“Carissimi, nella vostra lettera ho sentito la forza cristianamente educativa di don Attilio Bianchi a Terno e la risposta profondamente cristiana che voi gli avete dato. Tutto questo – sia l’azione pastorale di don Attilio sia la vostra risposta di fedeli – mi è d’esempio e anch’io mi sforzerò di imitarvi. La vostra fede e la saggezza pastorale di mons. Roberto Amadei sono un fondamento sicuro perché abbiate un parroco-pastore, come lo è stato don Attilio.  Ringrazio per gli auguri e contraccambio benedicendo tutti per il Santo Natale e per l’Anno Nuovo. Giulio Oggioni, vescovo”.  Virgilio, il poeta che Dante sceglie per il suo viaggio nella commedia della vita, ha scritto: si licet parva componere magnis. Nelle storie di ciascuno possono avvenire delle convergenze e delle corrispondenze, che restano tali: alcune grandi, altre piccole. Ma certe somiglianze confortano. Dunque: siamo nei giorni natalizi nello scollinare del ‘91. E come si può evincere, c’è questa corrispondenza tra la comunità di Terno, che lascio dopo sette anni per un’altra destinazione, e il vescovo di allora: anch’egli sul limite estremo del suo mandato, ma ben determinato a fare di quella nomina il suo ultimo atto. (Non è qui il luogo, e forse negli amarcord successivi ne parlerò più diffusamente; ma a differenza di tanti preti del tempo, il mio credito per il vescovo Giulio era convinto, e il suo per me lusinghiero oltre ogni mio merito: trovavo in lui l’interlocutore di cui abbisogna un prete, celibe per il regno ma uomo non anaffettivo). Quella lettera è stata per oltre il gradevole orgoglio di essere stato scelto non a tappare un buco, un viatico che mi ha poi sempre accompagnato, per la finezza di un vescovo che rende ragione a una comunità. Ora, ed ecco la gran cosa che si sovrappone alla mia piccola, c’è un papa che porta via un vescovo, destinandolo a un altro incarico. Il vescovo che deve lasciare la Chiesa da cui è stimato ed amato. Le scuse  a quel popolo di Dio. Un papa che si scusa? ma non è un monarca? uno che fa, che può fare quel che vuole senza dover rendere conto a nessuno? E i vescovi, i preti non debbono stare zitti e andare? e i credenti accettare senza alcun coinvolgimento?  Qui il capovolgimento dell’immagine di chiesa, a cinquant’anni dal Concilio, diventa finalmente l’icona di riferimento. Servo dei servi di Dio, è il papa: non figura retorica, disconnessa dai comportamenti, così come l’apparato vaticano ha consegnato il vescovo di Roma agli occhi del mondo fino ad oggi. Il papa decide un nuovo incarico, ma si rende conto che provoca una lacerazione; e chiede scusa, chiede di essere perdonato: con un po’ di furbizia evangelica, certo, per accattivarsi, in un momento non facile per la sua storia, un popolo che può sentirsi scavalcato. Si parva componere licet … : e fuor dal latinorum, che tuttavia ha una sua coerenza ecclesialmente lessicale in questo contesto, posso paragonare quanto è successo ventidue anni fa qua vicino, nella piana che scorre stasera, qua sotto, punteggiata dai gialli lampioni stradali. Il riconoscimento di una lacerazione di chi è chiamato a una obbedienza, prete o parrocchia, è qualcosa che ti manda, e ti mette in pace. Non sempre avviene. Non sempre c’è la stessa eleganza. Eppure questo è lo stile che ogni comunità cristiana ha diritto di aspettarsi dal proprio vescovo.