Capacità

Capacità di vangelo, di eucarestia, di carità. O incapacità, su cui il “conosci te stesso” può finalmente dire quanto uno è credente. Quelle tre indicazioni sono state il filo di un triennio, ma sono il filo conduttore di una vita cristiana: capacità di Vangelo, dunque di ascolto; di eucarestia, dunque di apprendimento dell’amore di Dio; di carità, e dunque di traduzione sul prossimo dell’ascolto della Parola per la via, e dell’amore riversato dal Dio eucaristico su di noi. Chiamati a vederlo, il prossimo, a sentirlo come vediamo noi stessi e come noi in noi ci sentiamo. Meno uno si conosce in se stesso, meno saremo capaci di compassione: essendo per sé la prima compassione. Sto ripassando queste linee date alla nostra Chiesa di Bergamo, e mi accorgo che (conoscendo me conosco gli altri!) ne siamo molto lontani. Lontani dunque anche dal Signore? Beh, questo è più difficile da dire, anche perché sappiamo che noi lontani da Lui, ma Lui sempre vicino a noi. Si dà il caso di parecchi che si attengono ai comandamenti e tuttavia restano lontanissimi da Dio. E si dà il caso del contrario. E di altri che vivono molto di atti religiosi, ma meno di fede. E tra l’una e l’altra ci può essere un abisso. Scandaloso, per chi guarda da fuori; e rattristante per chi vede da dentro. Nella Chiesa c'è abbastanza luce per chi crede e abbastanza ombre per chi dubita, scrive Pascal. Certo è che ognuno di noi ha differenti debolezze, differenti vizi derivanti dal suo patrimonio genetico, dalla sua indole, dalla sua biografia. È esperienza di ogni giorno: gli ostacoli all'amore che si fa prossimo sono differenti per ogni individuo. Ma se il vivere (soprattutto) di religione invece che di fede tocca i pastori della Chiesa? Di p maiuscola o minuscola che siano? Da noi, nelle parrocchie, e sotto l’egida di un vescovo, ci stanno i parroci e i curati: i primi sono i responsabili in primis, gli altri vicari o coadiutori. Tutti preti, ma... ma di difficile composizione se il responsabile in primis ha nel suo invincibile subcoscio (che a volte si rivela) “il parroco sono io”: detto in opposizione al suo coadiutore o ai laici. [E lì si può leggere l’incapacità di far avvenire quanto si è ascoltato dal Vangelo,  celebrato nell'eucarestia, e non si sa tradurre nelle relazioni. Che ti vale credere che Dio è nato nella carne, se non lo fai nascere nella tua carne? insegnava un antico Padre della chiesa]. Curato è un titolo che nella chiesa ambrosiana indica il nostro di parroco: indotto da quel curé francese, di cui si conosce l’accezione soprattutto per il Curé d’Ars. Ma è molto significativo: curato per mettersi in cura. Curato dall’amore di Dio e di tanti, per sapere a partire da Sé come prendersi cura di chi ti è affidato. Calare dunque i comandamenti del Signore alla misura dell’uomo: quello che tu sei e quello che l’altro è. Qui il segreto che svela le incapacità: di predicazione e di gesti. Per rimediarle al meglio. Capacità o incapacità da cittadini e da credenti: per l’unica strada che impedisce il nascere delle guerre, che scaturiscono da quel mio e tuo che non accomuna mai gli uni agli altri ma li divide, impedendo la condivisione degli obiettivi per l’unica cosa che importa per una pace: la polis, questa fabbrica continua della composizione umana. Ecco perché, a partire da una testimonianza vera dei credenti, si può esigere, anche da chi credente non è, che si accorga di quell’essere curato per poter disinteressatamente prendersi cura: capi o capetti della politica, che non si inventano ma si riconoscono messi lì a vivere di onestà e competenza. E di capacità sull’una e sull’altra. Che non si danno se non ci si riconosce nei propri limiti per specchiare al vero quelli altrui. Se la politica è la strada dei compromessi, non lo può mai essere al ribasso; e se la fede è quell’urgenza difficile che ti fa distinguere dalla religione, non può mancare il perché ultimo: per non arenarsi dentro una città terrena che si rinchiude in se stessa, negli interessi del mondo che separano dalla speranza ultima che regge questa consorteria provvisoria della terra. Capaci di onestà e di competenza: su di sé per incontrare gli altri in verità. E servirli senza lasciarsi fermare dagli steccati delle diversità. Umane e culturali. Solo così si è un buon politico e un buon curato.  


Competenza

Mangiarsi il fegato è il meno che possano aspettarsi i residenti romani. Ma prima di “mangiarselo” potrebbero, sulla memoria dei loro avi, consultare gli aruspici, per sapere il futuro che li aspetta. Anche se c’è il sospetto che gli antichi aruspici fossero i progenitori degli attuali sondaggisti: quelli dicevano non tanto quanto gli dei suggerivano attraverso le viscere degli animali, e delle pecore in particolare; ma quanto il padrone del momento auspicava: per farsi un esercito, per occupare un posto, soprattutto se di dorate poltrone. Dunque qualche attuale aruspice potrebbe declamare un “dalle stelle alle stalle”: che non sarebbe poi un gran vaticinio, dato quel che si è visto là nei mesi del mandato della rinnovata municipalità. Ma giustamente altri potrebbero avvertire di non aver fretta: lasciamoli lavorare, dicono sulle rovistate viscere; che francamente suona come un “lasciamo che precipitino da sé”. Perché tanti sospetti? Solo equivoci che nascono da passionalità scomposte? O seri dubbi sulla capacità di governare di un movimento che è nato per sfasciare gli avversari, mandando a quel paese (per usare un eufemismo) il Paese attuale,  ma senza essersi fatti muscoli per rimettere poi in ordine il nuovo? Alternando - sulle piazze infuocate dal comico fattosi capopolo - eufemismo e onestà, non hanno tenuto conto di un fattore che è di ogni buon governo. E se per davvero vogliono insediarsi con il bagaglio dell’onestà, dovrebbero onestamente riconoscere di non avere competenza. E senza competenza il nuovo non si fa. Anzi, nulla si costruisce: è la competenza di chi è chiamato a fare la signora sindaco (caro redattore rispetta la o e non sostituirla con la a!); ma è la competenza chiesta a un capocantiere e ai suoi muratori; o quella di un’insegnante, o di un giudice. Treccani definisce così: idoneità e autorità di trattare, giudicare, risolvere determinate questioni. Ora, per un sindaco, può essere che l’idoneità gli sia conferita dal voto di maggioranza (sempre che la maggioranza abbia i giusti numeri per dare autorità - il popolo ha sempre ragione? anche quando per accaparrarsi un sacco di farina ne rovescia dieci, in manzoniana memoria?). Ma oltre l’idoneità data da una votazione, dove trova l’autorità per giudicare e risolvere, se non si è fatto le ossa, se non si è rubato il mestiere, come fanno ragazzi e ragazze di bottega per diventare a loro volta parrucchieri o pasticcieri? Da nord a sud, tutti concordi i polemisti nel dire che occorre fare ciò che si sa fare, e non pretendere altro: in Lombardia Ofelè fa el to mesté; nel veneto Pitòr, parla de quadri; il Belli più diffusamente avverte Ognomo hanno d’avé li su mestieri: chi fa er boia, chi er re, chi scopa Roma: sei braghieraro tu? fa’ li braghieri (= i cinti erniari). D’accordo: essere arrivati là dove si vive di notorietà, ma senza competenza, non è solo del movimento dell’eufemismo: se ne sono viste di tutti i colori in tanti e lungo gli anni. Ma certo la pretesa di presentarsi come nuovi avendo di fatto le caratteristiche di sempre, non può passare sotto silenzio. Farsi le ossa, darsi il tempo di un’esperienza che non sia fatta di slogan ma di fatica e sudore, può generare classi dirigenziali veramente nuove. E nel frattempo? Logorarsi su chi viene da lontano, ma è restato appiccicato dal catrame della via? autoreferenzialità, stanchezza, ripetitività, assenza ormai dei bioritmi del rischio? Sì, non è facile per il popolo sano decidere. Ma almeno si può cominciare a pretendere la competenza. Ad alta voce. Per la Polis. E per la Chiesa. Che c’entra? C’entra. Eccome! «Io vi chiedo di fare tutto il possibile per non distruggere la Chiesa con le divisioni, siano ideologiche, siano di cupidigia e di ambizione, siano di gelosie». È il forte appello lanciato da Papa Francesco nella messa celebrata lunedì scorso. Guardatevi in giro, e chiedetevi se si ha, in tante parti, la competenza evangelica nella conduzione di una parrocchia. Una competenza che è innanzi tutto l’umiltà di chi si lascia insegnare da chi l’ha preceduto, e dalla storia di quella comunità. E dunque dal controllo di una propria presunzione che non tiene conto se non di sé e delle proprie ubbie – pastorali, liturgiche, amministrative. Si hanno teorici ammirevoli (?) per quanto scrivono (quando non scrivono ovvietà), ma incapaci di lavoro di squadra, di ascolto, e di quello sguardo che rende capaci di profezia. Dicono (scrivono) che le chiese si svuoterebbero, che le persone si allontanerebbero se ... e non vedono che l’emorragia, nelle loro comunità, è in atto, e in modo vistoso per tutti meno che per loro. Resi ciechi da che cosa? se non da una incompetenza favorita da uno scacchiere curiale che non tiene conto delle qualità, e della corrispondenza delle persone ai luoghi; ma solo di curriculum segnati dal serpe della carriera: sempre più avanti, non tenendo conto dei limiti dell’età, e di una senescenza che se non diventa patologica tuttavia è di suo rilassante, e impervia al vero. Non più dunque il passo scattante del Cristo che precede nel seminare buona notizia sulla terra; ma l’arrancare di un don Abbondio sulla mula da cui non si sa scendere. Per l’incompetenza dei cristiani, preti e anche laici, oggi la mula della chiesa non è più nave che solca e trascina. Non ovunque, ma certo da troppe parti.


Paura

Certo è il sentimento di questi terribili giorni, per uomini e donne di quella terra che non smette di sussultare, dopo la scossa che ha seppellito centinaia di familiari. Una paura ormai inscritta nella genetica di quegli abitanti, che non possono neppure sperare che quei fenomeni siano occasionali: loro e i loro nonni e i loro trisavoli sanno del ripetersi, a distanza di pochi lustri, dell’infamia delle viscere di quella terra. Una paura che tuttavia non li allontana, in una lotta che gli insegna, di volta in volta, a ricostruire e sempre un po’ meglio. I mostri, anche questo è nel loro nobile diénnea, si sconfiggono non arrendendosi alle loro zampate funeste. Ma di un’altra paura scrivo: di quella che è alimentata - in questo popolo di emigranti dalle Alpi alla Sicilia, per i migranti che ora bussano dalla Sicilia alle Alpi - da imbonitori televisivi e cartacei, e da alcuni sindaci di una terra, quale quella bergamasca, che della necessità del varcare le soglie della Svizzera – e non per chiedere ma per arricchire di strade di case e di banche – ha provato una umiliazione che dura da settant’anni. Ma non vorresti mai che nel numero di chi alimenta questa paura ci fossero quegli imbonitori da pulpito che sono i preti. E invece sì: ci sono paesi dove il parroco vorrebbe e il sindaco no; e paesi dove il sindaco vorrebbe e il parroco no. Vogliono insegnare al papa a non essere buonista, sui loro fogli anche appesi alle porte delle loro chiese: manco fossero le grida di Lutero, ma all’incontrario. Non avendo probabilmente mai introiettato, nella loro formazione, che la giustizia è il cemento della bontà; e la misericordia è la porta spalancata nei muri di cemento che pure sostengono una casa. E dunque accusare di buonismo è solo una scappatoia ridicola per non caricarsi della bontà. Il papa sbaglia dicendo “le persone devono essere amate e le cose usate; ma il mondo va male perché amiamo le cose e usiamo le persone”? Dunque chi stesse sulla soglia di questa assemblea, con il desiderio di incontrarla, sarebbe inevitabilmente indotto a pensare che il Vangelo sbaglia, che Cristo ha sbagliato nell’accedere alla Cananea. E volterebbe le spalle. Anzi, le sta voltando. Alimentare la paura dell’altro, del forestiero da parte di un prete è paura di che? paura di perdere la roba? di perdere il ruolo? o è la paura di perdere se stessi, dovendo rifare i conti con una formazione che li ha sempre fatti credere che mettersi a destra (dando e indicando di dare il voto a partiti di destra, avessero o no un pensare cristiano) fosse inevitabile dopo che “il Figlio è salito alla destra del Padre”?! Nascondendo la paura del forestiero nella paura dell’islamico, dunque ritenendo che ogni musulmano sia un terrorista. Un poco (o più) ignoranti sono, soprattutto quelli che vi dicono che il Corano loro l’han letto. Islamici terroristi, come cattolici terroristi nell’Irlanda del Nord, tanto per non cercare equivalenze di male al tempo delle Crociate? Paura degli islamici come la paura dei comunisti, per questo clero bergamasco che ancora non sa prendere le distanze da errori e confusioni del passato. Nessuno ancora, che io sappia, ha guardato dentro questo "pensare cristiano" che ha avuto in Pio XII il suo capostipite; comunisti dunque atei, per la paura di quell’ateismo bolscevico che nulla aveva a che fare, nel ’48, con chi votava a sinistra qui da noi, soprattutto in chi viveva nelle grandi industrie delle periferie milanesi: una lotta per la palese ingiustizia di chi accumulava, e non spartiva, se non in stipendi da elemosina. Stare dalla parte dei "padroni" è il peccato originale che ci ha portato a queste cadute di presenze nelle nostre chiese: altro che la comunione in mano, o inginocchiati, o le balaustre tolte, come nelle interviste - eminenti solo per le vesti sgargianti in cui si avvolgono - di insignificanti spargitori di lamentazioni vaticane! L’indifferenza per Domineddio non è per la rinnovata liturgia, che non sia avvale più del tombale celebrare tridentino; è in questo schierarsi con i potenti, dimenticando che allora “saranno sbalzati dai loro troni”, ma ora impediscono a cuori giovani di essere raggiunti dall’ebbrezza dello Spirito; e lasciandoli in quel mare di inconsistenze che sono i social, dove ciascuno è senza alcun confronto, senza alcun conflitto, tanto meno con Dio. In questo scorcio d’estate una rilettura del Guareschi ci chiarirebbe che i seguaci paolotti di don Camillo non erano certo migliori degli adepti di Peppone. E don Camillo, che era un intelligente prete della bassa, dei comunisti non aveva paura, ci conviveva; e delle arroganze dei suoi se ne accorgeva.


Democrazia

A proposito di porsi delle domande, piccole sulle cose piccole e mediocri che spesso inceppano la vita, ma le grandi sul destino di questo umano che ci è imbastito su un divino: non da tutti percepito allo stesso modo, ma da tutti riconosciuto seppur sotto nomi diversi. Domande che hanno sete di verità: sete insaziabile per quanto a lungo si viva, ma lì ad alimentare una inquietudine che ascolta, e si fa in alcuni, con accenti più forti, profezia. Cioè, una risposta, per quanto velata, su quel che si vive per quel che ci aspetta: qui, in questo terzo millennio dell’era cristiana, e per l’immediato. Ad esempio, a volte mi chiedo se sono un buon cristiano: e naturalmente mi do risposte diverse a secondo di quel che vivo in quel momento; meno mi chiedo se sono un buon prete, convinto che un buon cristiano farebbe comunque un buon prete. Ma appunto: che è un buon cristiano? La Chiesa costruisce buoni cristiani? E lo Stato, costruisce buoni cittadini? Quest’uomo è pensato, e fabbricato, al meglio da chi è chiamato a questo difficilissimo ma esaltante artigianato? O ci si fa da sé, e nessuno che s’impalchi a mio maestro? In qualche lettura classica che frammezzo a quelle più odierne, mi sono cercato il Gorgia di Platone. Perché ultimamente c’è una corsa a sostenere il diritto di tutti di parlare senza conoscere, o conoscendo secondo i propri interessi contro quelli di un bene comune: le piazze fomentate da certe reti televisive, ma certi giornali che hanno inventato la sinistra del no-comunque. Dunque, in stretta sintesi da internet: Socrate è arrivato in ritardo all'esibizione di Gorgia, un predicatore monologante, perché ha indugiato nell'agorà, la piazza, uno dei suoi luoghi di conversazione preferiti, oltre che il cuore della vita economica, civile e culturale di Atene. Callicle, che ospita Gorgia, dice che il sofista può ripetere l'esibizione a uso di Socrate. Ma questi però vuole piuttosto sapere da lui qual è la funzione della sua  arte oratoria, che cosa insegna. E lì nasce la differenza fra due modi diversi di intendere la politica del sapere: il primo, Socrate, sta in piazza, discutendo con gli altri da pari a pari, mentre il secondo si esibisce davanti a un pubblico come una celebrità; il primo fa domande, mentre il secondo dà spettacolo come una star accademica. In quanto, però, si professa esperto di retorica, capace di rispondere a qualsiasi questione gli venga posta, Gorgia accetta la sfida di Socrate e si confronta con lui nella modalità del dialogo invece che in quella dell'esibizione discorso-applauso–fine. Insomma, scende dalla cattedra. E lì, in quell’opera giovanile che anticipa temi tipici del suo pensiero maturo, esce l’idea di Platone sulla democrazia: secondo lui essa assumerebbe in maniera del tutto acritica l'uguaglianza degli uomini, rinunciando programmaticamente al principio di competenza. Non solo: ma così è destinata inevitabilmente a degenerare nella più terribile delle forme di governo: la tirannide (e vedi un po’ quanto sta avvenendo dalle piazze di Istanbul, il tributo a un dittatore in nome di una democrazia). E’ evidente che, riletta oggi, non si tratta di negare l’uguaglianza dei diritti, ma di sostenerla con l’uguaglianza dei doveri. Un cittadino ha il diritto di sapere e dev’essere condotto per mano al dovere del sapere. Può un cittadino andare a votare un referendum senza conoscere il che cosa gli si chiede? ma solo sull’onda di rivendicazioni fondate sulla nullità di slogan senza attinenza? E l’immagine della Chiesa di Cristo può essere rappresentata dalle parate più o meno festaiole del centro della cristianità, e delle periferie che si omologano senza criterio; o dev’essere invece salvata dai superficiali ritocchi estetici che rischiano di far perdere il sapore del sale nella piccolezza del lievito? e questo con assidua opera di evangelizzazione che tocchi il cuore invece delle strutture? Chi, per professione, ha bisogno del consenso della maggioranza non può permettersi di parlare francamente: e se Francesco papa lo fa, sulle orme di quella minorità insegnata dal santo d’Assisi, viene impallinato nella sua stessa Chiesa; e se uomini politici agiscono non badando alla poltrona a tutti i costi, nuovi sofisti rovesciano dalla testa alla pancia il pensiero delle moltitudini. Delegare non è umiliante da parte di una moltitudine che non ha ancora avuto gli stessi mezzi: è l’umile riconoscimento di un limite. In un momento in cui stanno proponendo l’auto senza guidatore, senza qualcuno che ti prenda per mano di quale certezza di viaggio può rincuorarsi l’umanità? 

P.S. 15 agosto 2016 - A proposito di deputati che neppure sanno l’italiano, tra i commenti della rete, questo può essere d’appendice all’articolo: Il "marciume indegno" va all'Assemblea Regionale Siciliana  o in Parlamento o in consiglio regionale solo perché viene votato da noi, mica per magia o per qualche strano virus. E poi qualcuno ha il coraggio di criticare Renzi perché governa "senza la legittimazione del voto popolare". Sono questi i risultati del voto popolare! E poi vedo deputati candidati grazie a 30 click sul blog o all'acquisto all'ingrosso di tessere o preferenze da parte di chi mai ha letto una pagina di educazione civica o, quanto meno un giornale al mese. Chi consiglia di votare NO al referendum sulle riforme (solo per votare CONTRO, come sempre facciamo in Italia ) ha pensato per un attimo che siamo a questo punto proprio perché il sistema elettorale e istituzionale in generale va pesantemente riformato? Ora che un po' si prova a farlo, votiamo no solo perché Renzi ci sta sulle scatole? Siamo patetici. 


Controcorrente

Verità e profezia: parole che sembrano andare contro corrente: e oggi, in questo mondo che sta cadendo come aereo trascinato in vuoto d’aria; e in un’ora in cui tornano azioni che si pensavano confinate nel buio di un certo medioevo - sgozzare, e su un altare. Come nel dramma di Eliot, quel delitto nella cattedrale che è l’emblema di ogni uccisione delle verità che denudano il potere. Verità e profezia, parole che rendono inevitabile porsi domande, ma che nello stesso tempo apostrofano come ribelli, in sospetto d’eresia, o, al meno, coltivatori di zizzania quelli che le pronunciano, quelli che ne scrivono. Se non ipocriti, e solo perché si espongono: pur facendolo in nome non di una propria purità, ma di un dovere alla purità propria e altrui. Se non pretenziosi: come se la verità sia diversa se detta da un diplomato scrittore da libri intonsi o da un balbuziente che sta nelle periferie dove si vive. Non si lasciano nascere profeti dentro la Chiesa – e talvolta li si uccide (in pensieri, parole e omissioni) come nella buona tradizione del primo testamento, salvo poi riscattarli a morte avvenuta - perché da sempre li si pensa roba da uomini tristi. Come se la gioia non consistesse nell’aiutare l’uomo a rivivere di continuo, a dare l’indicazione a lasciarsi partorire di nuovo seppure nel dolore. È il dovuto andare contro corrente, che innesca di contrappasso il tentativo di zittire quanti denunciano i tumori che si sono insediati qua e là nel gran corpo chiesastico. “Come ti permetti?” è nello sguardo di chi si è accomodato dentro storie che si coprono o con spiritualismi dai panni cospicui, o in panni sporchi che neppure trattengono residui di spiritualità. Celebrazioni dell’apparire: non più le cattedrali come il luogo dentro cui la profezia assume il rosso del martirio, ma palcoscenici su cui si rappresenta sé, teatralmente avvolti in seriche vesti, e in omelie che non toccano il cuore del Vangelo, perché non toccano lo stomaco e il cuore, insomma la carne delle persone. E si sviluppa l’antiprofezia, come il luogo che disgrega nella idolatria di tutto ciò che stordisce perché seduce: non più lo sguardo limpido alla ricerca della vita e dell’essere, e dunque della verità, rendendola un di-vertire – uno stornare dalle uniche cose necessarie. È l’opposto del verificare; e verificare è rendere ragione delle domande che la vita non risolve mai una volta per sempre. Anche nella Chiesa si vuole imparare dal mondo? Trasparenza, e sia anche teologica, sul vissuto ecclesiale, così come si è ingessato da alcuni secoli (è ”il siamo molto in ritardo” del cardinal Martini, e si riferiva alla traduzione evangelica per un mondo che non ne capisce più la lingua). È una rivoluzione dovuta, o una anarchia, quella che temono tanti episcopi (ed episcopabili)? E invece, prevale un conformismo che conduce ad appiattire il bene sui beni; e dunque a lasciare che la diversità dal mondo, che il Vangelo chiede ai credenti, si sfianchi sempre più in un adeguarsi senza più identità. Eppure senza identità, ce lo insegnano da sempre i saggi che hanno attraversato la vita, non c‘è più il sé, non si è più per nessuno. Non si è, per chi è diverso da noi per cultura o per fede: e ci si odia, e ci si sgozza. E pure nelle relazioni con chi la vita ci ha messo vicino, se non si nutrono di sé, si smarriscono: le relazioni vere, non quelle di complici che vogliono assecondarsi a vicenda nei propri stati inveritieri. E così la misericordia la si può dare e ricevere solo nella verità dell’essere. Perché il perdono è più facile della dimenticanza. Restando la difficoltà del dimenticare come il segno della propria fragilità, che chiama insistentemente alla verità delle cose. Quelle di questo mondo, e dell’Altro. Non che qui, per il passaggio dall’anno mille a oggi di molti uomini dell'annuncio, si sia stabilita la fonte della profezia. Guardi il cielo! Ma da qui, su questo colle, le nubi temporalesche non si vedono sopra ma davanti, dalla finestra che guarda sui tetti ma ti prolunga sino alla cerchia degli Appennini: quando il cielo si fa translucido nel colore del piombo.


Verità

Non è, cara amica, che ci impuntiamo sugli errori dei cardinali, come se si fosse condotti da “santa” invidia, non tenendo conto dei tanti che, elevati alla porpora, sono degni. Degno è stato certamente il cardinal Martini: l’abbiamo conosciuto, e si è fatto amare per la coerenza della vita ispirata alle Sacre Scritture, lette sull’uomo contemporaneo; degno il cardinale di Firenze, Piovanelli, recentemente mancato: tutta la sua vita è stata esemplare, da parroco a vescovo di Firenze, vivendo in semplicità e armonia in ogni ministero affidatogli. Ma colpisce che così non viva ciascuno di quelli a cui è stato ricordato che vestono di rosso per una missione al martirio. Pur nella diversità di ciascuno. Ma sicuramente una diversità che non  può mai essere affine alle modalità mondane. Il rischio di vescovi con la “mentalità del principe”, denunciato da papa Francesco, esiste là dove ci si adegua a vivere l'autorità religiosa allo stesso modo di quella mondana: per sé e non per bene evangelico. Il Papa, diceva Piovanelli nei suoi ultimi giorni, ci insegna “a non metterci al di sopra e neppure alla pari, ma al di sotto, come ha fatto Gesù lavando i piedi. Tutti dobbiamo metterci in discussione e imparare sempre più a servire, non a difendere la nostra autorità”. E questo copre soprattutto quel bene consegnato a Pilato: la verità. Verità sulla Chiesa, ma verità sulla dottrina che si è imposta con una rigidità che nulla ha a che fare con quella conoscenza dell’uomo che è voluta dalla creazione: creazione dell’uomo sempre in divenire. L’immagine della Chiesa, nonostante il papa spiritualmente “mediatico” che ci è donato oggi, non è ai massimi livelli di esemplarità. E tuttavia fa specie sentire persone che lasciano la Chiesa, motivandosi - a viva voce e con un po’ più di un pizzico d’arroganza (sanno essi il peccato? il proprio e l’altrui? e la fragilità da cui nessun credente è esentato, a qualunque vocazione debba rispondere?) – con gli scandali che uomini di Chiesa producono. Chi gli ha insegnato che la fede dei discepoli nasce dalla coerenza di chi gliela trasmette? Chi gli ha detto che se un prete, un vescovo, sbaglia, è Cristo che sbaglia? Non ci si può chiamar fuori per questo: solo una crassa ignoranza, e nient’altro, può spiegare il loro gesto. Puoi forse rinnegare tua madre solo perché partorisce figli indegni? O ancor più la sostieni per la risposta che solo lei, con amore, sa dare ai suoi figli, quanto più sono nel bisogno? È vero: guai a chi scandalizza i piccoli. Ma piccoli sono anche quelli che si sono sempre accontentati di atti religiosi, senza nutrirsi di Parola, senza accendere la fede nel segno di Gesù che si consegna, e non si sottrae, al peccato dell’uomo? La neghittosità di Pilato è tuttavia riscattata (per ognuno c’è sempre un riscatto, persino per Giuda e il suo pentimento che davanti a Dio può non essere stato tardivo, nonostante – o forse proprio per questo – si sia condannato al suicidio), sì, riscattata, la neghittosità di Pilato, da quella domanda che nella Chiesa dovrebbe poter diventare un mantra: che cosa è la verità? Porsi in continuità questo interrogativo, aiuta a non lascia fuori nessuno, ad accorgersi di chi preme per entrare nel grande abbraccio. Anche chi fosse affetto da crassa ignoranza, certo. Difficile, ma necessario. Quanti nella Chiesa sono chiamati a condurre, ad accompagnare, dovrebbero ricordare quanto capita al re Riccardo nella tragedia di Shakespeare: non distinguendo più tra la propria persona e il ruolo, deposto da re dice: io non sono più nulla. Se lo ricordino per non ripetere lo stesso tragico errore: confondere se stessi con il posto che occupano. Solo chi assume la spiritualità del grembiule, non subirà una tale tentazione. È difficile ma necessario. Solo così ci si lascerà condurre alla verità. A poco a poco, ma sicuramente. E finalmente si libererà il volto della Chiesa da ogni confusione con i poteri terrestri. E dunque la si renderà credibile anche per quanti oggi se ne scandalizzano. 


Intimismi

[A buona ragione, alcuni nella Chiesa cattolica si interrogano sul numero dei sacramenti. E non solo per un buon confronto ecumenico – che sia davvero un ascolto reciproco – per capire in che modo la Chiesa evangelica conosca solo due sacramenti, il Battesimo e la Santa Cena. La spiegazione che loro ne danno è che gli altri cinque, conosciuti dalle chiese cattolica e ortodossa ( = cresima, confessione, unzione degli infermi, ordine sacerdotale, matrimonio), non sarebbero stati istituiti da Cristo. È vero: non è facile riconoscere allo stesso modo la definizione di sacramento – segno visibile istituito da Gesù Cristo – a tutti i nostri sette. Ad esempio: se si prende la cresima come invocazione dello Spirito e unzione con il crisma, questo avviene già pienamente nell’atto battesimale. E dunque sembra davvero una ripetizione, tant’è che la si chiama anche sacramento della confermazione: cosa che negli anni ottanta è stata mantenuta sì, ma con lo sguardo puntato su una ulteriore celebrazione, detta “professione di fede”: chiamate pedagogiche di appartenenza alla chiesa e meno al Signore che il sacramento produce]. Questa summa sacramentaria (!) per introdurre un interrogativo: ci sarà ancora il matrimonio religioso in un non lontano futuro? Poiché il Censis, facendo una proiezione, ci sta raccontando che tra quindici anni matrimoni in chiesa non ci saranno più. Si sa come sono le proiezioni: parenti dei sondaggi, il più delle volte cannano. Ma qui una fermata va fatta: è sotto gli occhi di tutti i parroci la caduta libera di queste celebrazioni. E non è che ci si può consolare con l’analoga flessione dei matrimoni civili: in una società liquida, gli uni e gli altri patiscono certamente la perdita dello status socialis che il matrimonio dava nel passato. Quel che conta sono i sentimenti: avvolgersi in un intimismo a due, che sta producendo anche un rimando continuo di fecondità, per altro surrogata da cani e gatti che affettivamente sostituiscono i figli; e poi i diritti che vengono oggi riconosciuti alla pari, rinforzati  ancor più dalle legge sulle unioni civili, senza doversi restringere dentro un atto vincolante, e un per sempre che non si percepisce come possibile: questo il sentire comune. La risposta a questo sentire, nelle nostre comunità cristiane, da che cosa è data? C’è purtroppo un cardinale di santa romana chiesa che da un posto di responsabilità sta dicendo che il ricevere la comunione in ginocchio riporterà alla fede (dev’essere una fissazione di quel dicastero, un mantra che viene da lontano, e che si pensava finalmente accantonato con il ritorno di un predecessore nelle lontane terre natie...). Intimismo per intimismo: deprecabile in un senso, e non nell’altro? Il vangelo se chiama all’amore, chiama ad uscir fuori da sé. Se si recinta il vangelo, come mostrare il vincolo matrimoniale come luogo privilegiato, capace di fornire garanzie di stabilità in favore del proprio amore e di quello dei figli? O se il vangelo lo si riduce a organizzazione, a grandi manifestazioni, o, per contro, al “tra di noi" proprio di certi movimenti (e l’ipertrofia dell’ego di preti, che vivono e fanno vivere di surrogati?!), non chiamerà più alla bellezza del consegnare sé a qualcuno: come Gesù ha fatto, come ogni cristiano può fare. E dunque, certo i sacramenti: ma la fede? Fede della Chiesa e fede della persona? In un visibilità che appunto non si congela in intimità, ma vive la testimonianza di un vincolo dentro una comunità. Certo è che tra quindici anni, qualche rara avis volerà ancora nel cielo delle chiese, tubando in Spirito santo: ci mancherebbe. Ma appunto saranno ancor più pochi dei pochi di oggi. Pochi ma buoni? No. Il vangelo non è di pochi. Almeno suscitare la nostalgia per quello cui non si riesce ad accostare. E questa è la responsabilità oggi delle nostre chiese: senza fughe consolatorie altrove, e senza arretramenti in pratiche di religiosità popolare che non contengono la fede.


Guerre (ovvero prevenire)

Ormai si va via per la metà del tutto, in politica: metà di qua, metà di là. Lo si è visto nelle elezioni comunali nostre, e lo si sta vedendo nell’exit della gran Bretagna dall’Europa, oggi. Gli uni contro gli altri, e a parità di forze. È meglio del venticinque per cento che potessero suddividersi quattro partiti? Mah! Cinquanta e cinquanta vuol dire guerra. Lungi da me fare la Cassandra di turno: ma ci siamo beati dell’assenza di guerre, nella storia europea, per un periodo lungo quanto mai. E ora? Basta quanto la notte ha consegnato alla cronaca? E quanto consegnerà, se i lepenisti di qua e di là delle Alpi – in combutta con le frange neofasciste dell’est - avessero la capacità di titillare ancor più la pancia delle genti nell’avviarle alla riconquista dell’indipendenza? E i muri che là e qua quelli stanno costruendo, e le armi a proteggerli da invasioni, quando per sbaglio spareranno oltre confini nazionalistici, ci preserveranno dal consegnarci a conflitti  disastrosi? Basta una pistola balcanica a scatenare la prima guerra mondiale; e la pazzia nazionalista di un nullafacente piazzaiolo (quanti ancor oggi siedono su scranni che non hanno guadagnato se non per acclamazioni di piazza – o di osteria? – e non certo con la fatica di chi si occupa del bene comune, muratore o intellettuale che sia) a portare morte in tutto il continente. E le voci di papi – Benedetto XV prima e Pio XII poi – e le consolatorie parole di parroci immersi nel lutto di famiglie che perdevano goccia a goccia padri, zii e fratelli non hanno fermato l’orrore. Perché l’orrore o lo si ferma prima o nessuno può più sperare di opporsi al tracimare degli interessi che alimentano l’odio, e l’analfabetismo sociale. E l’orrore lo possono solo fermare quanti oggi sembrano mancare: i profeti. Quelli che intravedono, e avvertono e sanno scudisciare un mondo che si bea di tecnologia, e non nutre più il cuore. Ce n’è di profeti, certo: ma non bastano. La profezia ha bisogno di rimbombare, o non penetra la cervice del cuore. A convincere di un bene che non sta nel proprio rinserrato, ma è solo se condiviso. Nazionalismi impregnati da individualismi e particolarismi, stanno da una parte e dall’altra di quei due cinquanta per cento che sembrano opporsi: e stanno all'inizio delle guerre, mancando ambedue di un’anima. L’anima di chi non sopporta che sessantadue uomini pesino come tre miliardi e seicentomila di loro simili: è, guarda caso, la Charity britannica Oxfam che in suo rapporto allarma sulla divaricazione che si allarga tra i super ricchi e la metà della popolazione mondiale. Quando questa forbice toccherà anche i paesi europei, quanto si resisterà all’euforia di risolvere con la forza l’opposizione di popoli meno abbienti con quelli che si rinserrano nelle muraglie dei loro mari? Ecco: «Il tema che ci interpella oggi è come essere Chiesa povera per i poveri. La nostra terra, così ricca di strutture, di opere, di segni di carità, riesce a far crescere il Vangelo? La nostra terra è ancora capace di seminare Vangelo e di generare o è diventata sterile? La risposta passa anche dai battezzati laici, uomini e donne che favoriscono la crescita di esperienze che sanno di Vangelo»: invito del vescovo di Bergamo. La nostra terra così ricca di ... ? ha esasperato ancor più i recinti con cui da sempre ha difeso i propri orticelli, con la dabbenaggine di chi non vuole accorgersi che nessun recinto impedisce al vicino di buttarti i suoi sassi, o di scavalcare per rubarti i cavoli. Dov’erano coloro cui era stato consegnato di essere voce profetica? Preti e vescovi (e diaconi, e laici impegnati)? A lavorare per il vangelo e dunque per l’umanità, sapendo la fragilità umana e accompagnandosi per correggerla? o a costruire cose che “non han valore”?  Quando le tempeste imperversano, è un buon parafulmine collocato in anticipo che ti salva; e una rete distesa sul vigneto che ripara oggi per il vino di domani. E se l’avvertire profetico – far prendere coscienza oggi dei passi che conducono lontano dalla salvezza - allontana qualcuno, pensa che stai facendo quanto il Vangelo ti chiede: e nient’altro. Questa l’utilità del servo che appare inutile, oggi. E forse reietto. Ma è il discepolo che il Signore ama.


Visioni

Avete notato, di questi giorni, i bellissimi cieli che s’affacciano dopo un temporale? Bianchi cumuli di nuvole lattiginose, fissati sull’azzurro, in una plasticità che neppure Michelangelo... In viaggio, qualche giorno fa, a distrarre un poco dalla guida: ma basta mettersi sulla corsia di destra, quella meno frequentata, e prendersi una velocità che permette di osservare senza pericolo. E pensieri che accompagnano, sollecitati dal teatro della natura: senza alcuna apparente parentela, ma non è detto. Appunto, in quel viaggio, giorno in cui la liturgia festeggia il Cuore di Gesù, riverberi di considerazioni, slegate ma non troppo. Una festa, quella, a cui togliere i riferimenti zuccherosi, e ottocenteschi, del Gesù biondo dallo sguardo languido che apre la tunica per mostrare un cuore da cui si dipartono raggi luminosi: non so se questa fu la descrizione suggerita da Margherita Alacoque. La stessa immagine, anche se rinnovata da uno pseudo gusto moderno, che imperversa nelle nostre chiese, da quando suor Faustina, la veggente polacca ha convinto il papa conterraneo a dare titolo diverso alla domenica in Albis: festa della misericordia. Dimenticando che una giornata della misericordia c’era già nel calendario liturgico, il venerdì dopo il Corpus Domini appunto. (E passando sopra a quel ritmo battesimale che nella deposizione delle vesti in albis immette nella Chiesa a pieno titolo verso la Pentecoste). Voglia di rifare il volto di Cristo, di secolo in secolo? Tra l’altro dimenticando che le visioni delle cosiddette veggenti nulla hanno a che fare con la Tradizione scritturistica che si è conclusa con il libro dell’Apocalisse? (Si può essere canonizzati nonostante; questo è successo a un po’ tutti i santi, papa Giovanni Paolo compreso: ed è bello saperlo per ciascuno di noi che, con molta probabilità, non saremo messi in nicchie d’altare). Certo, e nonostante le lunghe file ad ogni esposizione, quel Cristo che esce dal lenzuolo di Torino non è il massimo per un gusto che Lo vuole bello secondo canoni di irrealtà: Gesù, ebreo di due millenni fa, un poco tarchiato, alto non fino all’uno e settanta, uno il cui fascino doveva consistere soprattutto nello sguardo: fissando amava, e ti sentivi amato. E invece: eccolo lì, colori impossibili, lungo e affusolato come un certo standard maschile attuale richiede; e comunque ancora con quella faccia femminea, e una rinnovata raggiera che gli esce dal petto. Ed entrambe le veggenti a dire che non andranno all’inferno quanti seguiranno ... che cosa?, l’una, la frequenza eucaristica di nove primi venerdì del mese (e si badi di non scavalcare la sequenza, se no si ricomincia da capo!), l’altra ad assicurare che non perirà chi venererà quell’immagine (un dipinto che si sovrappone alla contemplazione eucaristica? un dipinto e/o il corpus Christi!?). E forse per questo tanti preti l’han subito collocata – gusti estetici pur non permettendo – per assicurarsi personalmente la salvezza? Preti che avrebbero potuto accontentarsi, al di là d’ogni figurazione, di predicare quanto il vangelo ci dice da sempre: Cristo ci ha amati e ci ama, senza compromessi e con una fedeltà che è inversamente proporzionale al nostro peccato. Amore che non chiede una corrispondenza alla pari: non impone gioghi, o ricatti devozionistici. Amore che non chiede emozioni, semmai concretamente avvia al difficile dell’affidarsi. E certo l’icona della Sindone, per quanto sgradevole secondo canoni di bellezza contemporanei, aiuterebbe di più a entrare nel cuore del Cristo che ama: oltre appunto le apparenze, nel Cristo glorioso e bello della bellezza della Trinità. Tuttavia, se è vero quanto ha insegnato Hume, essere la bellezza “non è una qualità delle cose stesse, ma esistere soltanto nella mente che le contempla” accettando che ogni mente percepisca una diversa bellezza: se è così, è bello pretendere che l’immagine di Gesù - ancora in-glorioso, terrestre, umano come noi siamo – sia propria di ciascuno, non imposta da fuori. Fabbricata da sé, vivendo ciascuno una storia che lo specchia in Colui da cui, in momenti diversi e in modi diversi, ma sempre, sa di essere amato; e secondo il bisogno di amore che vive, e condivide. Come queste nubi in cielo: di diverso splendore, se sipario disteso sul sole di giorno, o sulla luna di notte.


Felicità?

Questo maggio, così aprile: con tuoni e rovesci improvvisi di acqua che danza nel vento; vento che mani non acchiappano, ma che c’è; e lo dice questa natura scomposta, pioggia che schiaffeggia in secchiate che nessun ombrello può contenere; e alberi che sembrano avvitarsi su di sé con rami che sfiondano l’uno sull’altro. È bello, ma certo c’è rischio: fulmini che possano entrare da finestre lasciate improvvidamente aperte, o piante, di cui non si è misurata una possibile malattia, che si schiantano improvvisamente su uomini e cose. Ma questo tempo - di mattinate fosche e pomeriggi azzurri, di queste stagioni racchiuse in una sola giornata - , di più mi fa pensare a chi ha della vita una dimensione monocorde. E mi richiama, a mo’ d’esempio, quei fanatici che a Natale partono per spiagge assolate; a chi si lascia alle spalle la propria stagione, che non è climatica solamente, ma intrisa della propria storia, fatta di cielo e di terra, di atmosfere che racchiudono tutti per radici che vengono da lontano;: e chiedono di essere riconosciute per assicurare una fecondità ben oltre la biologica. E non solo per un credo religioso, ma per una necessità antropologica che tocca anche a chi se ne può infischiare del Natale dei cristiani, e delle loro speranze. Non è questione di presepi o di alberi addobbati a palline di vetro. È questione di felicità. Che, si sa (o si sappia) non è un singolo valore, che su qualche mercato della vita si può trovare e comprare. È una somma di valori: una somma algebrica, fatta di più e di meno, e non gli uni senza gli altri. Sottrarre il dolore, il conflitto; non viverli dal di dentro proprio per uscirne: è sottrarsi alla felicità che si coglie per attimi qui e ora, ma sarà piena (una promessa anche per i non credenti) nell’eternità della vita.  (E' un'Ape che se posa | su un bottone de rosa: | lo succhia e se ne va... | Tutto sommato, la felicità | è una piccola cosa. Trilussa). Una somma di piccole cose, che si danno a volte l’una dentro l’altra, talvolta l’una a soppiantare l’altra. Ecco: negarsi le stagioni è rifiutarsi di immergersi nella vita che è data. Come rimuovere ricordi, e melanconie e nostalgie, che tessono emozioni, terriccio fertile e fecondante per  vivere il presente? Rifiutare è seppellire uomini e circostanze che hanno dato fiato alla propria anima, in incontri che, non potendosi cancellare, si possono far fruttare nella riconoscenza. Vivere dunque la pioggia come una bellezza non minore di terra e cielo inondati dal sole; e lasciarsi affascinare da quei cieli plumbei, che apparentemente minacciosi (o forse no) si stendono fino a un’ultima striscia d’orizzonte che si sfianca in un luminoso grigio perlaceo: è non voler perdere nulla di quanto sta nella promessa della vita. Quanto sarebbe scialba una vita, e noiosa, se le sottraessi l’acqua lasciando solo il sole, lo si vede dalla stupore di chi scopre la neve, che la sua regione non gli ha mai dato. E dunque, altri cieli, altre terre? Sì, non dimenticando mai tuttavia che si porta sempre sé, con il corpo l’anima: e cioè, quella storia incominciata fin dal grembo materno; e quel desiderio d’immortalità che “nessun continente può appagare più di quanto un pizzico di farina, in bocca ad un affamato, possa saziarlo”. Questo lo avrebbe detto il santo Curato d’Ars. Che, seppure da una cultura diversa da quella che oggi viviamo, più luminosa di quella sua canonica triste, ha centrato il bersaglio. Perché l’aver vissuto una buona vita pur nella maniera diversa di ciascuno, ha chiesto ai santi di sempre un solo grande riconoscimento: vivere proiettati, assaporando tutti i giorni che ci sono dati, così come ci sono dati. Senza fughe. Tantomeno fughe all’indietro, come sta succedendo a molti che si dicono credenti, ma credono alla fin fine solo a se stessi: senza umiltà vera, che sta nell’affidarsi, creano stagioni proprie, eliminando quelle che gli stanno davanti. Quelle a cui siamo chiamati da una obbedienza che canta il Laudato sii per ogni creatura: il sole, la luna, l’acqua, l’uomo, e perfino la morte. E quella morte a sé, al proprio delirio di onnipotenza, che la vita esige ogni giorno, per dare i suoi pizzichi di felicità.