la casa del dottore: certo per l’eleganza; o forse perché ci stava quella sua compagna di scuola, biondina, che sapeva invaghita di lui – ma lui le avrebbe presto preferita un tipo di ragazza del tutto diversa: non diafana come lei, ma bruna, del colore del frumento maturo, e, diversamente da lei, che metteva una distanza che ancor più allettava. Adolescenza! No, il dottore rappresentava quel sapere che in lui era una voglia: inspiegabile in un figlio di operai? o seminata dai bambingesù e dalle santelucia che fin dai sei anni erano libri? Ma il sapere era anche del prete; ma del prevosto era l’invisibilità proposta, l’angelo con cui allora parlava, custode dei suoi sogni e delle sue birbonate: ed era dunque cosa credibile. E proprio non fosse la levatrice a dare un segno di futuro? perché senza un uomo, lei che si prendeva tra le mani, per prima, la vita che pure nasceva per iniziativa di un uomo? Ancora oggi, don Lorenzo non saprebbe dirvi perché si è ritrovato prete. Perché c’è una eleganza del vivere, e un sapere che si nutre di visibilità per arrampicarsi sull’invisibile? O perché si vive la vita anche con un amore che non ha convivenza? Non sa. E tuttavia sa che dal fare il lattaio è venuto il qualcosa del suo oggi. Della serie: sono gli incontri che fabbricano la vita.     22 luglio 2017

1. La fatica di chi si rimette a piantare /
Alla fine gli tolse anche il saluto. Dopo avere in tutti i modi cercato di far prevalere la propria opposizione. Dopo essere stata persino in Curia, e aver scritto alla Soprintendenza, che si erano chiamate fuori per incompetenza rispetto all’oggetto. Dopo aver piazzato ragioni paraecologiche in tutti i vicoli del pettegolezzo. Dopo che il progetto di sostituzione era ormai divenuto realtà. Tra le sue ragioni non aveva certo lasciato posto a quelle vere: la sua casa prospiciente gli spazi interessati, e i dieci metri quadri altrui di cui si era impossessata per il proprio posteggio, come qualcuno le aveva rimproverato. Voleva che la grande ombra ancora continuasse per sé, nonostante le diagnosi di malattia che gli specialisti avevano ufficialmente decretato per quegli alberi. Diceva che ci si doveva pensare quando sarebbero caduti: sulla testa tua, ridacchiavano senza indulgenza i compaesani suoi. Ma può talvolta aver ragione la non-indulgenza? Don Enrico aveva capito che le ragioni dell’Ubolda non erano solo quelle meschine, dette o taciute. Erano uno stato d’animo che la questione delle piante confinanti rivelava solo in parte: la paura di vedere cambiati gli orizzonti. La paura di ricominciare da capo, ad aspettare che l’albero nuovo prendesse la forma del desiderio, la vastità delle fronde e l’ombra nuova. Inutile ribadire che questo era già avvenuto nelle generazioni precedenti: che sempre qualcuno che pianta accetta lo svolgersi delle cose. Uno stato d’animo che non era solo dell’Ubolda: più drammaticamente, investiva i campi più conformi al suo apostolato. Lo sentiva, don Enrico, in libri dotti, in articoli sempre più ossessivi nel difendere il passato liturgico, catechistico. Lo percepiva in certe sorde resistenze di alcuni parrocchiani all’individuazione di una nuova evangelizzazione. Quante sere aveva speso a convincere che la “nuova evangelizzazione” – che i papi venuti dopo Paolo VI hanno raccolto e rilanciato – non voleva dire nuovo Vangelo, ma nuovo modo di predicarlo a chi riteneva di conoscerlo, ma di fatto lo identificava con le formulazioni che i tempi passati si erano dati. Quante volte aveva ripetuto che la Tradizione della Chiesa non ha una data oltre la quale ci si stabilisce in uno stare, in un dire, e in un fare, ma che anche l’oggi è Tradizione. Certo che non si butta nulla degli edifici costruiti dalle summae teologiche: ma guai a chi rinuncia a riconsiderare i vani di abitabilità, ad aprire nuove finestre che immettano a nuove prospettive, ad abbattere steccati per fare di due un solo spazio. Quante volte l’avrebbe dovuto ancora ripetere?  15 luglio 2017

mammonaCosì, tanto per concludere le note sulla immagine di Chiesa che si rappresenta al mondo (ma è cosa concludibile? per adesso …). O immagine che il mondo rappresenta in una sua parzialità, certo riprovevole, ma non toccando l’essenziale. Anche perché l’essenziale è comune all’una e all’altro: ed è il peccato del potere. Il peccato che Gesù ha descritto come alternativo a Dio. O l’uno o l’Altro. O mammona o Dio. E mammona non è solo traducibile con denaro. Anche: e nella Chiesa e per il mondo sembra essere uno dei tanti traguardi di una vita. Molto più: per la Chiesa è appunto il tesoro nascosto, quello che sta nel cuore dell’uomo, non rassegnato alla sua creaturalità, ma sempre alla ricerca del competere con Dio; e proprio nell’apparire del potere – che si veste sontuosamente ed opera scorrettamente per difendere privilegi non scritti nel Vangelo. Li avrete sentiti certi liturgisti sospetti e alcuni giovani preti dire che le casule da duemila euro sono a gloria di Dio? o che poter duellare con uguali stampi con i governi è per difendere il regno di Dio? o che riconoscersi gerarchicamente attraverso titoli è assimilare sulla terra troni dominazioni principati e potestà (!), e così prepararsi alle grandi sorprese angeliche del paradiso? Un potere sulle anime, che nei secoli ha prodotto guasti teologici che hanno condotto a scismi e a dichiarazioni di eresie. E un potere che si è avvalso di strumenti umani, usati nella finanza con le stesse scorrettezze del mondo. Per una immagine così, che riempie riviste e schermi televisivi, come pensate che si possa ancora mostrare il vero volto della Chiesa? Che è un volto di peccatori, innanzitutto. E da dire senza vergogna: non nascondendo su piedistalli la pochezza degli uomini che sono stati chiamati a custodire l’integrità evangelica, in se stessi prima ancora che predicando agli altri? E poi è una comunità che nel suo piccolo (non è forse il piccolo resto, e sue immagini non sono forse il granello di senape e il pizzico di sale?) sta a fare da trasparenza al Salvatore del mondo. Ma, appunto, senza la sobrietà, Lui non lo si fa intravedere. I due preti che il papa ha finalmente riconosciuto come veri, sono stati mazzolati proprio perché ribelli (ma sempre ubbidientissimi) a una Chiesa che non si sentiva attratta dai lontani o non si teneva lontano dai mezzucci per attirare i figli dei poveri. E con don Mazzolari e don Milani ha riconosciuto anche quei preti che hanno imparato da loro a vivere il Vangelo: restando peccatori, ma credendo fermamente che senza una rivoluzione dell’immagine ecclesiale, il Vangelo sarebbe stato sotterrato sotto bar d’oratorio, e incoerenze varie. Nel loro piccolo, i preti di dopo hanno anche loro pagato in diffidenza: anche se il vento del Concilio ha spazzato via almeno l’apparenza dell’aperto rifiuto. Ma non la sostanza. So di preti che non sono stati ammessi all’episcopato per quelle diffidenze. E di altri che vescovi sono diventati, dopo una accurato esame di fedeltà alle gerarchie, esame cui si sono per tutta una vita ben preparati: poi, come si dice tra gli ecclesiastici, ciò che lo Spirito santo non fa nelle nomine, lo recupera dopo. Che non so se, a cose fatte, non sia un tentativo di consolarsi, come la pioggia che inzuppa una sposa. Perché poi, in un mediocre circolo vizioso, saranno vescovi, magari puri della purezza angelica – e dunque di chi non ha corpo, ma essendo terrestri, non sarà che gli mancherà con il corpo anche una certa anima? – vescovi che non sapranno dire parole nuove al proprio popolo e a coloro che hanno sacramentalmente designato a guidarne le varie porzioni. Vescovi che non san dire che l’immagine di sobrietà è essenziale per i preti: non ho né oro né argento … ma per poter continuare con quel ma che segue, occorre davvero aver rinunciato a oro e argento. A qualsiasi mammona che abbia radici nel potere. Voi non siete principi: lo ha detto il vescovo di Roma, papa di carità universale, ai cinque nuovi eletti nel concistoro dell’altro ieri. Ma l’avranno ascoltato quei venerandi che li hanno preceduti, e a cui è stato detto sicuramente – perché è scritto nel rito – che la porpora di cui si sarebbero vestiti era il segno di una disposizione al martirio? O si saranno turbati, perché si davano certamente disposti al martirio, ma sempre pensando che il loro sarebbe stato un martirio da principi? Dunque spogliazione. Dunque sempre più Zagarolo. Sempre più le periferie di Bozzolo e di Barbiana. (E anche voi pensate che a una vera immagine di Chiesa occorra portare qui la salma di un papa? Io no. Anzi.)  30 giugno 2017


spogliazione –  Una Chiesa che ha bisogno di divise, è quella di Cristo? Scrivo per le perplessità suscitate dall’ultimo DaQui. Tanti preti (e diaconi e vescovi) pensano che la spogliazione sia un pericoloso avvicinamento al protestantesimo. Quelli che – delle schiere sparse uscite dalle grida di Lutero – hanno soprattutto sofferto per l’iconoclastia che si è soprattutto, per loro, identificata con l’assenza di stendardi, piviali, e palandrane dei vari ordini equestri, oltre che dai bottoni rossi degli ecclesiastici insigni, da esibire nelle processioni. Quello che rimpicciolito per mancanza di fedeli, ormai, potete vedete nelle celebrazioni del Corpus Domini che si svolgano in città o nelle parrocchie di provincia, dove non siano state sostituite da un diverso e intelligente nuovo modo di intendere la presenza del Signore. (Ancora non rimpicciolito a Gandino? Ma lì è folclore e orgoglio di un passato, quando la ricchezza di panni che uscivano verso terre non globalizzate ancora non era un ricordo). Processioni in piccolo: perché a onta di chi vuol far sopravvivere manifestazioni astoriche, mette in strada un drappello di devoti che vanno dai bambini di prima comunione –  comandati – al piccolo resto di suore e di già figlie di Maria, oltre ai nostalgici incanutiti che, chissà perché, non richiamano i più giovani. Un passaggio che nasconde il Signore eucaristico dentro le apparenze di un potere che riesuma i cortei principeschi. E che suscita tenerezza, che è la cifra di bambini e di vecchi. Ma è questa la Chiesa nata dalla Pentecoste? E se qualcuno si scandalizza ancor più per queste righe, e ce ne sono, non è perché a cinquecento anni dal ribelle agostiniano non se ne è imparata la lezione, certo distinguendola dalle deviazioni? Che consisteva in un richiamo alla essenzialità dell’annuncio evangelico? Dietrich Bonhoeffer, il grande martire cristiano di professione luterana, in una delle sue lettere dalla prigione scriveva che povertà, spogliazione, nudità sono indispensabili per poter accogliere l’Altro, il Signore. Noi abbiamo una concezione diversa? Eppure nell’esercizio della Via Crucis Gesù spogliato delle sue vesti non è lì accidentalmente: è Cristo reso visibile dalla comunità in spogliazione. L’esatto opposto dell’immagine che si dà della Chiesa: che non è quella vestita di oro e di stoffe preziose, e non può assimilarsi alle sfilate di passerella alla Pitti (per quanto la moda ecclesiastica che si vorrebbe mantenere, e che rimprovera Francesco papa di non apprezzare, è ferma a pizzi e merletti di cui vestivano appunto i maschi dei tempi di Versailles; se non a “nuove” casule, che s’avvicinano molto ai pareo di origine esotica, in barba al simbolismo dei quattro colori liturgici). Deporre le vesti: era un atto penitenziale, un riconoscere che altro è richiesto ai discepoli di Cristo. Chiedere dunque che si depongano tutti i rossi non liturgici; quelle cappe magne che qualche cardinale si ostina ad indossare nonostante siano state abolite già dagli anni settanta del secolo scorso; e quei titoli di eccellenza ed eminenza che stridono alle orecchie di chi non vi vede né paternità né fraternità; e una abolizione di quel promoveatur ut amoveatur – che è chiaramente un segno di disistima, ma che ha portato alcuni a diventare persino cardinali: tutto questo (e altro) potrebbe finalmente contribuire a dare alla Chiesa l’immagine non di una organizzazione terrena, ma di una profezia. Poiché la spogliazione che si chiede non tocca, chiaramente, il vestire a festa per incontrare il Signore, la domenica e pure nella festa del Corpus Domini: ma è vestire nella sobrietà che essa sola rende solennemente provocatorio il passo sulle strade di un mondo indifferente. Un mondo ripiegato su di sé, un mondo senza Dio perché si è fatto dio a se stesso. È questa la buona stagione per non ripiegare sul passato: vivere il presente è riconoscere la storia che si fa oggi, gli uomini che oggi chiedono di potere distinguere i rumori dai suoni. Anch’io, quando tutto un paese era dentro quello snodarsi tra le case, mi sentivo spinto dal Noi vogliam Dio suonato dalla banda municipale. Ma oggi potrebbe essere il rumore che copre il suono delle parole evangeliche: un suono non enfatico, e dunque vero, della verità che ogni cuore di uomo cerca. Zaccheo, per vedere Gesù, è salito su un albero: alla ricerca di un senso per la sua vita. Qualcuno gli deve aver detto che Gesù passava di là. Per cercare il Signore, bisogna averne sentito parlare e avere un’idea di dove lo si possa trovare. Queste processioni infiocchettate, e così poco partecipate, se non sono precedute da altro, che contro-testimonianza potrebbero dare agli zaccheo di oggi?  15 giugno 2017 

lento, svelto – “Lo ha costretto al passo lento, a ridurre la velocità. Ne ha imbrigliato la leadership vorace, che stritola tutto. Le immagini di The Donald, l’uomo dal passo svelto, dagli scatti in pubblico, il presidente precipitoso che tutto ritiene una zavorra da cui liberarsi, che lentamente percorre i saloni del Palazzo apostolico fino alla Sala del Tronetto e la soglia della biblioteca privata dove lo attende Francesco, sono un messaggio esplicito. L’antichissimo protocollo vaticano previsto per le visite ufficiali ha dominato Trump: i gentiluomini di Sua Santità in frac lo hanno stretto nel loro passo contemplativo e la camminata è diventata metafora, allegoria allusiva, parabola della pazienza che la Chiesa insegna come virtù cardinale e alla quale neppure uno come Trump può sottrarsi. Il suo macchinone nero e superblindato ha perso l’abbrivio con il quale ha attraversato la mattina romana, appena varcato «il Perugino»: motore al minimo, attento alle strettoie e agli angoli aguzzi e angusti dei palazzi vaticani fino al cortile di San Damaso. Lui, lesto e zelante smanettatore della politica fulminea gestita via social con tweet roventi che rottamano cose e persone in un baleno, avrà capito la lezione che gli ha riservato, inconsapevolmente beffardo, il protocollo vaticano e la sua millenaria regìa? Dentro vi è nascosto un valore pedagogico, secondo il quale la pura frenesia, soprattutto in politica e ancor più in quella estera, spesso rischia di portare a risultati disastrosi     ( … )”. Nel bell’elzeviro di Alberto Bobbio, che è il vaticanista per il giornale bergamasco, uno spunto che è più di un avviso per naviganti: una lettura che sa partire da quel che avviene in un certo momento e in un certo luogo per prolungarsi su quel che il futuro potrebbe essere in quel luogo ampio che è il mondo: se non si innesca il passo giusto. Così la cosa che lui e noi abbiamo visto il mattino dell’incontro di Francesco con il presidente statunitense, è diventato uno sguardo per molto più di quel che la tv ha trasmesso. Ed è bello che, il giorno dopo, si siano potute leggere parole che nella trasmissione non si sono ascoltate: perché non dette. E dunque grazie al vaticanista nostrano, che è buono come il salame bergamasco: nostrano appunto. Perché se un appunto gli si può fare, nella piccola enfasi che non poteva mancare alla sua penna per quell’avvenimento, è sull’aggettivo contemplativo attribuito al passo dei cosiddetti “gentiluomini di Sua Santità”. A me, mentre aspettavo impaziente che quella processione si risolvesse in una corsetta (o almeno in un passo “umano”) è venuto in mente tutt’altro che una contemplazione (ma si sa, io son poco ecclesial-romantico, al dire dei più che mi conoscono): ricordate il marchese del Grillo di Alberto Sordi? E il suo saltello che fa inclinare pericolosamente la sedia gestatoria? Così, tanto per fare un dispetto a quel papa che non gliene passava una? Un corteo di Sediari pontifici con il loro frac viola, e i Gentiluomini in frac nero, tutti con diversi collari d’oro, a segnare il passo di una Chiesa che non c’entra nulla con il mondo. Perché non c’entra nulla con il passo del Vangelo. Finché il Vaticano sarà uno stato, dovrà anche seguire le regole di rappresentanza proprie degli stati? Ma chi l’ha detto? Il cambiamento – che i sani di coscienza evangelica si augurano, in sintonia con Francesco papa – nasce dall’immagine nuova che ci si dà. E da un nuovo linguaggio. E la Chiesa che si insedia nelle periferie non può essere segnata dal passo di quei signori (arrivati lì per benemerenze che non sono, tra l’altro, sempre trasparenti – per non ricordare la destra che non deve contare sul bene della propria sinistra). Se per Trump vale la lezione della lentezza, per la Chiesa occorre ormai un passo sollecito: perché i poveri d’anima si stanno moltiplicando; e perché il Vangelo non può e non deve seguire le regole fatue del mondo. Già in Santa Marta si è in gran parte metaforicamente creato quel Zagarolo che da sempre auspico. Ma si potesse fare un saltello decisivo!:  i monsignori per carriera depongano le vesti che non siano quelle dell’innocenza meritataci giorno per giorno dal Salvatore; e non più vescovi che non abbiano un popolo di cui condividere profumi e miasmi; e il popolo di Dio, quello minuto, abiti le celebrazioni in San Pietro al posto di nobilume di varia estrazione. Un Vaticano trasformato in Zagarolo: sii benedetto Morselli, tu agnostico, per averci indicato la possibile via di una purificazione. 27 maggio 2017 

vecchiaia – “Gira in zona da qualche giorno, pioggia o sole. E siccome piove spesso, perché aprile è il più crudele dei mesi, ma anche questo maggio non scherza, è spesso zuppo e fangoso. …  Sembra che guardi nel vuoto. Fa così da quattro giorni. E smette di piovere. No, ricomincia. Beh, è uguale”.  Riprendere questo pezzo di un bel romanzo giallo, potrà sembrare fuori luogo; e un po’ lo è. Perché lì il soggetto è un barbone, che non è un anziano, ma potrebbe esserlo. E perché qui non si parla di chi ha una scarpa da cui occhieggia un dito, né è inavvicinabile per un odore malefico. È un uomo degno: pulito e in ordine, come sono tutti i pensionati italiani. O quasi. Ma, pensione vuol dire vecchiaia. E non tutti la vivono allo stesso modo. La pena di certi giovanilisti, la conoscete, no? Non hanno i pantaloni alle ascelle (ma ormai neppure gli altri), ma poco manca che vestano con il cavallo sulle ginocchia. Se – mettendola in battuta, ma non tanto – ti scusi di certe dimenticanze e dici che è l’età, ne hai reazioni diverse: condiscendenti di chi qualche anno in più di te ce l’ha, indispettite di chi è solo un po’ meno vecchio di te. Perché? Perché oggi la vecchiaia non è la benedizione che la Bibbia augura: è uno spettro da tenere fuori casa, fuori dalla vita. Perché vecchiaia è solitudine? un po’ lo è, soprattutto per chi non ha una figliolanza, o, se ce l’ha, si è dileguata dentro le proprie preoccupazioni. Perché vecchiaia è fragilità? e dunque uno scarto?: sì, rispetto all’andare e al fare frenetico di questo mondo che ci siamo fabbricati, dal boom economico del secolo scorso ad oggi, in una frenesia sempre più aggressiva. Perché non è social? pur avendo imparato molto della tecnologia, dal ciclostile ad alcool della sua giovinezza all’uso intelligente dell’online, il su di età si rifiuta di cascare nei meandri virtuali delle relazioni: è convinto che nulla si comunica con Facebook  o WhatsApp. Se comunicare è qualcosa di diverso dall’informare su cose materiali; se scende dal principio di comunione – eucaristica, perché no? – relazione che appunto va a toccare l’anima e non solo orecchi od occhi. Solo così di un vecchio sano, benché messo nell’angolo, si può dire che sembra guardare nel vuoto, ma vede. È vero:con l’avanzare del tempo si perde qualcosina. Ma, se egli si accetta, vede dal profondo dei suoi anni: che sanno di profezia se appena appena, nell’attraversare la vita, ha conservato una libertà dal sentire di massa. Questo toccare l’anima che è relazione di corpo e di spirito, la tecnologia non potrà mai realizzarlo. E chi crede a questa favola, si confonde, e si svia dalla realtà: che è l’incontro. Di persona. E lì, davanti a te. L’amicizia, di qualunque tonalità, si sfigura nella lontananza. E non può prendere figura sul più sofisticato smartphone. E ora vengo alla vostra prevedibile obiezione: c’è vecchiaia e vecchiaia. E l’imbarazzo di certa vecchiaia. Non nascondo la testa sotto la sabbia: quelle sedie in circolo nelle Rsa, quegli sguardi assenti, quelle movenze incontrollate… e il giusto timore che ti possa toccare. È questa forse la spiegazione di quel voler rallentare il pensiero di ciò che sta avvenendo a chi supera la soglia dell’ormai diversamente adulto? Un timore giustificato: ogni volta è una lite tremenda col Padreterno, che da questa parte del mondo non confesserò mai come un peccato: glielo confesserò faccia a faccia, quando sarò al suo cospetto (e già mi aspetto un suo sorrisino ironico di fonte alla mia fede presbite). E non ci litigo solo ora, ma da sempre: perché non gli anticipi l’incontro con Te? perché li lasci qui a turbarci? Appunto. A turbarci: a richiamarci che non si vive da giovani tutta la vita, come se la vita fosse tale perché giovane. Ma si vive tracciando sguardo su quel che la vita, qui, non può dare: Lui. per desiderarlo, anche dal profondo di una infermità sgradevole.   15 maggio 2017


diritti
– Andare a scuola con una pistola nello zaino? Con la Georgia, salgono ad una decina gli Stati degli usa in cui gli studenti possono portare pistole negli zaini. Tra questi, Texas, Colorado, Idaho, Kansas, Mississippi, Utah, Wisconsin e Oregon. Insieme ai luoghi di lavoro, nel corso degli anni licei, college, università, se non quando le scuole elementari, sono stati il teatro di stragi, uccisioni di massa, o anche singoli omicidi, compiuti per lo più da ragazzi. Alcuni di questi massacri sono diventati tristemente famosi. E nonostante il loro impatto emotivo sull’intero paese, non sono riusciti a modificare le leggi sul possesso delle armi. Dal 1990, sono state più di 250 le vittime di sparatorie nelle scuole americane, quasi 180 dal 2000. Le vittime devono essere moltiplicate: decine di morti, centinaia di feriti, migliaia di parenti, compresi quelli dei killer, le cui vite vengono devastate. Nonostante, il nuovo presidente assicura alla lobby americana delle armi da fuoco che questo diritto non sarà mai toccato. E dunque: di che si parla, da noi, della facoltà di sparare di notte sì e di giorno no? purché ci sia un evidente pericolo di restarci secchi? Legittima difesa: da sempre, e  non solo nelle leggi costituzionali degli Stati, ma anche nei manuali di teologia morale è inteso come principio. Appunto come principio. Ma il tema dovrebbe essere: armarsi tutti per l’eventualità di una aggressione, sconfigge o amplia il pericolo di soccombere? E poi: già che il principio è riconosciuto negli ordinamenti legislativi, per che cosa questa nuova legge? Per accontentare una destra che in ogni menù mette più di un pizzico di paura misto a odio? E dunque per una manciata di voti, che assicuri il posto fisso a politicanti di molta bassa lega? Ed eccola qui la pancia del popolo bue – come altri scrittori osano sfidare il politically incorrect, chiamando per nome il clima che prepara i venti fascisti. La concorrente al soglio presidenziale francese, dicendosi cattolica (alla santanché, per intenderci) difende il suo diritto di criticare il Papa “che fa bene a chiamare alla compassione”, ma essendo egli stesso un sovrano, non deve intromettersi negli affari degli altri stati. Ha o non ha un diritto? Per dei sovranisti dovrebbe essere facile la soluzione, se non peccassero all’origine (il loro peccato originale) della sovranità che si nutre di opposizione, e non di condivisione. Ma a proposito di diritti, il cardinal Hummer racconta: “quando io, sul sagrato di San Pietro, quattro volte ho visto, ai funerali di due Papi e all’insediamento di altri  due, che da una parte eravamo noi (cardinali e vescovi), dall’altra i rappresentanti dei governi (parecchi notoriamente atei e alcuni che si professano cristiani ma che forse sarebbe meglio se si professassero atei), mi domandavo che tipo di religiosità è questa. E sognavo il giorno in cui, per una manifestazione di questo genere, vedremmo là il popolo delle borgate romane, che hanno diritto di trovarsi col loro vescovo alla fine o all’inizio della sua missione”. Il diritto del popolo romano, contro l’immagine del sovrano papale a triregno: una bella scossa, forse quella che definitivamente riconsegnerebbe Pietro al suo mandato evangelico. Un diritto che insedierebbe il servizio, e non la potenza, e la carità come risposta a tutte le violenze del mondo, contro ogni presunto diritto alla violenza per rispondere all’aggressione. Perché armarsi prepara la guerra: sui posti di lavoro, nelle scuole, nelle chiese: i fatti di cronaca ormai quotidiana son lì ad avvertirci. Noi, i cristiani – come quelli vessati dall’Egitto alla Siria – si risponde con la frusta della parola, la stessa di Gesù, per ridare all’altro una primaria percezione della sua dignità: “Perché mi percuoti?”. E non con un colpo di pistola, che ne annienterebbe la possibilità di quel pentimento che gli spalancherebbe le porte del Dio crocifisso.   6 maggio 2017


lievito
– S’aveva ragione. Questo modo toscaneggiante sta danzando da alcune ore, dentro. Che forse non sarà bello, secondo un ascetico-correct. Ma se ne prenda atto. Qualche scritto fa, citavo don Milani a cinquant’anni dalla morte. Ora è un papa che dice cose che hanno segnato il mio essere prete, dalla lettura clandestina di quelle Esperienze Pastorali che capovolgevano fin dagli anni cinquant’anni il modo di essere chiesa  in Italia. Un modo subito bersagliato dai Gesuiti della Civiltà Cattolica, la rivista papale per eccellenza; ma poi guardato sempre con sospetto da preti del recinto e dai loro contubernali, in chi ha tentato negli anni un essere prete che non passasse da biliardini e salamelle varie: cose che illudono ancora oggi, accanto alle adunate oceaniche così distanti dall’attenzione piccola ma personale della canonica di Barbiana. S’aveva ragione: e non perché adesso anche un papa lo dice. S’aveva ragione per quella essenzialità del vissuto evangelico che esce dagli schemi mondani: gli schemi del numero, del voler contare, del proselitismo religioso senza fede. La fede, che è cosa più grande di una aderenza che “s’accontenta”; e che alla fine nulla spartisce con dettami di contenimento morale sui quali si giocava un trattenere nel recinto, e non quella libertà dalla legge che ammazza l’uomo. Ma, si sa, la vita della chiesa va avanti per secchiate. A questa rivalutazione – sempre più vero il detto che prima l’istituzione ecclesiastica fa martiri e poi li mette sugli altari – fa da contraltare quella “apertura” del quotidiano Avvenire al movimento del vaffanday che è il trionfo dell’antipolitica, del populismo, del giustizialismo e del qualunquismo. Esattamente l’opposto dell’accoglienza, della razionalità, e della corresponsabilità. Ora, linciare il direttore di quel giornale per una scivolata non è lecito (anche se, caro direttore, ha scandalizzato parecchi di noi, e si è reagito buttandola in ironia): ha scritto e detto cose egregie negli anni, e ha dato al suo lavoro un indirizzo sicuramente onesto. Fino ad ora. Ma adesso? Ancora si rifanno gli errori di appoggiare i possibili vincitori del momento? Già successo nel recente passato, con il conductor delle olgettine. Possibile che sia così difficile accettare di essere il piccolo resto, quel lievito e quel pizzico di sale che dà sapore? Insomma, è così difficile accettare di essere diversi?  Secchiate calde e fredde: dicono, non so, sia il metodo svedese per la buona salute. Beh, i cristiani – quelli che tentano di esserlo con coerenza rispetto alla fede nel Risorto, e perciò non stanno rigidi dentro regole che hanno fatto il loro tempo, tempo pur buono s’intende, ma tempo che deve lasciar posto all’oggi della vita – i cristiani possono ben sperare: di queste secchiate son pieni i loro giorni. Vengono da destra e da sinistra, dall’alto e dal basso. Ecco perché si sta comunque nella chiesa, anche quando è evidente che non sa cavalcare la vita, quando si trincera dietro una legge naturale che per essere assoluta dovrebbe essere ormai del tutto conosciuta: e non è così, dato che ogni giorno e ogni uomo svela qualcosa di nuovo di sé, continuamente. Ci si sta – per usare un’espressione di don Milani – non solo perché si ha bisogno del perdono dei peccati, che solamente la Chiesa assicura attraverso gesti e parole che si conficcano nella persona; ma perché il cambiamento lo realizzano solo quelli che stanno dentro, e non quelli che fuggono da porte di servizio. Dentro questa Chiesa delle contraddizioni resistono in molti, e senza poi tanto affanno. Sperano comunque che le uniche contraddizioni da inseguire siano quelle evangeliche, e non quelle ecclesiastiche. Perché è già fatica accettare, nella propria fragilità, il Vangelo sine glossa del Signore.    24 aprile 2017

Pasqua – È oggi il 14 di Nisan, aprile per noi: un pomeriggio dal sole ammalato, con un foschia che impedisce di arrivare con lo sguardo alla corona degli Appennini che in giornate terse conforta chi sta qui, su questa collina coltivata a vigneto fin dall’anno mille. È il giorno di quella Pasqua ebraica che si è vista rivoluzionare la sua unicità. Da allora, il racconto non sarebbe più stato, per molti, il ricordo della liberazione dalla schiavitù per un popolo che desiderava una propria terra, e una propria storia. Per molti da allora si sarebbe ricordata un’altra liberazione; e da allora, per molti, si sarebbe avviata un’altra storia. Su un monticciattolo appena fuori Gerusalemme, viene inchiodato Dio: nella complicità del potere religioso e del potere civile, si proclama che non c’è posto per chi pretende una visione del mondo fondata sulla dignità delle persone, e non della legge. Si crocifigge l’immagine di un Dio del tutto irregolare rispetto alle proprie accomodate costruzioni. Ci si libera di un Dio che ha preteso di essere uomo. Sanno quelli della mia generazione a che cosa si era ammaestrati fin da piccoli sulla forma di Dio: un essere perfettissimo, onnipotente e onnisciente… Tanto perfettissimo da essere irraggiungibile. Per questo mi è successo tra gli anni ottanta e novanta del secolo scorso – a giovani preti, che appena usciti dal Seminario erano convocati mensilmente per un accompagnamento in una novità non facile per la loro nuova vita – di avvertire per quella tentazione di ridurre a un “gesuismo” la loro catechesi. Un Gesù senza un Dio in lui: certo di più facile accesso a chiamate religiose, ma pericolosamente lontano dalla fede. È sempre stato difficile, e lo è tutt’ora, coniugare un Dio di misericordia con un mondo d’inferno: dove il male sembra avere la meglio. Perché l’onnipotenza di Dio si è consegnata sulla croce, in Gesù. Annientandosi di fronte alla libertà dell’uomo. Bonhoffer, un cristiano impiccato nei lager nazisti, ci avrebbe ricordato che la croce è “la misura della distanza che c’è tra Dio quale è e il dio che ci vogliamo immaginare”. E dunque “solo un Dio debole può salvarci”.  Che non è una cosa tanto digeribile. Eppure sapere di un Dio che si consegna a noi, che piange con noi, che chiede di essere consolato, Lui, come vogliamo noi essere consolati, è il Dio di quella compagnia che già nella sua forma trinitaria dice una condivisione di tutto se stesso. Chiamandoci allo stesso stile di condivisione. Quel 14 di Nisan la liberazione prendeva una strada nuova, non più in fuga da carri e faraoni. Con un Dio che finalmente si accosta a noi, che non vive perfettissimo, altrove dalla nostra connaturata imperfezione. Un  Dio che si consegna, il nostro, senza nulla toglierci del nostro scegliere la vita. Pagando con noi il prezzo di fallimenti; esultando con noi quando finalmente l’amore ci afferra e ci slancia. Nella notte in cui fu tradito, proprio quella notte avviene l’irreversibilità della memoria: prende un calice di vino, e dice che sarà ormai il suo sangue la nostra salvezza. Dello stesso vino che sgorgherà da queste viti in sboccio, in questo aprile pasquale; vino, che con il pane – frutti di terra e delle fatiche umane – ogni giorno del Signore deponiamo tra le antiche pietre di questa abbazia: per esserci restituito in umanità e divinità inscindibili, per la certezza che la nostra speranza non sarà delusa.   14 aprile 2017

 

ragnatele – Impatto di un insetto, e carico del vento: sottile e resistente, la tela di un ragno è studiata dagli scienziati; e ci dicono che l’ancoraggio è il suo segreto e l’elasticità la sua forza.La natura è straordinaria e ogni piccola cosa ce lo ricorda. Quanto tempo per guardare  un ragno domestico mentre costruisce e fa prendere forma a una ragnatela perfetta? È tempo perso? O il tempo utile ad accorgersi d’essere circondati da meraviglie e misteri, che possono sfuggire per tutta una vita? e dunque lasciarci poveri di sguardo sul creato che ci è donato? Ma non è di ragni che si tratta qui, anche perché di aracnofobia potrebbe essere affetto un qualche frequentatore del sito (e di fatto alcuni ragni sono proprio repellenti: e aprono il dibattito su perché la creazione abbia anche forme mostruose – ma potrebbe essere discorso anche teologico, e dunque a un’altra volta). Eh sì, perché le ragnatele di cui vorrei parlare non sono di seta, ma di catrame. Mai stati in Svizzera? Mai colpiti da quelle strade che sono percorse da ragnatele in continuo? Per un bel po’ (perché per un bel po’ ho frequentato quella nazione, su su fino al lago di Costanza, tra emigranti di antica generazione, ospite del loro cappellano) – per un bel po’ mi sono meravigliato che non stendessero un manto d’asfalto omogeneo, come usa da noi: prima fessure e buche, lasciate lì per decenni, e poi, improvvisamente, soprattutto alla vigilia di elezioni amministrative, uno scialo di catrame anche su strati non richiesti. Poi però, anche a me succede l’illuminazione. E finalmente realizzo che è una questione di manutenzione: preoccuparsi da subito di riparare alle crepe che si fanno, per il gelo o per l’usura, è risparmiare, è non sprecare. Mantenendo comunque una buona viabilità. Ed è a proposito di manutenzioni che abbisognerebbe oggi il nostro paese: non di colate rivoluzionarie, ma di interventi su fessurazioni  che compaiono improvvisamente. Per usura della democrazia, e per il gelo di persone incompetenti. Screpolature fiacche o gravi fessurazioni quelle che vediamo emergere giorno dopo giorno? Il sentire anti immigratorio, o la pistola in casa voluta da sessanta persone su cento? Lì si annida la voglia di un capo, e dunque un desiderio di schiavitù che tocca ormai in gran parte le masse. Voglia di capo che è nutrita dalla paura di libertà. Che è poi paura di futuro. Alimentata, cibata e sfamata dal furbo del momento. È sentimento che ha dato luogo al fascismo cento anni fa. Alla voglia di un duce, che fa a braccio di ferro con gli amici di ieri e banchetta con i nemici di oggi? (E qui non si è nella lingua del vangelo, che vuole l’amore dei nemici: qui amici e nemici sono i cattivi e i buoni, i prepotenti e i misericordiosi, quelli che arraffano e quelli che spartiscono). Il sovranismo, piaccia o no ai cultori del quattro percento – ma che mangiamo al centopercento –  è ritenere lo stato come un idolo sociale (e qui tutta la letteratura biblica ha a che dire sulla estirpazione degli idoli). Fessurazioni o solo screpolature accettabili di un sistema in cambiamento? Noi siamo un popolo battezzato al novanta per cento: che al settanta per cento – non sapendo più nulla di Vangelo – non sa più che cosa vuol dire per la propria vita. E dunque sceglie da apostata, per usare un termine che forse non dovrebbe più essere considerato obsoleto. Sceglie contro una professione della fede che gli ricorda, di Pasqua in Pasqua, il mistero fraterno che discende dall’avere un Dio d’amore, un Dio non solitario. Fraternità è la parola cristiana desueta nel politichese che sovrasta. Parola in disuso ideologico tra i cristiani. Occorrono manutenzioni ordinarie, e non straordinarie colate di organigrammi e di raduni di massa, da cui oggi sono tentate le chiese. Invece il vigile dire di ogni giorno, l’inquietudine che vede l’ assillo della Parola non affogata nel silenzio delle curie. Opportune et importune, senza compromessi, o benedizioni dei nuovi labari. Si vive di catacombe, dell’assemblea che celebra e ascolta, dell’assemblea che si separa ma per ritornare: testimoni nel mondo, a dare sale e a far da lievito. Minuti ma saldi. Attenti a tutti ma convinti di Vangelo.

a principi cui pure si è votata la vita;

Non ho un account social. La dipendenza da riscontro immediato che affligge chiunque stia troppo attaccato ai social non mi affligge (e non ne abbiano a male quanti stanno nel miliardo di utenti giornalieri di whatsapp, e mi predicano l’indispensabilità di simili tecnologie nel tempo presente). E dunque, su questo nostro giornale di collina scrivo quando ho qualcosa da dire, da condividere con i sempre citabili ventiquattro lettori. E capisco che i tempi della loro attesa non sempre coincidano con i miei tempi di tempestività. Per esempio: ho avuto voglia di chiosare quanto, cerca tre settimane fa, Barack Obama così ha provocato gli studenti  ad impegnarsi per il loro paese (loro, i giovani, quelli che astenendosi dal voto, procurano guai alle loro nazioni – vedi per la Brexit o per l’avvento dell’attuale presidente statunitense): “Se non vi piace quello che sta accadendo intorno a voi, non mettete la testa sotto la sabbia, non lamentatevi. Votate”. O la voglia di glossare quell’espressione che ho trovato attribuita a Mussolini: “Io non ho creato il fascismo, l’ho tratto dall’inconscio degli italiani”. E quanto ci sarebbe stato da dire sul presente, sull’inconscio delle masse italiane, e sul destino non piacevole che sembra aleggiare adombrato di color gialloverde! Ma appunto: le emozioni hanno bisogno di articolazioni. E non sempre vengono. E non sempre sono adeguate. A. Melloni scrive: “Alla vigila del grande assalto populista al Partito popolare europeo e all’Europa, fatto ungendo con “valori” cristiani nostalgie fasciste, far santo Montini è un segnale preciso”. Ed essendo alla vigilia della canonizzazione di Paolo VI questo mi sembra opportuno. Non che io sia favorevole a queste santificazioni di papi che sembrano pullulare da quella di Pio X a Giovanni XXIII a Giovanni Paolo II, a quelle in fieri di Giovanni Paolo I e forse di Pio XII, e insomma di tutti i papi (che poi potrebbe risultare punitiva per papa Ratzinger se non lo si prevedesse, canonizzato dico, quando il Signore l’avrà chiamato al cielo): potrebbero benissimo tutti stare nella loro cornice di Santi Padri già così celebrati sulla terra. Dunque non per l’aggiunta di uno in più, ma per il segnale che può dare a tanti battezzati che non possono dirsi cristiani – per come pensano, se pensano; per come parlano, e quanto parlano, soprattutto se hanno l’opportunità di una telecamera amica a mostrarli nella loro pochezza evangelica. Un uomo, Giovanni Battista Montini, che ha patito la popolarità del suo predecessore; e per questo è stato catalogato di una personalità rinchiusa, di una destinazione ad essere l’uomo dell’austerità. Un nuomo, invece, che viene descritto, a cinquant’anni dalla morte, come un evangelico: con i suoi errori a sottolinearne l’umanità, ma con la visone ampia su una umanità per la quale chiedeva alla Chiesa tutta di esserne esperta. Non solo antifascista per geni familiari, ma per una scelta di parte precisa. Stupensa la Pacem in terris di papa Giovanni, ma non più di quella Populorum progressio che avrebbe potuto segnare, più di quanto non sia finora successo, quel prendere parte non della “sconfitta della povertà” (oh Dio come si cade in basso!) ma di quel parteggiare per i poveri senza cui non si dà pace al mondo. Di qua e di là dei confini tracciati dall’egoismo dei popoli. Un papa la cui santità è esemplare per chi non si rassegna a populismi infelici, e alla zizzania che nascondono nelle loro viscere.

Non ho un account social. La dipendenza da riscontro immediato che affligge chiunque stia troppo attaccato ai social non mi affligge (e non ne abbiano a male quanti stanno nel miliardo di utenti giornalieri di whatsapp, e mi predicano l’indispensabilità di simili tecnologie nel tempo presente). E dunque, su questo nostro giornale di collina scrivo quando ho qualcosa da dire, da condividere con i sempre citabili ventiquattro lettori. E capisco che i tempi della loro attesa non sempre coincidano con i miei tempi di tempestività. Per esempio: ho avuto voglia di chiosare quanto, cerca tre settimane fa, Barack Obama così ha provocato gli studenti  ad impegnarsi per il loro paese (loro, i giovani, quelli che astenendosi dal voto, procurano guai alle loro nazioni – vedi per la Brexit o per l’avvento dell’attuale presidente statunitense): “Se non vi piace quello che sta accadendo intorno a voi, non mettete la testa sotto la sabbia, non lamentatevi. Votate”. O la voglia di glossare quell’espressione che ho trovato attribuita a Mussolini: “Io non ho creato il fascismo, l’ho tratto dall’inconscio degli italiani”. E quanto ci sarebbe stato da dire sul presente, sull’inconscio delle masse italiane, e sul destino non piacevole che sembra aleggiare adombrato di color gialloverde! Ma appunto: le emozioni hanno bisogno di articolazioni. E non sempre vengono. E non sempre sono adeguate. A. Melloni scrive: “Alla vigila del grande assalto populista al Partito popolare europeo e all’Europa, fatto ungendo con “valori” cristiani nostalgie fasciste, far santo Montini è un segnale preciso”. Ed essendo alla vigilia della canonizzazione di Paolo VI questo mi sembra opportuno. Non che io sia favorevole a queste santificazioni di papi che sembrano pullulare da quella di Pio X a Giovanni XXIII a Giovanni Paolo II, a quelle in fieri di Giovanni Paolo I e forse di Pio XII, e insomma di tutti i papi (che poi potrebbe risultare punitiva per papa Ratzinger se non lo si prevedesse, canonizzato dico, quando il Signore l’avrà chiamato al cielo): potrebbero benissimo tutti stare nella loro cornice di Santi Padri già così celebrati sulla terra. Dunque non per l’aggiunta di uno in più, ma per il segnale che può dare a tanti battezzati che non possono dirsi cristiani – per come pensano, se pensano; per come parlano, e quanto parlano, soprattutto se hanno l’opportunità di una telecamera amica a mostrarli nella loro pochezza evangelica. Un uomo, Giovanni Battista Montini, che ha patito la popolarità del suo predecessore; e per questo è stato catalogato di una personalità rinchiusa, di una destinazione ad essere l’uomo dell’austerità. Un nuomo, invece, che viene descritto, a cinquant’anni dalla morte, come un evangelico: con i suoi errori a sottolinearne l’umanità, ma con la visone ampia su una umanità per la quale chiedeva alla Chiesa tutta di esserne esperta. Non solo antifascista per geni familiari, ma per una scelta di parte precisa. Stupenda la Pacem in terris di papa Giovanni, ma non più di quella Populorum progressio che avrebbe potuto segnare, più di quanto non sia finora successo, quel prendere parte non della “sconfitta della povertà” (oh Dio come si cade in basso!) ma di quel parteggiare per i poveri senza cui non si dà pace al mondo. Di qua e di là dei confini tracciati dall’egoismo dei popoli. Un papa la cui santità è esemplare per chi non si rassegna a populismi infelici, e alla zizzania che nascondono nelle loro viscere.  13 ottobre 2018