vangelo secondo s. Marta

72. Dio ti cerca, anche se tu non lo cerchi. Dio ti ama, anche se tu ti sei dimenticato di Lui. Dio scorge in te una bellezza, anche se tu pensi di aver sperperato inutilmente tutti i tuoi talenti. Dio è non solo un padre, è come una madre che non smette mai di amare la sua creatura. Può darsi che anche a noi capiti di camminare su sentieri lontani da Dio, come è successo al figlio prodigo: in quei momenti difficili, possiamo trovare ancora la forza di pregare, ricominciando dalla parola “Padre”, ma detta con il senso tenero di un bambino: “Abbà”, “Papà”.

71. I comandamenti di Dio sono concretezza, perché il criterio del cristianesimo è la concretezza, non le idee e le belle parole. La carne di Cristo è la concretezza del primo comandamento. Il secondo comandamento è concreto: amare, amarci gli uni gli altri, amore concreto, non amore di fantasia. Sulla concretezza, dunque, è la sfida: se noi osserviamo questi  comandamenti, rimaniamo in Dio, la nostra vita è vita in Dio e lui rimane in noi.

70. L’identità cristiana richiede un lungo cammino; ed è concreta, non è una religione soft. Quelli  che non percorrono questa strada hanno sempre bisogno di novità dell’identità cristiana: hanno dimenticato che sono stati scelti, unti, che hanno la garanzia dello Spirito, e cercano qualcos’altro: per esempio, no? quelli che dicono: “Ma dove sono i veggenti che ci diano oggi la lettera che la Madonna ci manderà alle 4 del pomeriggio?”. E vivono di questo. Ma questa non è identità cristiana. L’ultima parola di Dio si chiama “Gesù” e niente di più. L’ultima parola di Dio è Gesù Cristo, non ce n’è un’altra! È una grazia che dobbiamo chiedere al Signore: sempre ci dia questo regalo, questo dono di un’identità che non cerca di adattarsi alle cose che le farebbero perdere il sapore del sale.

69. Le caratteristiche di tre tipi di discepoli di Gesù? Quelli che non sentono il grido di aiuto,  quelli che allontanano la gente da Gesù,  e, infine, quelli che aiutano chi ha bisogno ad andare da Gesù. La prima categoria è quella della persona sterile che non desidera dare frutti nella vita e trascorre la vita comoda, tranquilla, senza problemi : lo stile di chi non si preoccupa di fare il bene. Poi ci sono quelli  che sfruttano gli altri, anche nella casa di Dio; gli sfruttatori, gli affaristi del tempio, quelli che Gesù caccia via con la frusta. Infine lo stile di chi ha fiducia in Dio e sa che quello che chiede al Signore con fede, accadrà. Ed è proprio questo che Gesù chiede, questa la strada di Gesù: saper chiedere al Signore —nel sacrificio dell’Eucaristia — che insegni a ognuno di noi, alla Chiesa, a non cadere mai nella sterilità e nell’affarismo.

68. L’essenza dei tre sguardi del Signore su Pietro: il primo, lo sguardo della scelta, con l’entusiasmo di seguire Gesù; il secondo, lo sguardo del pentimento nel momento di quel peccato tanto grave di avere rinnegato Gesù; il terzo sguardo è lo sguardo della missione:vai a pascere i miei agnelli, le mie pecore. Anche noi possiamo pensare: qual è oggi lo sguardo di Gesù su di me? Come mi guarda Gesù? Con una chiamata? Con un perdono? Con una missione?. Siamo certi che sulla strada che lui ha fatto, tutti noi siamo sotto lo sguardo di Gesù: lui ci guarda sempre con amore, ci chiede qualcosa, ci perdona qualcosa e ci dà una missione.

67. Paura e tristezza fanno ammalare le persone e anche la Chiesa, perché paralizzano, rendono egocentrici e finiscono per viziare l’aria delle comunità che sulla porta espongono il cartello «vietato» perché hanno paura di tutto. La paura porta a un egocentrismo egoistico e paralizza: una cosa è il timore di Dio, che è buono; ma un’altra cosa è la paura. E un cristiano pauroso è poca cosa: è una persona che non ha capito quale sia il messaggio di Gesù. È invece la gioia, che nel dolore arriva a essere pace, l’atteggiamento coraggioso del cristiano, sostenuto dal timor di Dio e dallo Spirito Santo. La gioia cristiana è un dono dello Spirito Santo: è avere il cuore sempre gioioso perché il Signore ha vinto, il Signore regna, il Signore è alla destra del Padre, il Signore ha guardato me e mi ha inviato e mi ha dato la sua grazia e mi ha fatto figlio del Padre.

66. Una delle prime eresie nel cristianesimo è stata quella del pensiero gnostico, che vedeva un Dio, lontano senza concretezza. Non a caso l’apostolo Giovanni dice: “Questi non credono che il Verbo si è fatto carne”. Invece con il suo amore il Padre «è stato concreto, ha inviato suo Figlio, che si è fatto carne per salvarci». Quindi il primo criterio è l’amore: è più nelle opere, nei fatti, che nelle parole. Il secondo criterio è l’amore che si comunica, non c’è amore senza comunicare, non c’è amore isolato. Qualcuno  potrebbe obiettare che i monaci e le monache di clausura sono isolati. Non è così, perché sono persone che comunicano, e tanto, con il Signore, e anche con quelli che vanno per trovare una parola di Dio.

65. Ogni uomo ha un incontro personale con il Signore. Un incontro vero, concreto, che può cambiare radicalmente la vita. Il segreto non sta solo nell’accorgersene, ma anche nel non perderne mai la memoria, per conservarne la freschezza e la bellezza. Se uno dice a se stesso “non mi ricordo” dell’incontro col Signore, è opportuno che chieda la grazia: “Signore, quando coscientemente ti ho trovato? Quando tu mi hai detto qualcosa che ha cambiato la mia vita o mi hai invitato a fare quel passo avanti nella vita?”. E questa è una bella preghiera da fare ogni giorno. E quando poi ti ricordi, gioisci in quel ricordo che è un ricordo di amore.

64. La gente che segue Gesù gli domanda: Ma cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio? Gesù risponde loro: Questa è l’opera di Dio, che crediate in colui che egli ha mandato. E dunque la fede in lui, soltanto in lui; la fiducia in lui e non nelle altre cose che ci porteranno, alla fine, lontano da lui. Sviando quindi dalla tentazione quotidiana: lo scivolare verso la mondanità, verso i poteri e così indebolendo la fede, la missione. E si indebolisce la Chiesa. Chiedere al Signore nella preghiera che ci dia questa grazia dello stupore dell’incontro, e anche ci aiuti a non cadere nello spirito di mondanità, cioè quello spirito che dietro o sotto una vernice di cristianesimo ci porterà a vivere come pagani.

63. «Quando ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati di Spirito Santo e proclamavano la parola di Dio con parresia» (Atti degli Apostoli). Da qui emerge l’indicazione per ogni cristiano: anche oggi il cammino della Chiesa è il cammino della franchezza, il cammino del coraggio cristiano. La parola parresia, infatti, è non avere paura di dire le cose. Gli apostoli dal timore sono passati alla franchezza, a dire le cose con libertà. È il coraggio dell’annuncio ciò che ci distingue dal semplice proselitismo. Noi non facciamo pubblicità per avere più “soci” nella nostra “società spirituale”. Questo non serve, non è cristiano. Invece quello che il cristiano fa è annunziare con coraggio; e l’annuncio di Gesù Cristo provoca, mediante lo Spirito Santo, quello stupore che ci fa andare avanti.

62. Non accettare il dono di Dio col suo stile, quello è il peccato; quello è il veleno; quello ci avvelena l’anima, ti toglie la gioia, non ti lascia andare. E come risolve il Signore questo? Con lo stesso veleno, con lo stesso peccato: cioè «lui stesso prende su di sé il veleno, il peccato e viene innalzato. Così guarisce questo tepore dell’anima, questo essere cristiani a metà, questo essere «cristiani sì, ma…». La guarigione, ha spiegato il Papa, viene solo guardando la croce, guardando Dio che assume i nostri peccati: il mio peccato è lì. Invece quanti cristiani muoiono nel deserto della loro tristezza, della loro mormorazione, del loro non volere lo stile di Dio».

61. Chiedere perdono è un’altra cosa, è un’altra cosa che chiedere scusa. Si tratta di due atteggiamenti differenti: il primo si limita alla richiesta di scuse, il secondo implica il riconoscimento di aver peccato. Il peccato infatti non è un semplice sbaglio. Il peccato è idolatria, è adorare i tanti idoli che noi abbiamo: l’orgoglio, la vanità, il denaro, il “me stesso”, il benessere. E quando si parla di perdonare, non è semplicemente di una richiesta di scuse per uno sbaglio: perdonare a quello che mi ha offeso, che mi ha fatto del male, a quello che con la sua malvagità ha ferito la mia vita, il mio cuore. Perdonare sempre,  per non chiudere la porta al perdono di Dio. Una porta invece che dobbiamo mantenere aperta: lasciamo entrare il perdono di Dio affinché possiamo perdonare gli altri.

60. Il richiamo di Gesù spinge ognuno di noi a non fermarsi mai alla superficie delle cose, soprattutto quando siamo dinanzi a una persona. Siamo chiamati a guardare oltre, a puntare sul cuore per vedere di quanta generosità ognuno è capace. Nessuno può essere escluso dalla misericordia di Dio; tutti conoscono la strada per accedervi e la Chiesa è la casa che tutti accoglie e nessuno rifiuta. Le sue porte permangono spalancate, perché quanti sono toccati dalla grazia possano trovare la certezza del perdono. Più è grande il peccato e maggiore dev’essere l’amore che la Chiesa esprime verso coloro che si convertono.

59. Nella fretta della vita bisogna avere il coraggio di fermarsi e di scegliere. Purtroppo però, non è facile scegliere. È più comodo vivere lasciandosi portare dall’inerzia della vita, delle situazioni, delle abitudini. E così noi andiamo così di fretta nella vita senza sapere su quale strada camminiamo. Viviamo di corsa,  senza accorgerci di come sia la strada; e ci lasciamo portare avanti dai bisogni, dalle necessità del giorno, ma senza pensare . E lo fcciamo perché vogliamo vincere, vogliamo guadagnare, vogliamo avere successo. Ma Gesù ci fa pensare: Quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?

58. Dio lavora, continua a lavorare e noi possiamo domandarci come dobbiamo rispondere a questa creazione di Dio, che è nata dall’amore perché Lui lavora per amore. Così alla “prima creazione” dobbiamo rispondere con la responsabilità che il Signore ci dà: “La terra è vostra, portatela avanti; fatela crescere!”. Perciò anche per noi c’è la responsabilità di far crescere la terra, di far crescere il creato, di custodirlo e farlo crescere secondo le sue leggi: noi non dobbiamo impadronirci del creato, ma farlo andare avanti, fedeli alle sue leggi. Questa è la prima risposta al lavoro di Dio: lavorare per custodire il creato, per farlo fruttificare.

57. Bisogna custodire l’amore del primo incontro con Gesù. E infatti danno pena, fanno male al cuore tanti cristiani — tanti cristiani! — che nel mezzo della strada hanno perso la memoria del primo amore e non hanno la speranza: sono i cristiani tiepidi che hanno anche perso la pazienza, quel “tollerare” le cose della vita con lo spirito dell’amore di Gesù; quel “tollerare”, quel “portare sulle spalle” le difficoltà.

56. Gesù davanti al Padre offre la sua vita, la redenzione, facendo vedere al Padre le piaghe, il prezzo della salvezza. E così tutti i giorni Gesù intercede. Quando noi, per una cosa o per l’altra siamo un po’ giù, ricordiamo che è lui che prega per noi, intercede per noi continuamente. Invece, tante volte dimentichiamo questo. Ma Gesù non è che andato in cielo, ci ha inviato lo Spirito Santo, finita la storia! No! Attualmente, ogni momento, Gesù intercede.

55. Nella sua lettera l’evangelista Giovanni dice chiaramente cosa è Dio: Dio è amore. Soltanto dunque per la strada dell’amore tu puoi conoscere Dio. Certo, amore ragionevole, accompagnato dalla ragione, ma amore. Ma come posso amare quello che non conosco? La risposta possibile è: Ama quelli che tu hai vicino. Questa è la dottrina di due comandamenti: il più importante è amare Dio, perché Lui è amore. Il secondo, invece, è amare il prossimo ma, per arrivare al primo, dobbiamo salire per gli scalini del secondo. Attraverso l’amore al prossimo arriviamo a conoscere Dio, che è amore e soltanto amando ragionevolmente, ma amando, possiamo arrivare a questo amore.

54. Negli inevitabili momenti brutti della vita bisogna prendere su di sé i problemi con coraggio, mettendosi nelle mani di un Dio che fa la storia anche attraverso di noi e la corregge se non capiamo e sbagliamo. Se noi non abbiamo chiaro questo, non capiremo mai il Natale, non capiremo mai e il mistero dell’incarnazione del Verbo, mai. Perché è tutta una storia che cammina e che certo non è finita col Natale, perché adesso, ancora, il Signore ci salva nella storia e cammina col suo popolo.

53. È la vicinanza di Dio al suo popolo quello che fa la salvezza. Una vicinanza che progredisce, fino a prendere la nostra umanità. È talmente tanta la vicinanza, che Dio è presentato da Isaia come una mamma che dialoga con il suo bambino: una mamma quando canta la ninna nanna al bambino e prende la voce del bambino e si fa piccola come il bambino, parla con il tono del bambino, Dio si presenta con questo atteggiamento di mamma: la vicinanza.

52. Come una persona è consolata quando sente la misericordia e il perdono del Signore, la Chiesa fa festa, è felice quando esce da se stessa. La gioia della Chiesa, dunque, è partorire, è uscire da se stessa per dare vita, è andare a cercare quelle pecore che sono smarrite, testimoniando proprio quella tenerezza del pastore, la tenerezza della madre.

51. Un invito alla speranza, a non farsi deprimere e spaventare da una realtà fatta di guerre e sofferenza. Ricordando come le grandi costruzioni erette facendo a meno di Dio siano destinate a crollare: è stato così per la malvagia Babilonia, caduta per la corruzione della mondanità spirituale. Ed è stato così anche per la distratta Gerusalemme, caduta perché sufficiente a se stessa e incapace di accorgersi delle visite del Signore.

50. L’apostolo Giovanni dice con una frase molto bella: avevano dimenticato il loro primo amore. E quando nella Chiesa i fedeli, i ministri, divengono il gruppetto degli eletti, non ecclesiale ma ecclesiastico, di privilegio di vicinanza al Signore, hanno la tentazione di dimenticare il primo amore: proprio quell’amore tanto bello che tutti noi abbiamo avuto quando il Signore ci ha chiamato, ci ha salvato, ci ha detto: ti voglio tanto bene. Si tratta di una tentazione quella di dimenticare il primo amore, cioè dimenticare le periferie dolenti, dove io ero prima. È un atteggiamento che può essere racchiuso nell’espressione: – Signore questo puzza, non farlo venire da te. Ma la risposta del Signore è chiara: – E tu non puzzavi quando io ti ho baciato?

49. Un cristiano che riceve il dono della fede nel battesimo, ma poi non lo porta avanti sulla strada del servizio, diventa un cristiano senza forza, senza fecondità , un cristiano per se stesso, per servire se stesso, per procurare vantaggio a se stesso. Costui andrà in cielo, sicuramente, ma che vita triste!

48. Quello che spaventa nell’invito di Gesù è la gratuità, l’essere uno come gli altri. È l’egoismo, il voler essere al centro di tutto. Quando si vive questa dimensione, quando uno gira intorno a se stesso finisce per non avere orizzonti perché l’orizzonte è lui stesso. Dietro a questo atteggiamento c’è la paura della gratuità. La gratuità di Dio, infatti, a confronto con tante esperienze di vita che ci hanno fatto soffrire, è tanto grande che ci fa paura. Tutti noi cristiani abbiamo questa paura, nascosta dentro, ma neanche tanto. Troppo spesso infatti siamo cattolici, ma non troppo, fiduciosi nel Signore, ma non troppo. E questo ma non troppo alla fine segna la nostra vita, ci rimpiccolisce.

47. Essere un pastore a metà cammino è una sconfitta. Un pastore deve avere il cuore di Dio per andare fino al limite. Deve avere il cuore di Gesù, che aveva ricevuto dal Padre quella parola: non perdere nessuno. È un discorso che Gesù riprende anche nell’ultima Cena dicendo “custodiscili, Padre, perché non si perdano!”. Ecco, allora, che il vero pastore, il vero cristiano ha questo zelo dentro: nessuno si perda! E per questo non ha paura di sporcarsi le mani: non ha paura! Va dove deve andare, rischia la sua vita, rischia la sua fama, rischia di perdere la sua comodità, il suo status, anche di perdere nella carriera ecclesiastica. Ma è buon pastore! Anche i cristiani devono essere così. Perché è tanto facile condannare gli altri, come facevano i pubblicani, ma non è cristiano.  E così non può essere tranquillo, custodendo se stesso, la sua comodità, la sua fama, la sua tranquillità. Perciò: pastori a metà strada, mai! Cristiani a metà cammino, mai!

46. Occorre interrogarsi su ciò che segue la strada indicata da Cristo e ciò che porta invece su quella indicata dall’anticristo.  Primo: cosa succede nel mio cuore? Cosa penso? Cosa sento? Presto attenzione o lascio passare, che tutto vada e venga? So cosa voglio? Metto alla prova ciò che voglio, ciò che desidero? O prendo tutto? Carissimi, non prestate fede ad ogni spirito; mettete alla prova gli spiriti. Tante volte il nostro cuore è come una strada, dove passano tutti. Ma proprio per questo è necessario mettere alla prova e chiederci se scegliamo sempre le cose che vengono da Dio, se sappiamo quali sono quelle che vengono da Dio, se conosciamo il vero criterio per discernere i nostri desideri, i nostri pensieri. Non dobbiamo mai dimenticare che il vero criterio è l’incarnazione di Dio, che si è fatto umile, e servitore degli uomini.

45. Il cristiano è un uomo o una donna di speranza perché sa che il Signore verrà. E quando questo accadrà, non vorrà più trovarci isolati, nemici, bensì come lui ci ha resi: amici, vicini, in pace. Per questo è importante chiedersi: come aspetto Gesù? Ma soprattutto: lo aspetto o non aspetto Gesù? Tante volte, infatti, anche noi cristiani ci comportiamo come i pagani e viviamo come se niente dovesse accadere. Dobbiamo fare attenzione a non essere come l’egoista pagano, che agisce come se egli stesso fosse un dio e pensa: Io mi arrangio da solo. Ognuno di noi deve invece domandarsi: ci credo in questa speranza, che lui verrà?

44. È questa la dinamica della preghiera, che si fa con l’amico Gesù, che è il compagno di cammino della vita: si fa col Padre e si fa nello Spirito Santo. La nostra preghiera deve essere così, trinitaria. Il Padre mai ci dà un regalo, una cosa che gli chiedi, senza incartarlo bene, senza qualcosa di più che lo faccia più bello. E quello che Lui ci dà di più, è lo Spirito: il vero dono del Padre è quello che la preghiera non osa sperare. L’uomo bussa con la preghiera alla porta di Dio per chiedere una grazia. E lui, che è Padre, mi dà quello e di più: il dono, lo Spirito Santo.

43. Questa abitudine di fare memoria della nostra vita non è molto comune tra di noi. Dimentichiamo le cose, viviamo nel momento e poi dimentichiamo la storia. E ognuno di noi ha una storia: una storia di grazia, una storia di peccato, una storia di cammino, tante cose… E fa bene pregare con la nostra storia. Uno lo fa Paolo, che racconta un pezzo della sua storia ma in genere dice: ‘Lui mi ha scelto! Lui mi ha chiamato! Lui mi ha salvato! Lui è stato il mio compagno di cammino…’. Fare memoria sulla propria vita è dare gloria a Dio. Fare memoria sui nostri peccati, dai quali il Signore ci ha salvati, è dare gloria a Dio.

42. Tanti progetti, tranne i peccati propri, ma tanti, tanti progetti di disumanizzazione dell’uomo, sono opera del demonio, semplicemente perché odia l’uomo. E’ astuto: lo dice la prima pagina della Genesi; è astuto. Presenta le cose come se fossero buone. Ma la sua intenzione è la distruzione. E gli angeli ci difendono. Difendono l’uomo e difendono l’Uomo-Dio, Gesù Cristo che è la perfezione dell’umanità, il più perfetto. Per questo la Chiesa onora gli angeli, perché sono quelli che saranno nella gloria di Dio – sono nella gloria di Dio – perché difendono il gran mistero nascosto di Dio, cioè che il Verbo è venuto in carne.

41. “Vicinanza e compassione: così il Signore visita il suo popolo. E quando noi vogliamo annunziare il Vangelo, portare avanti la Parola di Gesù, questa è la strada. L’altra strada è quella dei maestri, dei predicatori del tempo: i dottori della legge, gli scribi, i farisei … Lontani dal popolo, parlavano … bene: parlavano bene. Insegnavano la legge, bene. Ma lontani. E questa non era una visita del Signore: era un’altra cosa. Il popolo non sentiva questo come una grazia, perché mancava la vicinanza, mancava la compassione e cioè patire con il popolo”.

40. Quando Gesù rimprovera scribi e farisei, questi dottori della legge, non li rimprovera di aver custodito il popolo con la legge ma di averlo reso schiavo di tante piccole leggi, di tante piccole cose si dovevano fare. E di averlo fatto senza la libertà che lui ci porta con la nuova legge, la legge che lui ha sancito col suo sangue. Questa dunque è la novità del Vangelo, che è festa, è gioia, è libertà. È proprio il riscatto che tutto il popolo attendeva quando erano custodito dalla legge, ma come prigioniero. E questo è anche quello che Gesù vuol dirci: che cosa facciamo, Gesù, adesso?. La risposta è: Alla novità, novità; a vini nuovi, otri nuovi. Per questa ragione, non si deve avere paura di cambiare le cose secondo la legge del Vangelo, che è una legge della fede. San Paolo distingue bene: figli della legge e figli della fede. A vini nuovi, otri nuovi. Per questo la Chiesa chiede, a tutti noi, alcuni cambiamenti. Ci chiede di lasciare da parte le strutture caduche: non servono! E prendere otri nuovi, quelli del Vangelo.

39. Due, in particolare, sono i tratti dell’amore. Il primo è racchiuso nell’affermazione che «l’amore è più nel dare che nel ricevere»; il secondo in quella che «l’amore è più nelle opere che nelle parole». Quando diciamo che è più nel dare che nel ricevere è perché l’amore sempre si comunica, sempre comunica, e viene ricevuto dall’amato. E quando diciamo che è più nelle opere che nelle parole, è perché l’amore sempre dà vita, fa crescere. È un rapporto tale che porta il Signore, innamorato di noi, a usare pure parole che sembrano una ninna nanna. E ci accarezza, appunto, dicendoci: Io sono con te, io ti prendo la mano. Questa è la tenerezza del Signore nel suo amore, questo è quello che lui ci comunica. E dà la forza alla nostra tenerezza. Invece, se noi ci sentiamo forti, mai avremo l’esperienza delle carezze tanto belle del Signore.

38. Preparare, discernere, diminuire. In questi tre verbi è racchiusa l’esperienza spirituale di Giovanni il Battista, colui che ha preceduto la venuta del Messia. Egli ha lavorato anzitutto per preparare, senza prendere niente per sé. Egli era un uomo importante: la gente lo cercava, lo seguiva, perché le sue parole erano forti come spada affilata. E se forse ha avuto la tentazione di credere che fosse importante, non vi è caduto. È bello pensare la vocazione del cristiano così. Infatti un cristiano non annunzia se stesso, annunzia un altro, prepara il cammino a un altro: al Signore. Inoltre deve sapere discernere, deve conoscere come discernere la verità da quello che sembra verità e non è: uomo di discernimento. E infine dev’essere un uomo che sappia abbassarsi perché il Signore cresca, nel cuore e nell’anima degli altri.

37. Elia il profeta sa discernere dov’è il Signore e il Signore lo prepara con il dono del discernimento. Poi gli affida la sua missione: Hai fatto la prova, ti sei messo alla prova della depressione, dello stare giù, della fame, della paura, ed è umana la paura; sei stato messo alla prova ma adesso — si legge nella Scrittura —ritorna sui tuoi passi verso il deserto di Damasco. Il Signore prepara l’anima, prepara il cuore e lo prepara nella prova, lo prepara nell’obbedienza, lo prepara nella perseveranza. Quando il Signore dà una missione, fa sempre entrare noi in un processo di purificazione, un processo di discernimento, un processo di obbedienza, un processo di preghiera. Ciò che conta non è l’aver incontrato il Signore ma tutto il percorso per arrivare alla missione che il Signore affida. Così è la vita cristiana, cioè la fedeltà a questo processo, a lasciarci condurre dal Signore.

36. La Chiesa non è rigida, è libera! Nella Chiesa ci sono tanti carismi, c’è una grande diversità di persone e di doni dello Spirito. Gesù dice: nella Chiesa tu devi dare il tuo cuore al Vangelo, a quello che il Signore ha insegnato, e non avere per te un’alternativa! Il Signore ci dice: se vuoi entrare nella Chiesa, fallo per amore, per dare tutto, tutto il cuore e non per fare affari a tuo profitto. Infatti la Chiesa è una casa per vivere. Colui che fa l’unità nella Chiesa, l’unità nella diversità, nella libertà, nella generosità, è lo Spirito Santo, il cui mandato specifico è proprio fare l’armonia nella Chiesa. Perché «l’unità nella Chiesa è armonia. Tutti siamo diversi, non siamo uguali, grazie a Dio. Ma tutti siamo chiamati alla docilità allo Spirito Santo. perché si possano avverare i suoi doni: Lui che piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, e raddrizza ciò che è sviato.

35. Una paura che ci porta persino a rivedere la nostra vita cristiana, chiedendoci magari se, in mezzo a tanti problemi, in fondo non sarebbe meglio abbassare un po’ il livello cercando un compromesso con il mondo in modo che le cose non siano tanto difficili. Le situazioni difficili della vita sono molteplici: per esempio, ha notato, quando tu sei malato, quando tu hai un problema in famiglia, Quando tu vedi che lo stipendio non arriva alla fine del mese … sono tanti i problemi che noi abbiamo. Eppure Gesù ci dice: non aver paura!.  C’è anche un’altra tristezza: quella che viene a tutti noi quando andiamo per una strada che non è buona. O quando andiamo a comprare la gioia, l’allegria del mondo, quella del peccato. Con il risultato che alla fine c’è il vuoto dentro di noi, c’è la tristezza. E questa è proprio la tristezza della cattiva allegria. Il Signore non nasconde la tristezza, tuttavia non ci lascia soltanto con questa parola. Ma dice: se voi siete fedeli, la vostra tristezza si cambierà in gioia. Ecco il punto chiave: nel momento della prova noi non la vediamo, ma la gioia cristiana è una gioia in speranza che arriva.

34. Come è il mio cuore? È un cuore che sembra un ballerino, che va da una parte all’altra, che sembra una farfalla alla quale oggi piace questo, poi va da quello, ed è sempre in movimento? È un cuore che si spaventa delle vicende della vita, si nasconde e ha paura di dare testimonianza di Gesù Cristo? È un cuore coraggioso o è un cuore che ha tanto timore e cerca sempre di nascondersi? Di che cosa si cura il nostro cuore? Qual è il tesoro al quale il nostro cuore è attaccato? È un cuore fisso nelle creature, nei problemi che tutti abbiamo? È un cuore fisso negli dei di tutti giorni o è un cuore fisso nello Spirito Santo? Dove è la fermezza del nostro cuore? Ci farà bene domandarci questo nelle tante vicende che noi abbiamo ogni giorno: a casa, nel lavoro, con i figli, con la gente che abita con noi, con i compagni di lavoro, con tutti.

33. Ci sono a volte atteggiamenti negativi che oscurano i tre momenti fondamentali dell’evangelizzazione: la docilità dell’ evangelizzare facendo la volontà di Dio, il dialogo con le persone così come si trovano, e affidarsi alla grazia perché è più importante la grazia che tutta la burocrazia. Atteggiamenti negativi che nella Chiesa si concretizzano quando la burocrazia fa diventare simili a una ditta per fabbricare impedimenti che allontanano la gente dai Sacramenti. Tante volte allontaniamo la gente dall’incontro con Dio, allontaniamo la gente dalla grazia, perché non ci comportiamo come facilitatori dei Sacramenti. Quell’uomo che veniva da lontano (At 8, 26-40), aveva buona volontà, e sentì poi la gioia della grazia, di questa grazia che è gratis, che non si può comprare perché non si vende: si dà. E proprio con questa gioia quell’uomo incapace di generare, perché era un eunuco, ha portato in sé il seme di vita al suo popolo generando un popolo di cristiani.

32. Armonia, testimonianza, cura dei bisognosi: sono le «tre pennellate» dell’icona che raffigura una comunità cristiana, opera dello Spirito Santo sul modello di quel «popolo nato dall’alto»: persone che ancora non si chiamavano cristiani ma sapevano dare testimonianza di Gesù Cristo. Questa icona mostra come deve essere realmente il modo di vivere di una comunità cristiana. Se ci sono liti per l’invidia, se ci sono chiacchiere, allora non si è sulla strada di Gesù Cristo. La pace in una comunità, infatti, è una peculiarità tanto importante. È questo che Gesù spiegava a Nicodemo: tutto è opera dello Spirito Santo, che fa l’unità; che spinge verso la testimonianza; che ti fa povero, perché lui è la ricchezza; e lo fa perché tu possa avere cura dei poveri.

31. Ecco il dramma del cuore chiuso, il dramma della mente chiusa. E quando il cuore è chiuso, questo cuore chiude la mente. E quando cuore e mente sono chiusi non c’è posto per Dio. Sì, ci siamo soltanto noi e per di più convinti nel dire che si deve fare solo quello che io credo, sicuri oltretutto di fare esattamente quello che dicono i comandamenti. Ma i comandamenti portano una promessa e i profeti svegliano questa promessa. Ci sono persone dalla mente chiusa. Di fronte alla mente chiusa, per Gesù non è possibile convincere, non è possibile dare un messaggio di novità. Di sicuro, loro non hanno ascoltato i profeti, e dunque non riescono ad ascoltare Gesù. La loro, però, è qualcosa di più che una semplice testardaggine. No, è di più! È l’idolatria del proprio pensiero: io la penso così, questo deve essere così e niente di più!

30. Dio perdona non con un decreto ma con una carezza. E con la misericordia Gesù va anche oltre la legge e perdona accarezzando le ferite dei nostri peccati. A questa grande tenerezza fa riferimento la lettura della donna adultera. L’adulterio, con la bestemmia e l’idolatria, era considerato un peccato gravissimo nella legge di Mosè, punito con la pena di morte per lapidazione. L’adulterio, infatti, va contro l’immagine di Dio, la fedeltà di Dio, perché il matrimonio è il simbolo, e anche una realtà umana, del rapporto fedele di Dio col suo popolo. Così quando si rovina il matrimonio con un adulterio, si sporca questo rapporto tra Dio e il popolo. Un peccato grave perché si sporcava proprio il simbolo della relazione tra Dio e il popolo, il simbolo della fedeltà.

29. Anche tanti pensatori nella Chiesa sono stati perseguitati. Io penso ad uno, adesso, in questo momento, non tanto lontano da noi, un uomo di buona volontà, un profeta davvero, che con i suoi libri rimproverava la Chiesa di allontanarsi dalla strada del Signore. Subito è stato chiamato, i suoi libri sono andati all’indice, gli hanno tolto le cattedre e quest’uomo così finisce la sua vita: non tanto tempo fa. E’ passato il tempo ed oggi è beato! Ma come ieri era un eretico e oggi è un beato? E’ che ieri quelli che avevano il potere volevano silenziarlo, perché non piaceva quello che diceva. Oggi la Chiesa, che grazie a Dio sa pentirsi, dice: ‘No, quest’uomo è buono!’. Di più, è sulla strada della santità: è un beato!

28.  Se il prete si allontana da Gesù Cristo, si compensa con altri atteggiamenti mondani. E così vengono fuori tutte queste figure come il prete affarista, il prete imprenditore. È il rapporto con Gesù Cristo che salva un prete dalla tentazione della mondanità, dal rischio di diventare untuoso anziché unto, dall’idolatria del dio Narciso. Il prete, infatti, può anche perdere tutto ma non il suo legame con il Signore, altrimenti non avrebbe più nulla da dare alla gente. Pascere il gregge di Gesù con la potenza, non della forza umana, la propria potenza, ma quella dello Spirito e secondo il suo cuore – il cuore di Gesù – che è un cuore di amore. Il sacerdote, il vescovo, il diacono devono pascere il gregge del Signore con amore. Se non lo fa con amore, non serve.

27. Io mi vergogno della carne di mio fratello, di mia sorella? Il cristianesimo è la “carne” stessa di Cristo che si china senza vergognarsi su chi soffre. Questo è il digiuno che vuole il Signore! Digiuno che si preoccupa della vita del fratello, che non si vergogna – lo dice Isaia stesso – della carne del fratello. Questo significa che il digiuno più difficile è il digiuno della bontà. E’ il digiuno di cui è capace il buon Samaritano, che si china sull’uomo ferito, e non è quello del sacerdote che guarda lo sventurato, ma tira diritto, forse per paura di contaminarsi. Quando io do l’elemosina, lascio cadere la moneta senza toccare la mano? guardo negli occhi di mio fratello, di mia sorella? C’è un segno che forse ci aiuterà, è una domanda: so accarezzare gli ammalati, gli anziani, i bambini, o ho perso il senso della carezza? Non vergognarsi della carne del nostro fratello: è la nostra carne! Come noi facciamo con questo fratello, saremo giudicati.

26. Gesù aveva appena finito di parlare sul pericolo delle ricchezze e Pietro gli domanda cosa riceveranno i discepoli che hanno lasciato tutto per seguirlo. Forse, dice Francesco il Papa, Pietro pensa che ‘andare dietro Gesù sia una ‘bella attività commerciale’, perché ci fa guadagnare cento volte tanto. Ma Gesù aggiunge che accanto a questo guadagno ci saranno persecuzioni: il mondo non tollera la divinità di Cristo. Non tollera l’annuncio del Vangelo. Non tollera le Beatitudini. E così la persecuzione: con la parola, le calunnie, le diffamazioni, il carcere. Pensiamo ai tanti cristiani, 60 anni fa, nei campi dei nazisti, dei comunisti: tanti! Per essere cristiani! Anche oggi… ‘Ma oggi abbiamo più cultura e non ci sono queste cose’. Ci sono! E io vi dico che oggi ci sono più martiri che nei primi tempi della Chiesa.Tanti fratelli e sorelle che danno testimonianza di Gesù, offrono la testimonianza di Gesù e sono perseguitati. Cristiani, che non possono neppure avere la Bibbia con sé.

25. I gesti bellissimi del Signore narrati nelle pagine del Vangelo: la figlia di Giairo, il ragazzo di Naim, Lazzaro, il cieco nato, ma Zaccheo liberato da una morte in vita. Questi gesti di tanta tenerezza di Gesù ci fanno capire che la nostra dottrina, diciamo così, o il nostro seguire Cristo, non è un’idea. È un continuo rimanere a casa. E se ognuno di noi ha la possibilità, e la realtà, di andarsene da casa per un peccato o per uno sbaglio, Dio lo sa, la salvezza è tornare a casa: con Gesù nella Chiesa. Attraverso gesti di tenerezza, a uno a uno, il Signore ci chiama così nel suo popolo, dentro la sua famiglia: la nostra madre, la santa Chiesa.

24. L’apostolo Giacomo vuole spiegare bene come è la fede. E per farlo gioca con questa contrapposizione tra la fede e le opere. L’affermazione di Giacomo è chiara: una fede che non dà frutto nelle opere non è fede. Nella sua lettera l’apostolo Giacomo quando parla di fede parla proprio della dottrina, di quello che è il contenuto della fede. Ed è come se dicesse a ciascuno di noi: ma voi potete conoscere tutti i comandamenti, tutte le profezie, tutte le verità di fede, ma se questo non si traduce nella pratica e nelle opere, non serve. Avere fede non è avere una conoscenza: avere fede è ricevere il messaggio di Dio che ci ha portato Gesù Cristo, viverlo e comunicarlo.

23. Chiediamo oggi al Signore che ci dia a tutti questo senso del sacro, questo senso che ci faccia capire che una cosa è pregare a casa, pregare in chiesa, pregare il rosario, pregare tante belle preghiere, fare la via crucis, leggere la bibbia; e un’altra cosa è la celebrazione eucaristica. Nella celebrazione entriamo nel mistero di Dio, in quella strada che noi non possiamo controllare: lui soltanto è l’unico, lui è la gloria, lui è il potere. Chiediamo questa grazia: che il Signore ci insegni ad entrare nel mistero di Dio.

22. Noi tutti siamo peccatori e tutti siamo tentati. E la tentazione è il pane nostro di ogni giorno. Tanto che se qualcuno di noi dicesse: io mai ho avuto tentazioni, la risposta giusta sarebbe: “o sei un cherubino o sei un po’ scemo!”. Infatti “è normale nella vita la lotta: il diavolo non sta tranquillo e vuole la sua vittoria”. Il problema più grave è come agisce Davide. Infatti egli in questo frangente perde la consapevolezza del peccato e parla semplicemente di un problema che risolve mandando Uria alla morte, prendendosi Betsabea, sua moglie. Davide commette “un grosso peccato”, eppure non lo sente tale. Per lui è solo un problema. Perciò non gli viene in mente di chiedere perdono. Occorre pregare per liberarsi dal pericolo di essere cristiani troppo sicuri, di perdere il senso del peccato, restando irretiti da una visione antropologica superpotente e mondana capace di portare l’uomo a ritenere di poter fare tutto da solo.

21. Il dialogo si fa con l’umiltà, anche a costo di ingoiare tanti rospi, perché non bisogna lasciare che nel nostro cuore crescano muri di risentimenti e odio. È il passo del primo libro di Samuele che racconta il confronto fra Saul e Davide. Cosa fa la gelosia, cosa fa l’invidia è la storia del cuore di Saul contro Davide. La parola di Dio ci fa vedere un altro atteggiamento: quello di Davide. Il quale sapeva di essere in pericolo; sapeva che il re voleva ucciderlo. E si è trovato proprio nella situazione di poter uccidere il re: ma ha scelto un’altra strada; ha preferito la strada dell’avvicinarsi, di chiarire la situazione, di spiegarsi. La strada del dialogo per fare la pace. Davide, e noi con lui, scegliamo la strada del dialogo con l’umiltà, la mitezza, la dolcezza.

20. Mai il Signore parla alla gente così, alla massa, mai. Sempre parla personalmente, con i nomi. E sceglie personalmente. Il racconto della creazione è una figura che fa vedere questo: è lo stesso Signore che con le sue mani artigianalmente fa l’uomo e gli dà un nome: ‘Tu ti chiami Adam’. E così incomincia quel rapporto fra Dio e la persona. La fedeltà cristiana, la nostra fedeltà, è semplicemente custodire la nostra piccolezza, perché possa dialogare con il Signore. Custodire la nostra piccolezza. E sarà sempre il dialogo fra la nostra piccolezza e la grandezza del Signore.

19.  Il modo di predicare di Gesù cosa ha di speciale? Dove è il nuovo? La novità di Gesù è che porta con sé la parola di Dio, il messaggio di Dio, cioè l’amore di Dio per ognuno di noi. Avvicina Dio alla gente. E per farlo si avvicina lui. È vicino ai peccatori, va a pranzo con Matteo, un ladro, traditore della patria; perdona quell’adultera che la legge diceva che doveva essere punita; parla di teologia con la Samaritana che non era un angioletto, aveva la sua storia. Gesù dunque cerca il cuore delle persone, Gesù si avvicina al cuore ferito delle persone. A Gesù interessano soltanto la persona e Dio. E cerca di avvicinare Dio alle persone e le persone a Dio. E ancora: Gesù è come il buon samaritano che guarisce le ferite della vita. Gesù è l’intercessore che va solo a pregare in montagna per la gente, e dà la vita per la gente. Gesù vuole che la gente si avvicini e la cerca; e si sente commosso quando la vede come pecore senza pastore. E tutto questo atteggiamento è quello che la gente definisce un atteggiamento nuovo. No, non è nuovo l’insegnamento, è il modo di farlo nuovo.

18. C’è una domanda che ciascuno deve porre a se stesso: “Se io rimango in Gesù, rimango nel Signore, rimango nell’amore, cosa faccio – non cosa penso o cosa dico – per Dio o cosa faccio per gli altri?”. Dunque il primo criterio è amare con le opere, non con le parole. Le parole, del resto, le porta via il vento: oggi ci sono, domani non ci sono. L’amore è più nelle opere che nelle parole. Nell’amore è più importante dare che ricevere. La persona che ama dà, dà cose, dà vita, dà se stesso a Dio e agli altri”. Invece la persona che non ama e che è egoista cerca sempre di ricevere. Cerca sempre di avere cose, avere vantaggi. Ecco, allora, rimanere col cuore aperto, non come era quello dei discepoli che era chiuso e li portava a non capire. Si tratta di “rimanere in Dio”, come dice evangelista Giovanni, così Dio rimane in noi. E noi rimaniamo nell’amore.

17. La pace è artigianale, proprio perché deve essere forgiata quasi a mani nude. Mani, scaldate dalla tenerezza di Dio. E bisogna cercare le mani di Dio, le sue carezze che non fanno ferite ma che danno proprio pace e forza.

16. Papa Francesco ha voluto ricordare che essere profeti è una vocazione di tutti i battezzati, prendendo spunto dalla parola di Dio della liturgia del giorno: “oracolo di Balaam figlio di Beor e oracolo dell’uomo dall’occhio penetrante; oracolo di chi ode le parole di Dio”. Questo è il profeta: un uomo che ha gli occhi penetranti e che ascolta e dice le parole di Dio; che sa vedere nel momento e andare sul futuro. Ma prima di avere ascoltato la parola di Dio. E infatti il profeta ha dentro di se questi tre momenti. Anzitutto il passato: il profeta è cosciente della promessa e ha nel suo cuore la promessa di Dio, ce l’ha viva, la ricorda, la ripete. Poi guarda il presente, guarda il suo popolo e sente la forza dello spirito per dire una parola che lo aiuti a issarsi, a continuare il cammino verso il futuro. Dunque il profeta è un uomo di tre tempi:promessa del passato, contemplazione del presente, coraggio per indicare il cammino verso il futuro. Quando nel popolo di Dio non c’è profezia, il vuoto che lascia viene occupato dal clericalismo. E proprio questo clericalismo che chiede a Gesù: con quale autorità fai queste cose, con quale legalità. Così la memoria della promessa e la speranza di andare avanti vengono ridotte soltanto al presente: né passato, né futuro né speranza. È come se per andare avanti valesse solo ciò che è presente, ciò che è legale. 

15.  Quando un cristiano dimentica la speranza, o peggio perde la speranza, la sua vita non ha senso. E’ come se la sua vita fosse davanti ad un muro: niente. Ma il Signore ci consola e ci rifà, con la speranza, andare avanti. E anche lo fa con una vicinanza speciale a ognuno, perché il Signore consola il suo popolo e consola ognuno di noi.Francesco ha ribadito che non dobbiamo avere paura della consolazione del Signore, ma anzi dobbiamo chiederla e cercarla. Una consolazione che ci fa sentire la tenerezza di Dio. Avvicinarsi e dare speranza, avvicinarsi con tenerezza. Ma pensiamo alla tenerezza che ha avuto con gli apostoli, con la Maddalena, con quelli di Emmaus. Si avvicinava con tenerezza: ‘Dammi da mangiare’. Con Tommaso: ‘Metti il tuo dito qui’. Sempre così è il Signore. Così è la consolazione del Signore.

14.  Il Signore non parla difficile: Lui è semplice.? Chiediamo oggi la grazia di bussare sempre alla sua porta.? A volte è chiusa: noi siamo tristi, abbiamo desolazione, abbiamo problemi a bussare, a bussare a quella porta. Tu non andare a cercare altre porte che sembrano più facili, più confortevoli, più alla mano. Sempre quella: Gesù. E Gesù non delude mai, Gesù non inganna, Gesù non è un ladro, non è un brigante. Ha dato la sua vita per me: ciascuno di noi deve dire questo: “E tu che hai dato la vita per me, per favore, apri, perché io possa entrare”. Chiediamo questa grazia. Bussare sempre a quella porta e dire al Signore: “Apri, Signore, ché voglio entrare per questa porta. Voglio entrare da questa porta, non da un’altra”. Gesù non solo è la porta: è il cammino, è la strada. Ci sono tanti sentieri, forse più vantaggiosi per arrivare: ma sono ingannevoli, non sono veri: sono falsi. La strada è soltanto Gesù. 

13.   C’è un nemico in agguato. È lo spirito del mondo che ci fa altre proposte. Perché non ci vuole popolo, ci vuole massa. Senza pensiero e senza libertà. Lo spirito del mondo, in sostanza, ci spinge lungo una strada di uniformità, ma senza quello spirito che fa il corpo di un popolo, trattandoci come se noi non avessimo la capacità di pensare, come persone non libere. I meccanismi di persuasione occulta? c’è un determinato modo di pensare che deve essere imposto, si fa la pubblicità di questo pensiero e si deve pensare in tal modo. È il pensiero uniforme, il pensiero uguale, il pensiero debole; un pensiero purtroppo così diffuso. In pratica lo spirito del mondo non vuole che noi ci chiediamo davanti a Dio: ma perché accade questo? E per distrarci dalle domande essenziali, ci propone un pensiero pret-à-porter, secondo i nostri gusti: io penso come mi piace. Questo modo di pensare va bene allo spirito del mondo; mentre quello che lui non vuole è ciò che ci chiede Gesù: il pensiero libero, il pensiero di un uomo e di una donna che sono parte del popolo di Dio. Del resto, la salvezza è stata proprio questa: farci popolo, popolo di Dio. Avere libertà. Perché Gesù ci chiede di pensare liberamente, di pensare per capire cosa succede.

12.  Anche il Papa si confessa. Lo fa perché anche lui è un peccatore e ha bisogno del perdono. Tutti dunque abbiamo bisogno di questo perdono. Ma è sempre necessario che a portarlo a nome della Chiesa sia un fratello inviato dal Padre nel sacramento della riconciliazione. Papa Francesco racconta dei suoi incontri con il confessore, il quale sente le cose che gli dice, lo consiglia e lo perdona. È un po’ difficile capire come un uomo può perdonare i peccati. E per questo richiama il “potere delle chiavi”, di cui la Chiesa è depositaria e in virtù del quale è possibile aprire o chiudere al perdono. Dunque a nulla vale rivolgersi direttamente a Dio: è necessario passare sempre attraverso il sacerdote. Anche se si può provare vergogna a dire i peccati a un altro uomo. Ma le nostre mamme e le nostre nonne dicevano che è meglio diventare rosso una volta che non giallo mille volte. Si diventa rossi una volta, ma ci vengono perdonati i peccati e si va avanti.

11. “E’ il potere del Signore quando vuole salvare il suo popolo: forte. Lui è il Signore. Perché ha sentito la preghiera del suo popolo; perché ha sentito nel suo cuore che i suoi eletti soffrivano. Ma se questa è la forza di Dio, “qual è la forza dell’ uomo?” si è domandato il papa Francesco. È quella stessa che ha testimoniato la vedova di cui parla il Vangelo, la quale bussa in continuazione alla porta del giudice. Bussare, chiedere, lamentarsi di tanti problemi, tanti dolori, e chiedere al Signore la liberazione da questi dolori, da questi peccati, da questi problemi: questa è la forza dell’uomo, la preghiera. Anche la preghiera dell’uomo umile, perché se in Dio mai ci fosse una debolezza, ha spiegato ancora, questa si manifesta proprio nei confronti della preghiera del suo Popolo: è la debolezza di Dio. Il Signore è debole soltanto in questo”. 

10.   “Il nostro è un Dio che cammina per cercarti  e ha una certa debolezza d’amore per quelli che si sono più allontanati, che si sono perduti. Va e li cerca. E come cerca? Cerca fino alla fine. Come questo pastore che va nel buio cercando finché trova la pecora smarrita; o come la donna quando perde quella moneta: accende la lampada, spazza la casa e cerca accuratamente. Dio cerca perché pensa: “Questo figlio non lo perdo, è mio! E non voglio perderlo!”, Egli è nostro Padre. Sempre ci cerca. Ma il “lavoro” di Dio non è solo cercare e trovare. Perché, ha affermato Francesco papa, quando ci trova, quando ha trovato la pecorella, non la mette in disparte né domanda: “Perché ti sei perduta, perché sei caduta?”. Piuttosto la riporta al posto giusto. Possiamo dire, forzando la parola, che Dio “risistema”, sistema un’altra volta la persona che ha cercato e trovato; cosicché, quando il pastore la riporta in mezzo alle altre, la pecora smarrita non si senta dire “tu sei persa” ma: “tu sei una di noi”. 

9.  È bello pregare l’uno per l’altro. Papa Francesco si è soffermato sul valore della preghiera fatta per il prossimo che sta attraversando un momento di difficoltà. Tante volte fra noi ci diciamo: « Prega per me. Ne ho bisogno, ho tanti problemi, tante cose, prega per me». E questa, ha affermato, «è una cosa buona» perché «dobbiamo pregare uno per l’altro». Diciamo a Gesù “Prega per me, tu che sei il primo di noi, tu prega per me”? Sicuro che lui prega; ma dirgli: “Prega per me Signore, tu sei l’intercessore” è mostrare una grande fiducia. Lui prega per me, lui prega per tutti noi. E prega coraggiosamente, perché fa vedere al Padre il prezzo della nostra giustizia, le sue piaghe. Pensiamo tanto a questo e ringraziamo il Signore; ringraziamo un fratello che prega con noi e prega per noi, intercede per noi. E parliamo con Gesù. Diciamogli: Signore, tu sei l’intercessore, tu mi hai salvato, mi hai giustificato, ma adesso prega per me. Affidiamogli i nostri problemi, la nostra vita, perché lui le porti al Padre. 

8. “A me, l’immagine che viene è quella dell’infermiere, dell’infermiera in un ospedale: guarisce le ferite ad una ad una, ma con le sue mani. Dio si coinvolge, si immischia nelle nostre miserie, si avvicina alle nostre piaghe e le guarisce con le sue mani, e per avere mani si è fatto uomo. E’ un lavoro di Gesù, personale. Un uomo ha fatto il peccato, un uomo viene a guarirlo. Vicinanza. Dio non ci salva soltanto per un decreto, una legge; ci salva con tenerezza, ci salva con carezze, ci salva con la sua vita, per noi. Alcuni Santi dicono che uno dei peccati più brutti sia la diffidenza: diffidare di Dio. Ma come possiamo diffidare di un Dio così vicino, così buono, che preferisce il nostro cuore peccatore? Questo mistero non è facile capirlo, non si capisce bene, con l’intelligenza. Soltanto, forse, ci aiuteranno queste tre parole: contemplazione, vicinanza e abbondanza. E’ un Dio che sempre vince con la sovrabbondanza della sua grazia, con la sua tenerezza”, ha concluso papa Francesco.  

7. La grandezza dell’apostolo sta nel fare con la vita quello che Giovanni il Battista diceva: «è necessario che lui cresca e io diminuisca»; infatti l’apostolo è colui «che dà la vita perché il Signore cresca. E alla fine c’è il tramonto». È stato così anche per Pietro, ha fatto notare papa Francesco, al quale Gesù ha predetto: «Quando tu sarai vecchio ti porteranno dove tu non vorrai andare». La meditazione sulle fasi finali delle vita di questi personaggi ha così suggerito il ricordo di quei santuari di apostolicità e di santità che sono le case di riposo dei preti e delle suore. Strutture che ospitano, ha aggiunto, bravi preti e brave suore, invecchiati, con il peso della solitudine, che aspettano che venga il Signore a bussare alla porta dei loro cuori. Purtroppo, ha commentato il Papa, noi tendiamo a dimenticare questi santuari: non sono posti belli, perché uno vede cosa ci aspetta. Di contro però se guardiamo più nel profondo, sono bellissimi, per la ricchezza di umanità che vi è dentro. Visitarli dunque significa fare veri pellegrinaggi, verso questi santuari di santità e di apostolicità, alla stessa stregua dei pellegrinaggi che si fanno nei santuari mariani o in quelli dedicati ai santi. E papa Francesco  ha chiesto di pregare il Signore di custodire i sacerdoti e le religiose che si trovano nella fase finale della loro esistenza, affinché possano ripetere almeno un’altra volta “sì, Signore, voglio seguirti”.

6. Ricordando che i nostri genitori ci educavano al valore di quello che riceviamo e che abbiamo, considerato come dono prezioso di Dio, Papa Francesco esorta tutti a un serio esame di coscienza sulla necessità di modificare concretamente i nostri stili di vita alimentari, segnati troppo spesso da consumismo, spreco e sperpero di alimenti. E torna a mettere in guardia contro le conseguenze della cultura dello scarto, che sacrifica uomini e donne agli idoli del profitto e del consumo, e della globalizzazione dell’indifferenza, che ci fa lentamente abituare alla sofferenza dell’altro, quasi fosse normale. Il problema della fame, in sostanza, non è solo economico o scientifico ma anche e soprattutto etico e antropologico. Educarci alla solidarietà significa educarci all’umanità e impegnarsi per edificare una società che abbia al centro sempre la persona e la sua dignità.

5. Come preghiamo noi? Preghiamo così per abitudine, pietosamente, ma tranquilli, o ci mettiamo con coraggio davanti al Signore per chiedere la grazia, per chiedere quello per il quale preghiamo?. L’atteggiamento è importante perché una preghiera che non sia coraggiosa non è una vera preghiera. Quando si prega ci vuole il coraggio di avere la fiducia che il Signore ci ascolta, il coraggio di bussare alla porta. Il Signore lo dice, perché chiunque chiede riceve e a chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Ma, la nostra preghiera è così? Oppure ci limitiamo a dire: “Signore ho bisogno, fammi la grazia”? In una parola, ci lasciamo coinvolgere nella preghiera? Sappiamo bussare  al cuore di Dio?. Per rispondere il vescovo di Roma è tornato al brano evangelico, alla fine del quale “Gesù ci dice: quale padre tra voi se il figlio gli chiede un pesce gli darà una serpe? E poi va avanti: se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo… E ci aspettiamo che prosegua dicendo: darà cose buone a voi. Invece no, non dice quello! Darà lo Spirito Santo a quelli che lo chiedono. E questa è una cosa grande”. Perciò “quando noi preghiamo coraggiosamente, il Signore non solo ci dà la grazia, ma ci dà anche se stesso nella grazia. Perché il Signore mai dà o invia una grazia per posta: la porta lui, è lui la grazia! Oggi nella preghiera, nella colletta, abbiamo detto al Signore di darci quello che anche la preghiera non osa chiedere. E che cosa è quello che noi non osiamo chiedere? Lui stesso! Noi chiediamo una grazia, ma non osiamo dire: vieni tu a portarmela. Sappiamo che una grazia sempre è portata da lui: è lui che viene e ce la dà. Non facciamo la brutta figura di prendere la grazia e non riconoscere che quello che ce la porta, quello che ce la dà, è il Signore.

4. Pregare significa aprire la porta al Signore affinché possa fare qualcosa per risistemare le nostre cose. Il sacerdote che fa il suo dovere, ma non apre la porta al Signore, rischia di diventare solo un “professionista”. Certo, ha sottolineato, è una visione “un po’ pessimista della vita” che ci porta a chiederci: “Perché pregare? Ma lascia perdere, la vita è così ! Andiamo avanti. Facciamo quello che possiamo”. È questo l’atteggiamento avuto da Marta, ha spiegato il Pontefice, la quale “faceva cose, ma non pregava”. E poi c’è il comportamento di altri, come quel “testardo Giona”. Questi sono “i giustizieri”. Giona “andava e profetizzava; ma nel suo cuore diceva: se la meritano, se la meritano, se la sono cercata. Lui profetizzava, ma non pregava, non chiedeva al Signore perdono per loro, soltanto li bastonava”. Questi, ha sottolineato il Santo Padre, “si credono giusti”. Ma alla fine, come è capitato con Giona, si rivelano degli egoisti. Giona, per esempio, ha spiegato ancora il Papa, quando Dio ha salvato il popolo di Ninive, “si è arrabbiato con il Signore: ma tu sempre sei così, sempre perdoni!”. E  “anche noi quando non preghiamo, quello che facciamo è chiudere la porta al Signore” cosicché “lui non possa fare nulla. Invece la preghiera davanti a un problema, a una situazione difficile, a una calamità, è aprire la porta al Signore, perché venga”: lui, infatti, sa “risistemare le cose”. In conclusione Papa Francesco ha esortato a pensare a Maria, la sorella di Marta, che “ha scelto la parte migliore e ci fa vedere la strada, come si apre la porta al Signore”, al re di Ninive “che non era un santo”, a tutto il popolo: “Facevano cose brutte. Ma quando hanno pregato, digiunato e hanno aperto la porta al Signore, il Signore ha fatto il miracolo del perdono. E pensiamo a Giona che non pregava, fuggiva da Dio sempre. Profetizzava, era forse un buon “professionista”, possiamo dire oggi un buon prete che faceva i suoi compiti, ma mai apriva la porta al Signore con la preghiera. Chiediamo al Signore che ci aiuti a scegliere sempre la parte migliore”.

3. Il vescovo di Roma, nell’omelia, ha preso come paradigma la storia di Giona, a commento della prima lettura (1, 1 – 2, 1.11): egli “aveva tutta la sua vita ben sistemata: serviva il Signore, forse pregava tanto. Era un profeta, era buono, faceva del bene”. Siccome “non voleva essere disturbato, con il metodo di vita che lui aveva scelto, nel momento in cui ha sentito la parola di Dio cominciò a fuggire. E fuggiva da Dio”. Così quando “il Signore lo invia a Ninive, lui prende la nave per la Spagna. Fuggiva dal Signore”. In fin dei conti, ha spiegato il Pontefice, Giona si era già scritto la propria storia: “Io voglio essere così, così, così, secondo i comandamenti”. Non voleva essere disturbato. Ecco la ragione della sua “fuga da Dio”. Una fuga, ha messo in guardia il Papa, che può vedere protagonisti anche noi oggi. “Si può fuggire da Dio – ha affermato – essendo cristiano, essendo cattolico”, addirittura “essendo prete, vescovo, Papa. Tutti possiamo fuggire da Dio. È un tentazione quotidiana: non ascoltare Dio, non ascoltare la sua voce, non sentire nel cuore la sua proposta, il suo invito”. E se “si può fuggire direttamente”, ha proseguito, “ci sono altre maniere di fuggire da Dio un po’ più educate, un po’ più sofisticate”. Il riferimento è al passo evangelico di Luca (10, 25-37) che racconta di “quest’uomo, mezzo morto, buttato sul pavimento della strada. Per caso un sacerdote scendeva per quella medesima strada. Un degno sacerdote, proprio con la talare: bene, bravissimo. Ha visto e ha guardato: Arrivo tardi a messa, e se n’è andato oltre. Non aveva sentito la voce di Dio, lì”. Si tratta, ha spiegato il Papa, di “una maniera diversa di fuggire: non come Giona che fuggiva chiaramente. Poi passò un levita, vide e forse ha pensato: Ma se io lo prendo o se io mi avvicino, forse è morto, e domani devo andare dal giudice e dare testimonianza. E passò oltre. Fuggiva da questa voce di Dio in quell’uomo”. Invece è “curioso” che ad avere “la capacità di capire la voce di Dio” sia “soltanto” un uomo “che abitualmente fuggiva da Dio, un peccatore”.

2. Il grido del Papa nella città del santo di cui ha scelto il nome non aveva bisogno di un levarsi di toni. Andava benissimo così, sussurrato, offerto con voce affaticata e lenta. Nessuna teatralità né gesti compiaciuti. Francesco sedeva nella Sala della Spogliazione, dove otto secoli fa un ragazzo si era tolto gli abiti del figlio di un ricco mercante per indossarne da frate povero. Che scoperte stupefacenti: in otto secoli nessuno dei molti pontefici venuti qui in pellegrinaggio ci era mai entrato, in quella sala. Ce ne voleva proprio uno che si chiamasse Francesco. Ma che vi aspettate mai, ha detto? Vi aspettate, come è stato scritto, che ora io prenda i cardinali e i vescovi e gli strappi di dosso i paramenti sacri? «Vi aspettate che il Papa poi spogli se stesso?». Non saremo mica “cristiani di pasticceria?”», si è chiesto. Gente che mette sul banco delizie per gli occhi? Spogliarsi significa invece levarsi di dosso la mondanità, lo spirito del mondo. «Lo spirito del mondo è omicida», ha detto come bisbigliasse un’ovvietà. Tutti i morti di Lampedusa sono tali anche per lo spirito del mondo, che ci porta «alla vanità e alla prepotenza, all’idolatria». «O servi Dio o servi il denaro». Se servi il denaro ti commuovi e poi ti volti di là, fino al prossimo show della disperazione. La mondanità «è lebbra, è cancro».

1. Commentando il passo evangelico di Luca (9, 51-56): “Gesù – ha detto – rimprovera questi due apostoli”, Giacomo e Giovanni, perché “volevano che scendesse il fuoco dal cielo sopra quelli che non avevano voluto riceverlo” in un villaggio di samaritani. E “forse nella sua immaginazione c’era l’archetipo del fuoco che è sceso su Sodoma e Gomorra e ha distrutto tutto”. I due apostoli, ha spiegato il Pontefice, “sentivano che chiudere la porta a Gesù era una grande offesa: queste persone dovevano essere punite”. Ma “il Signore si voltò e li rimproverò: questo non è il nostro spirito”. Infatti, ha aggiunto Papa Francesco, “il Signore va sempre avanti, ci fa conoscere come è la strada del cristiano. Non è, in questo caso, una strada di vendetta. Lo Spirito cristiano è un’altra cosa, dice il Signore. È lo spirito che lui ci farà vedere nel momento più forte della sua vita, nella passione: spirito di umiltà, spirito di mitezza”. “E oggi, nella ricorrenza di santa Teresa di Gesù Bambino – ha affermato il vescovo di Roma – ci farà bene pensare a questo spirito di umiltà, di tenerezza, di bontà. Questo spirito mite proprio del Signore che vuole da tutti noi. Dov’è la forza che ci porta a questo spirito? Proprio nell’amore, nella carità, nella consapevolezza che noi siamo nelle mani del Padre. Come leggevamo all’inizio della messa: il Signore ci porta, ci porta su, ci fa andare avanti, è con noi, ci guida”. Il libro del Deuteronomio, ha proseguito il Pontefice, “dice che Dio ci guida come un padre guida il suo bambino: con tenerezza. Quando si sente questo, non viene la voglia di far scendere un fuoco dal cielo. No, non viene. Viene l’altro spirito”: lo spirito “di quella carità che tutto soffre, tutto perdona, che non si vanta, che è umile, che non cerca se stessa”. Papa Francesco ha riproposto a questo punto la forza e l’attualità della figura di santa Teresa di Gesù Bambino: “La Chiesa saggia ha fatto questa santa – umile, piccola, fiduciosa di Dio, mite – patrona delle missioni. Non si capisce questo. La forza del Vangelo è proprio lì, perché il Vangelo arriva proprio al punto più alto nell’umiliazione di Gesù. Umiltà che diviene umiliazione. E la forza del Vangelo è proprio nell’umiltà. Umiltà del bambino che si lascia guidare dall’amore e dalla tenerezza del Padre”. Il Pontefice è quindi tornato alla prima lettura della celebrazione, tratta dal libro di Zaccaria (8, 20-23). “In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle nazioni afferreranno un Giudeo per il lembo del mantello e gli diranno: “vogliamo venire con voi perché abbiamo udito che Dio è con voi””. E ha così proseguito: “La Chiesa, ci diceva Benedetto XVI, cresce per attrazione, per testimonianza. E quando la gente, i popoli vedono questa testimonianza di umiltà, di mitezza, di mansuetudine, sentono il bisogno” di cui parla “il profeta Zaccaria: “vogliamo venire con voi!”. La gente sente quel bisogno davanti alla testimonianza della carità. È questa carità pubblica senza prepotenza, non sufficiente, umile, che adora e serve. È semplice la carità: adorare Dio e servire gli altri. Questa testimonianza fa crescere la Chiesa”. Proprio per questo, ha concluso Papa Francesco, santa Teresa di Gesù Bambino “tanto umile, ma tanto fiduciosa in Dio, è stata nominata patrona delle missioni, perché il suo esempio fa che la gente dica: vogliamo venire con voi”