2nd July 2020

Benvenuti …

… nel sito dell’antico Priorato cluniacense di s. Egidio in Fontanella, ora Cappella vescovile. La comunità cattolica che vive nella terra bergamasca, insieme al suo Vescovo Francesco, vi saluta con semplicità e cordialità. Sono passati più di novecento anni da quando Alberto da Prezzate fondò la chiesa di S. Egidio e il monastero benedettino adiacente. Le generazioni si sono susseguite nello scorrere dei secoli, come le stagioni, come gli eventi della piccola e grande storia degli uomini. Eppure mai han cessato di risuonare nella quiete del chiostro e all’ombra delle possenti mura di questa chiesa i passi dei viandanti. Qui sono passati uomini, con il loro carico di gioie e dolori, per rivolgere una preghiera, chiedere un aiuto, ascoltare la Parola, respirare la presenza dell’Assoluto. Nel cuore della collina, tra pietre sacre e preziosi silenzi cari al santo papa Giovanni e al poeta padre Davide Turoldo, qui sarete i benvenuti, qui dove tutto parla del Dio Trinitario Padre, Figlio e Spirito Santo, e del Crocifisso Risorto, che accoglie i passi di tutti e ciascuno. Qui, ci si fa tua compagnia, fraternamente, in questo angolo di storia che percorriamo insieme. Questa è la casa del Signore, questa è casa tua: grazie per essere qui tra noi e buon viaggio!                        il Rettore

L'Angolo

Alla vita, di Mario Luzi

Amici ci aspetta una barca e dondola
nella luce ove il cielo s’inarca
e tocca il mare, volano creature pazze ad amare
il viso d’Iddio caldo di speranza
in alto in basso cercando
affetto in ogni occulta distanza
e piangono: noi siamo in terra
ma ci potremo un giorno librare
esilmente piegare sul seno divino
come rose dai muri nelle strade odorose
sul bimbo che le chiede senza voce.

Amici dalla barca si vede il mondo
e in lui una verità che precede
intrepida, un sospiro profondo
dalle foci alle sorgenti;
la Madonna dagli occhi trasparenti
scende adagio incontro ai morenti,
raccoglie il cumulo della vita, i dolori
le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita.
Le ragazze alla finestra annerita
con lo sguardo verso i monti
non sanno finire d’aspettare l’avvenire.

Nelle stanze la voce materna
senza origine, senza profondità s’alterna
col silenzio della terra, è bella
e tutto par nato da quella.

Diario

Per questa 15^ lettera dal Coronavirus, credo si debba lasciare tutta la parola allo scritto inviato dai medici del pronto soccorso di Pavia al quotidiano locale: denuncia che se non vogliamo disturbare la parola profezia – un’esagerazione secondo alcuni lettori di questi spazi – dice che almeno occorra riconoscerci un presagio: in tempi non sospetti si scrisse che saremmo usciti incattiviti, altro che “tutto andrà bene”. Intristitevi con me, per questi untori – untori di vendette – che sono sopravvissuti al morbo fisico, ma si sono ammalati (ancor più? eh, sì, perché dovevano esserlo già da prima) di un male sprituale. 1 luglio 2020

Un giorno il virus è arrivato. Improvviso. Inatteso. Si è infilato nelle nostre vite, nelle nostre relazioni, si è nutrito dell’aria dei nostri polmoni e delle nostre paure. Colpiva, come la biglia rossa impazzita di un flipper rotto e lo faceva senza criterio, come una maledizione da cui ciascuno sperava di scampare. E mentre tutti avevamo paura del mostro che avanzava e avrebbe potuto colpire ciascuno di noi e i nostri affetti con conseguenze che ignoravamo, ecco che noi medici di Pronto Soccorso ci siamo trovati, improvvisamente, a dover indossare doppie vesti. Quella di esseri umani (spaventati, come tutti) e quella di professionisti “dedicati all’umano” a cui veniva chiesto di essere presenti, di scendere in prima linea. Specializzandi compresi. E così abbiamo fatto e ci siamo trovati improvvisamente immersi in scenari che non avremmo creduto possibili. Ci siamo trovati ad inventare una nuova medicina, a cercare continue soluzioni per gestire l’iperafflusso dei malati, a fare i conti con l’insufficienza di risorse nonostante i continui sforzi del sistema organizzativo, risorse che sembravano non bastare mai, tante erano le richieste. Abbiamo sperimentato la paura, la tristezza, la desolazione, l’impotenza in quello che ci appariva un incubo. Siamo stati chiamati eroi, anche se non ci siamo mai sentiti tali, perché gli eroi, di solito, scoprono di avere dei superpoteri; noi, invece, no. Solo tante fragilità: la paura di essere inadeguati, di non farcela, di crollare sotto il peso dei dispositivi di protezione talora asfissianti, il timore di infettarci e di infettare i nostri cari. C’è stato chi, tra di noi, si è dovuto isolare, chi si è ammalato, chi, nonostante la stanchezza, è rimasto in piedi ad assistere i malati. È stato difficile e molto. Abbiamo commesso errori, certo, forse non siamo riusciti a garantire il meglio ma abbiamo fatto del nostro meglio. Abbiamo visto persone morire senza la presenza dei loro cari accanto, abbiamo cercato di curare per come meglio potevamo, di informare i familiari nel flusso caotico e inarrestabile dei continui accessi, di consolare e di accompagnare con umanità e dignità quando non è stato possibile salvare. Oggi riceviamo richiami, segnalazioni, esposti in procura; veniamo chiamati a difenderci, a deporre testimonianze, anche solo come persone informate dei fatti. Se quello che abbiamo vissuto ci è sembrato un incubo, questo epilogo lo è ancora di più. È umiliante, demotivante, frustrante. Potremmo scioperare, creare disservizi, portare la nostra rabbia e delusione sul posto di lavoro, ma questo sarebbe contro la nostra etica che ci invita, ancora una volta, ad esserci ma con professionalità e umanità. Così continueremo a restare ai nostri posti, a garantire la gestione delle urgenze, a fare quello che facciamo ogni giorno con la massima professionalità e nel rispetto dei malati, sperando di ricevere, in cambio, il medesimo rispetto.
I medici del Pronto Soccorso del San Matteo di Pavia

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Corrispondenze/Segnalazioni

lettera da Bose / Non siamo migliori

 Cari amici, ospiti e voi che ci seguite da lontano, / a testimonianza dei legami fraterni che ci uniscono in diversi modi, in queste ultime settimane molti di voi ci hanno chiesto – con discrezione e rispetto, insistenza e preoccupazione, sconcerto o qualcuno perfino con rabbia – una parola sulla vicenda che ha coinvolto la Comunità e che è causa di molte e profonde sofferenze. Siamo rimasti in silenzio attendendo un certo tempo per non ferire ulteriormente le persone e dire una parola di pace e chiarezza, nella responsabilità che avvertiamo di rendere conto sia della speranza che è in noi, sia dello scandalo suscitato in tanti cristiani e persone che ci seguono… / Innanzitutto vi ringraziamo per la vicinanza che ci avete mostrato con messaggi, telefonate e visite, per la preghiera con la quale ci state accompagnando, per l’amicizia che, pur messa alla prova dagli eventi, non è venuta meno. E poi vogliamo chiedervi perdono per lo scandalo che abbiamo suscitato e per la contro-testimonianza che abbiamo dato. / Ma affinché questa gratitudine e questa richiesta di perdono non suonino come vuota retorica, vorremmo aiutarvi e aiutarci reciprocamente a capire più in profondità sia le sofferenze che stiamo attraversando e delle quali vi abbiamo reso partecipi, sia le speranze che nutriamo per il cammino che ci attende. / La visita apostolica è stata avviata dalla Santa Sede, a partire da diverse segnalazioni circa profonde sofferenze nella vita fraterna a Bose e dopo averne verificato la fondatezza. La Comunità ha accolto la visita in obbedienza, come segno di attenzione paterna da parte di papa Francesco e come aiuto a discernere le cause profonde di un grave malessere relativo “all’esercizio dell’autorità, la gestione del governo e il clima fraterno” a Bose. / La scelta delle persone incaricate di tale compito delicato è stata segno di un’attenzione alla nostra peculiare natura di comunità monastica di fratelli e sorelle, costitutiva del nostro vissuto fin dalle origini: oltre a un religioso esperto anche di problematiche attinenti alle relazioni umane (p. Amedeo Cencini), sono infatti stati chiamati a questo servizio un abate benedettino (p. Guillermo Arboleda) e una badessa trappista (m. Anne-Emmanuelle Devêche). La presenza di quest’ultima, che con p. Michel Van Parys aveva condotto una precedente visita alla comunità, garantiva inoltre la possibilità di far tesoro anche di quanto visto e ascoltato in quell’occasione. La visita del 2014 – la prima dopo quasi 50 anni di vita monastica a Bose – era stata di altra natura: l’allora priore fr. Enzo aveva chiamato un abate e una badessa di sua fiducia, 

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Via Crucis dell'oggi

Protestantesimo

Laudato sì

daQui

Cari monaci di Bose, di incidenti è piena la terra e la vita degli uomini. Più o meno gravi, qualche volta solo bizzarri, se non banali. Della banalità di intoppi tecnologici, forse dovuti a torbidi interessi nemici (ma perché?), o forse solo causati da dilettantismi dell’operatore. Da catalogare così, dopo la lettera scritta per Enzo, l’impedimento a proseguire prontamente con uno scritto rivolto a voi, su quanto successo lì. Nel frattempo molti altri, e per l’affetto a Bose, hanno scritto più o meno schierandosi: che è l’ultima cosa che meritate. E se nessuno avesse ragione, perché tutti hanno torto? Una domanda che merita un tentativo di risposta. Detto del priore che non ha saputo davvero ritirarsi, senza tuttavia sparire (e lo si fa se si continua a vivere  insieme, ma finalmente staccando da sé quanti più da vicino hanno diviso l’anticamera della tua cella); detto di lui, e voi? Monaci e monache insieme pregano, lavorano e praticano l’ospitalità, facendo rivivere modi del primo monachesimo. Restando vigilanti e grati per il dono di Dio dato alla Chiesa in questi ultimi decenni. Lo si dice di altro, ma può benissimo essere riflessione anche per voi, ora: la vita può sbocciare solo quando viene rispettata la consapevolezza della sua fragilità. E quanto è successo, dice che la fragilità sottesa ad ogni pur buona cosa umana, si è resa visibile, seppure in maniera scomoda. In sé non è male, ma… Qualcuno vi rimprovera di aver portato le vostre carte a Roma, mentre per statuto poteva bastare il vescovo di lì, ampliando così l’eco di dissapori che – e io condivido – sarebbe stato  bene candeggiare nella lavanderia di casa. E non per ipocrisia: quelli di fuori o si confondono o festeggiano. O il vescovo si è detto impotente di fronte a qualcosa di più grande di lui? anche i vescovi sanno riconoscere il più delle volte i loro limiti. O voi volevate innescare un nuovo inizio, inginocchiati come Francesco d’Assisi a chiedere grazia al nuovo Onorio? O vi hanno strappato al silenzio del monastero quei cattivoni del Vaticano, come insinua qualcuno, perché vi vogliono riportare all’ordine, impacchettandovi dentro uno dei canoni previsti, ai quali fino’ora vi siete sottratti? Uomini e donne insieme? ma quando mai! Lo vedete: …. 23 giugno 2020

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Informazioni

La chiesa abbaziale
è aperta dalle 8 del mattino fino al calar del sole.

La Domenica, e nelle feste del Signore e dei Santi, l’Eucarestia si celebra in Abbazia alle ore 10,30.

Per richieste personali al Rettore:
e-mail:
attobianchi@gmail.com
telefono: 035.4362202 (preferibilmente il mattino dalle 7,30 alle 8,30).

Per uso degli spazi della Rettoria:
telefonare o mandare sms al 339.3765458 o inviare mail:
giudittaperico@alice.it

Apertura: tutto l’anno.
Attività: Esercizi Spirituali, Ritiri, Giornate di Spiritualità, Convegni. Ci si può far guidare o da propri referenti o dal rettore dell’Abbazia.Tipologia ospiti: sacerdoti, diaconi, religiose/i, giovani e adulti laici.

Ricettività: 20 posti letto disposti in: 1 camera singola, 1 camera a 5 posti letto singoli, 1 camera a 7 posti letto a castello. Una camera è dotata di servizio privato, le restanti camere sono dotate di servizi in comune.

Servizi: ogni giorno, possibilità di celebrazioni per gruppi.

Casa non attrezzata per accoglienza disabili.

Per disposizione vescovile in questa chiesa ordinariamente non si celebrano sacramenti di battesimo e matrimonio, se non per le persone residenti nella parrocchia_

COME RAGGIUNGERCI:
• auto e bus privati trovano parcheggi su via Fontanella alta e/o via Reg. Teoperga
• treno (la stazione più vicina, Terno, dista 4 Km)
• bus pubblici (la fermata si trova a 2 km)

PER DONAZIONI:
Cc bancario: Bianchi Attilio – Rettoria s. Egidio
Cassa rurale BCC di Treviglio s.c. – IT 73F0889952780000000370654


Il Vangelo secondo Santa Marta

101 – Nel congedarsi dai discepoli, Gesù dà loro tranquillità e pace, con una promessa: “Non vi lascerò orfani”. Li difende da quel dolore, da quel senso doloroso dell’ orfanezza. Oggi nel mondo c’è un grande sentimento di orfanezza: tanti hanno tante cose, ma manca il Padre. E nella storia dell’umanità questo si ripete: quando manca il Padre, manca qualcosa che tocca proprio l’appartenenza e la fraternità; e sempre c’è la voglia di incontrare, di ritrovare il Padre, anche nei miti antichi: pensiamo ai miti di Edipo, di Telemaco e tanti altri che mostrano sempre questa ricerca del Padre che manca. 

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contrAppunti

di Luca Bottura – Domenica alle 14 in piazza a San Giovanni… no, non ci sono i quattro gatti di Salvini spacciati per mezzo miliardo di persone. Domenica alle 14 in piazza San Giovanni… no, non c’è la Meloni che si commuove per un (povero) gattino anziché per i migranti che affogano ogni giorno. Domenica alle 14 a Roma, in piazza San Giovanni… no, non c’è la Destraccia italiana che i migranti li vuole in orbite lontane e strepita contro i “mercanti di uomini” e di fatto protegge i caporali e i loro voti. Domenica 5, ore 14, Roma, piazza San Giovanni… no, non c’è il concerto del Primo Maggio. Non è il primo maggio … Domenica 5 luglio, dalle 14, a Roma, in piazza San Giovanni, organizzati da Aboubakar Soumahoro, ci sono gli Stati Popolari. Un raduno incidentale di buonisti vari, persone che sperano, gente a cui hanno raso al suolo non tanto la sinistra, ma quello che la conteneva, dando poi fuoco alle macerie e cospargendole di sale. C’è la speranza, ci sono le parole, i pensieri, le opere e nessuna omissione.Mandate il sangue alla testa dei cattivisti. Siateci pure voi. Dove? Giusto: non l’avevo detto: in piazza San Giovanni in Laterano, a Roma, domenica, dalle 14.
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